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L’amministratore delegato può essere dipendente?

30 Ottobre 2019
L’amministratore delegato può essere dipendente?

La linea di confine tra attività di amministrazione di una società e attività da lavoro dipendente ha sempre interrogato dottrina e giurisprudenza.

Sei un amministratore delegato o un membro del consiglio di amministrazione della società? Oltre alle funzioni gestorie, svolgi anche attività esecutive al pari di un dipendente della società stessa? In questi casi ci si chiede se possano cumularsi, in capo allo stesso soggetto, sia ruoli gestori, come quello di amministratore delegato, sia un rapporto di lavoro dipendente. In altri termini, l’amministratore delegato può essere dipendente?

Come spesso accade in Italia, la risposta non è né si né no in quanto ci sono tutta una serie di riflessioni giuridiche che impongono prudenza nell’assumere una posizione netta e chiara. In linea generale questa possibilità di cumulo è prevista nel nostro ordinamento ed è legittima. Tuttavia, gli amministratori di una società non sono tutti uguali e non hanno tutti gli stessi poteri. Per questo, non si può affermare che c’è piena compatibilità tra ruolo di amministratore e rapporto di lavoro ma occorre distinguere varie fattispecie.

Amministratore e dipendente: la posizione dell’Inps

Il tema della compatibilità tra ruolo di amministratore di una società e rapporto di lavoro è stato affrontato, a più riprese, sia dalla giurisprudenza che dall’Inps.

È evidente che questo tema riguarda anche l’istituto previdenziale che riceve i contributi previdenziali ed ha, dunque, interesse che le parti qualifichino correttamente un rapporto di lavoro al fine di vedersi pagare esattamente i contributi che gli spettano.

Per fare un banale esempio, se le parti si accordano per dare vita ad un rapporto di lavoro autonomo può accadere che all’Inps non venga versato nessun contributo previdenziale. Se quel rapporto, in realtà, sta simulando un rapporto di lavoro subordinato, le parti stanno facendo mancare all’Inps i contributi dovuti sul lavoro dipendente e l’istituto ha, dunque, interesse che quel rapporto venga trasformato in un rapporto di lavoro subordinato per avere i contributi di legge. Per questo, l’Inps si è interessato del tema della compatibilità tra amministratore e dipendente.

Nelle sue posizioni, tuttavia, l’Inps ha espresso nel tempo pareri diversi.

In un primo momento, la posizione dell’Inps è apparsa di forte chiusura. L’Istituto previdenziale, infatti, negava [1] la possibilità di cumulo tra rapporto societario e rapporto di lavoro, asserendo che per i presidenti, gli amministratori unici ed i consiglieri delegati non potesse essere riconosciuto un rapporto di lavoro subordinato valido con la stessa società nella quale rivestono la carica sociale.

Successivamente [2], l’Inps ha modificato e smussato la rigidità della sua impostazione.

Infine, con un messaggio di recentissima emanazione [3], l’Inps ha assunto una posizione molto meno rigida e molto più complessa.

In questo messaggio, infatti, l’Istituto previdenziale ha fornito un’esaustiva e completa analisi della questione relativa alla compatibilità, in capo ad una medesima persona fisica, della carica sociale di amministratore di società di capitali con lo status di dipendente nella medesima società, legato da un rapporto di lavoro subordinato.

Amministratore e dipendente: la posizione della Cassazione

Il cambio di orientamento dell’Inps è stato influenzato, senza dubbio, anche dalle posizioni espresse su questo annoso tema dalla Suprema Corte di Cassazione.

Gli Ermellini, infatti, hanno affermato in diverse sentenze [4] che l’incarico gestorio e societario di amministratore, in una società di capitali, non esclude in automatico la configurabilità di un rapporto di lavoro subordinato con la medesima società nella quale si riveste l’incarico sociale.

In particolare, la Suprema Corte ha affermato che l’essere organo di una persona giuridica di per sé non osta alla possibilità di configurare tra la persona giuridica stessa ed il suddetto organo un rapporto di lavoro subordinato, quando in tale rapporto sussistano le caratteristiche dell’assoggettamento, nonostante la carica sociale, al potere direttivo, di controllo e disciplinare dell’organo di amministrazione dell’ente.

I principi espressi dalla Cassazione e dall’Inps ci consentono di delineare meglio come ci si deve muovere in questo terreno così accidentato.

