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Dire che una persona ha debiti si può?

1 Ottobre 2019
Dire che una persona ha debiti si può?

Dire che un soggetto è moroso integra la diffamazione solo se l’espressione ha una finalità di pettegolezzo ed è rivolta a terzi privi di alcun interesse personale alla questione.

Non è vero che dire la verità fa sempre bene. Quando questa è sconveniente si rischia di essere querelati per diffamazione. Già, perché c’è una sfera di privacy che nessuno può toccare, salvo un giudice. È vero: le offese vietate dal Codice penale sono quelle che implicano un giudizio morale sulla persona. Ed è anche vero che ci sono circostanze obiettive che chiunque può accertare. Ciò nonostante è meglio farsi i fatti propri e non rivelare in giro i “peccati” degli altri. La conferma arriva da una recente ordinanza della Cassazione [1]. Alla Corte è stato chiesto se si può dire che una persona ha debiti. Il giudizio dei giudici è stato molto rigoroso, ma per comprenderlo dobbiamo fare un passo indietro.

Cos’è diffamazione?

Quando si parla di diffamazione si intende un’offesa alla reputazione di una persona che, in quel momento, è assente. La diffamazione è più grave quando si attribuisce alla persona offesa un fatto determinato.

La verità dell’affermazione non esclude il reato quando questa è diffusa al solo scopo di gettare discredito sulla persona, di infangarne il nome e screditarla. Se invece l’intenzione è quella di informare su un fatto che riveste un certo interesse sociale, allora il comportamento è scriminato dal diritto di critica e di cronaca.

Chiunque vede la propria reputazione ingiustamente lesa può sporgere querela e, nello stesso tempo, ha diritto al risarcimento del danno. Il risarcimento va richiesto, in via provvisionale, nel corso del giudizio penale (tramite la costituzione di parte civile) e, successivamente, con un autonomo giudizio civile (per la esatta e definitiva quantificazione).

Dire che una persona è morosa è diffamazione?

Nel 2014 la Cassazione ha ricompreso, tra i vari aggettivi che possono rientrare nella diffamazione, anche quello di moroso. L’affermazione, per quanto veritiera, offende la reputazione altrui [2]: il diritto di critica si può certo esercitare – sostiene la Corte – ma nelle sedi opportune, come nell’assemblea dei condomini o nei rapporti con l’amministratore. È indubbio infatti che si possa chiedere, durante la riunione di condominio, i nomi dei condomini che non pagano le quote o che sono in arretrato, così come l’amministratore è tenuto a fornirli dinanzi a tutti, senza temere di essere a sua volta denunciato per lesione della privacy o per diffamazione. Si tratta, infatti, di una circostanza di pubblico interesse, visto che il controllo sui conti condominiali spetta a ciascun proprietario. Se però la stessa confidenza viene fatta in un’altra sede, solo allo scopo di offendere e non di sollecitare il recupero del credito, allora c’è reato.

Non è tanto la parola in sé – «moroso» – a determinare la sussistenza o meno dell’ingiuria, quanto il contesto in cui viene pronunciata ed i soggetti a cui viene comunicata. Questi ultimi, se terzi rispetto al condominio, e quindi non interessati alle questioni condominiali (si pensi agli ospiti di uno dei proprietari), sono del tutto indifferenti ai fatti; l’intento diffamatorio sarebbe pertanto scontato.

Allora, criticare sì, ma nelle sedi opportune. In assemblea va bene, per le scale no. In seduta ufficiale davanti all’amministratore è legittimo, il pettegolezzo nell’ascensore o nel garage no.

Tutto ciò è espresso sinteticamente dalla Suprema Corte con le seguenti parole: «La critica nei confronti di un condomino può legittimamente estrinsecarsi all’interno di un’assemblea condominiale o nei rapporti con l’amministratore, ma di certo non può legittimare affermazioni offensive rivolte nei confronti di terzi».