  • la carica di presidente del consiglio di amministrazione di una società di capitali, di per sé, non appare incompatibile con lo status di lavoratore dipendente. Infatti, ben può accadere che anche il presidente di una società, alla stregua di qualsiasi membro del consiglio di amministrazione, possa ricevere direttive, ordini, indicazioni e comunque dover dare seguito alle decisioni (oltre che essere sottoposto al controllo) da parte dell’organo collegiale, ossia del consiglio nella sua interezza. Ciò può essere affermato anche quando al presidente sono attribuiti poteri di rappresentanza;
  • al contrario, la carica di amministratore unico di una società è del tutto incompatibile con lo status di lavoratore subordinato. L’amministratore unico, infatti, detiene da solo, nelle sue mani, il potere decisionale, il potere di controllo, ed il potere direttivo della società. Non potrebbe, dunque, essere dipendente di sé stesso;
  • l’amministratore delegato può astrattamente essere anche legato alla società da un rapporto di lavoro subordinato. La compatibilità tra i due differenti status, tuttavia, dipende dalla portata della delega conferita dal consiglio di amministrazione all’amministratore delegato. In particolare, se l’amministratore delegato ha ricevuto una delega generale ed ha la facoltà di agire senza il consenso del consiglio di amministrazione, va da sé che un rapporto di lavoro subordinato con la società risulta incompatibile. Al contrario, se l’attribuzione delle deleghe all’amministratore si ferma al mero potere di rappresentanza oppure riguarda delle specifiche e limitate deleghe si può, almeno astrattamente, ritenere compatibile il doppio status di dipendente ed amministratore.

Compatibilità tra amministratore e dipendente: requisiti

Come spesso accade, dunque, la domanda a cui vogliamo dare una risposta non ha una soluzione netta e chiara.

Essere amministratore di una società, infatti, può comportare dei poteri gestori molto diversi, con un perimetro di autonomia molto variabile. È questo che conta per capire se può esserci o meno il doppio ruolo amministratore/dipendente.

Ma cosa occorre verificare, quindi, per capire se si possono cumulare o meno i due status? Nel recente intervento dell’Inps, viene specificato che, per l’ammissibilità del doppio ruolo amministratore/dipendente, assumono rilevanza i rapporti intercorrenti fra l’organo delegato e il consiglio di amministrazione, la pluralità ed il numero degli amministratori delegati e la facoltà di agire congiuntamente o disgiuntamente, oltre – naturalmente – alla sussistenza degli elementi caratterizzanti il vincolo di subordinazione.

Se dobbiamo elaborare una chek-list, possiamo dire che la compatibilità tra i due ruoli c’è se sussistono le seguenti condizioni:

  • il potere deliberativo (come regolato dall’atto costitutivo e dallo statuto), diretto a formare la volontà dell’ente, sia affidato all’organo (collegiale) di amministrazione della società nel suo complesso e/o ad un altro organo sociale espressione della volontà imprenditoriale il quale esplichi un potere esterno;
  • viene fornita la rigorosa prova della sussistenza del vincolo della subordinazione (anche, eventualmente, nella forma attenuata del lavoro dirigenziale) e cioè dell’assoggettamento del lavoratore interessato, nonostante la carica sociale, all’effettivo potere di supremazia gerarchica (potere direttivo, organizzativo, disciplinare, di vigilanza e di controllo) di un altro soggetto ovvero degli altri componenti dell’organismo sociale a cui appartiene;
  • il soggetto svolge, in concreto, mansioni estranee al rapporto organico di amministratore con la società; in particolare, deve trattarsi di attività che esulino e che pertanto non siano ricomprese nei poteri di gestione che discendono dalla carica ricoperta o dalle deleghe che gli siano state conferite.

Il socio può essere dipendente?

Una volta esaminata la posizione degli amministratori, l’Inps passa al setaccio anche la posizione dei soci, per verificare se il socio di una società di capitali possa anche essere dipendente della società stessa di cui, seppure in parte, è proprietario.

Anche qui, la risposta non è bianco o nero ma grigio: dipende tutto dalle caratteristiche del socio.

L’Inps esclude categoricamente che il socio unico possa essere al contempo lavoratore dipendente della società in quanto, in questo caso, viene effettivamente a mancare la soggezione del presunto dipendente alle direttive dell’organo societario, visto che il socio è il proprietario della società stessa.

A conclusioni parzialmente diverse si giunge, invece, con riferimento alla figura del socio di società di capitali che abbia anche in capo a sé l’incarico di amministratore-

In tal caso, astrattamente, non può essere esclusa la configurabilità di un rapporto di lavoro subordinato.

Occorre analizzare la situazione caso per caso, esaminando sia la condizione di possessore di parte del capitale sociale sia l’incarico gestorio.

Amministratore e dipendente: che fare?

Se sei amministratore di una società ma, di fatto, vieni chiamato a svolgere prestazioni di lavoro in tutto e per tutto assimilabili a quelle di un lavoratore dipendente puoi rivolgerti al giudice del lavoro e chiedere che sia accertata la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra te e la società di cui sei amministratore.

È bene chiarire sin da subito che non si tratta di cause facili da vincere. È, infatti, in capo al soggetto che agisce in giudizio l’onere di provare, con documenti, testimoni e quanto altro in possesso, che l’amministratore è stato assoggettato al potere direttivo e di controllo della società e che gli incarichi che gli venivano conferiti esulavano dal rapporto organico.


note

[1] Inps, Circolare n. 179 dell’8.08.1989.

[2] Inps, messaggio n. 12441 dell’8.06.2011.

[3] Inps, messaggio n. 3359 del 17.09.2019.

[4] Cass. sent. n. 18476/2014 e n. 24972/2013.


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