Rivelare i debiti altrui è reato

Oggi la Cassazione riprende la stessa interpretazione ed avverte: è vietato dire in giro che Tizio o Caio è moroso: si commette il reato di diffamazione e se l’interessato lo viene a sapere può sporgere querela e chiedere il risarcimento dei danni alla reputazione così macchiata. Allo stesso modo commette reato l’amministratore che, per puro pettegolezzo e non perché sollecitato dai condomini, comunica a terzi – estranei alla compagine condominiale – l’inadempimento del condomino alle spese condominiali.

Sergio fa l’amministratore di condominio in un palazzo del centro città. Un giorno fa una gita con alcuni amici e uno di questi porta con sé Saverio, uno dei condomini assistiti da Sergio. Approfittando di un momento in cui Saverio è al bagno, Sergio rivela a tutti gli amici che quest’ultimo non paga le quote da diversi mesi e che ben presto si troverà la casa pignorata. L’amico di Saverio, sentendo queste parole, gliele rivela in disparte. Saverio decide di querelare l’amministratore di condominio per diffamazione.

La Corte ribadisce il concetto: l’amministratore deve sempre tutelare la privacy dei condomini con riferimento ai dati sensibili, quali l’adempimento o l’inadempimento al pagamento delle spese condominiali, di cui abbia conoscenza in ragione del suo mandato professionale. L’eventuale comunicazione fatta da questi a terzi, anche se vera, integra una diffamazione lesiva della privacy se non si inserisce nell’esercizio dei suoi compiti rivolti a rispettare il diritto di informazione degli altri condomini o all’esercizio dell’azione giudiziaria di recupero crediti. Diversamente, rivelare i debiti di una persona significa raffigurare quest’ultima come un soggetto inadempiente alle obbligazioni pecuniarie, notizia lesiva del suo grado di affidabilità.

E così, il cittadino che al cospetto di terzi offende l’onore e la reputazione del condomino moroso, già abbastanza avvezzo (bontà sua) a non pagare le quote di sua spettanza, si trova “cornuto e mazziato”: perché, oltre a dover anticipare le spese per conto dell’inadempiente – onde evitare il distacco delle utenze – verrà anche processato penalmente per diffamazione.


note

[1] Cass. ord. n. 22184/2019

[2] Cass. Sent. n. 46498/14 dell’11.11.14.


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3 Commenti

  1. Resto sconcertato.- Presto dei soldi a un amico, questi s’impegna a restituirmeli a breve…, che so? Tre mesi… Passano CINQUE ANNI e l’amico moroso, adducendo le scuse più svariate per non onorare il debito, svanisce… Indago per conto mio a dritta e a manca per trovarne le tracce e, a questo scopo, setaccio l’ambiente dove suppongo che l’amico (ora ex) orbiti. A questo scopo devo per forza di cose investigare… O no? E qua casca l’asino: la mia “attività investigativa” può essere passibile di querela? Ma vogliamo scherzare? Cioè, oltre al danno, LA BEFFA??? Ho capito bene???

    1. Ted, probabilmente, potranno interessarti anche altri articoli sull’argomento:
      -Quando denunciare un debitore che nasconde i suoi beni https://www.laleggepertutti.it/192275_quando-denunciare-un-debitore-che-nasconde-i-suoi-beni
      -Quando il recupero crediti diventa stalking. Atti persecutori, molestie telefoniche, frazionamento del credito, illecito deontologico, stalking bancario: quando il recupero crediti diventa illegittimo. https://www.laleggepertutti.it/191260_quando-il-recupero-crediti-diventa-stalking
      -Come trovare i beni del debitore: la ricerca telematica https://www.laleggepertutti.it/28722_come-trovare-i-beni-del-debitore-la-ricerca-telematica
      -Come trovare beni pignorabili del debitore https://www.laleggepertutti.it/181079_come-trovare-beni-pignorabili-del-debitore

  2. Grazie Redazione! Ma non intendevo farvi perdere troppo tempo dietro alle mie fesserie… Buon lavoro!!!

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