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Chi mantiene i detenuti?

11 aprile 2018 | Autore:


> Business Pubblicato il 11 aprile 2018



Chi paga per i detenuti? La detenzione in carcere non è gratuita. I detenuti sono chiamati a pagare le spese per il loro mantenimento. Ma cosa accade nel caso di nullatenenti? 

La detenzione in carcere non è gratuita. Essere sottoposti a pena detentiva comporta spese anche in capo al detenuto, che deve pagarsi “vitto e alloggio” per tutta la durata della sua permanenza in carcere. Ciascun detenuto, infatti, paga la propria permanenza nelle patrie galere versando la cosiddetta quota di mantenimento carcere. Si tratta di una cifra pari a circa 110 euro al mese (3,5 euro al giorno) che il detenuto deve corrispondere in un’unica soluzione una volta uscito dal carcere.

In realtà si tratta di ben poca cosa se si pensa a quanto lo stesso costi allo Stato. Ogni singolo detenuto, infatti, costa circa 116 euro al giorno (soldi destinati essenzialmente al personale). Tuttavia è sempre tanto soprattutto per chi sconta pene detentive particolarmente lunghe e, al ritorno a casa, si ritrova davanti una pesante cartella esattoriale.
Per quei detenuti che hanno la possibilità di lavorare e magari hanno una busta paga, invece, il prelievo è a cadenza mensile, dilazionato nel tempo e dunque sensibilmente più semplice da sostenere. Negli altri casi, come detto, la richiesta di spese pregresse viene notificata al domicilio dell’ex detenuto una volta finita la detenzione.

Detenuti: quali sono le strutture carcerarie che li ospitano?

Il sistema carcerario italiano è molto complesso. L’espressione carcere, infatti, è molto generica ed imprecisa atteso che sono numerose le strutture destinate ad accogliere i detenuti. Ad esempio ci sono gli istituti di custodia preventiva, che accolgono gli imputati e i fermati o arrestati dalla polizia. Poi vi sono le case mandamentali a disposizione del tribunale ordinario e, nei capoluoghi di circondario,  le case circondariali a disposizione di qualsiasi autorità giudiziaria.
Per i detenuti con sentenza di condanna passata in giudicato (ossia non più impugnabile), invece, si aprono le porte degli  Istituti di esecuzione della pena o delle case di reclusione, che si distinguono a loro volta in carceri di massima sicurezza e istituti a custodia attenuata per detenuti comuni.
Vi sono poi gli istituti per l’esecuzione delle misure di sicurezza come le colonie agricole, le case di lavoro, le case di cura e custodia.

Detenuti: chi paga la quota di mantenimento?

Molti ancora rimangono stupiti a sapere che i detenuti sono chiamati a contribuire a pagare il loro soggiorno in carcere attraverso il pagamento della quota di mantenimento. Sebbene, infatti, sia lo Stato a farsi carico delle spese per la detenzione, il codice penale[1] prevede espressamente che la persona condannata sia obbligata a rimborsare all’erario le spese per il suo mantenimento in carcere, rispondendo di tale obbligazione con tutti i propri beni, sia mobili che immobili, presenti e futuri. Tale obbligo tuttavia non è suscettibile di cadere in successione e, dunque, non si estende agli eredi.

La determinazione dell’importo gravante sul detenuto viene fatta ogni anno dal Ministro della Giustizia sentito il Ministero dell’Economia e delle finanze, in ossequio anche a quanto stabilito dalla legge sull’ordinamento penitenziario [2]. 

Quali spese copre la “quota di mantenimento”?

Poichè la pena detentiva comporta inevitabilmente che il carcerato trascorra il proprio tempo negli istituti penitenziari, all’interno di questi dovrà mangiare, dormire, consumare acqua e ed energia elettrica, utilizzare mobilio e biancheria. La quota di mantenimento, però, per espressa disposizione di legge comprende i costi di vitto (colazione, pranzo e cena) e vettovagliamento.

Come detto, dunque, le spese di mantenimento si limitano agli alimenti ed al corredo e sono dovute in misura non superiore ai due terzi del costo reale.Dunque, per far fronte a queste spese, ogni mese sul conto di ciascun condannato viene segnata una voce passiva che fino al 2015 era di 56 euro, ma che dal 2015 [3] è diventata di 112,36 euro al mese (per i mesi di 31 giorni).

Nel dettaglio, infatti, atteso che il costo effettivo per le due voci – alimenti e corredo – è pari a 5,44 euro al giorno e atteso che per legge, come detto, la quota di mantenimento da porre a carico del carcerato deve essere pari ai due terzi del costo reale, si ottiene la cifra di 3,62 euro complessivi al giorno.

Ma nel caso in cui il detenuto non abbia i soldi per pagare i costi di detenzione? Esiste l’istituto della remissione del debito. Vediamo di cosa si tratta.

Detenuti: la remissione del debito

La legge prevede che il detenuto che si trova in disagiate condizioni economiche e che ha mantenuto una condotta regolare, può chiedere l’esenzione dal pagamento delle spese del procedimento giudiziario e del mantenimento in carcere. La remissione del debito consiste in un annullamento delle spese che altrimenti il detenuto dovrebbe pagare.
Questo vale sia per i condannati che hanno scontato la pena in carcere, sia per gli internati sottoposti a misura di sicurezza detentiva in istituto, sia per i condannati a pena non detentiva (che chiederanno solo l’esenzione dal pagamento delle spese del procedimento giudiziario).

Attenzione però: la remissione riguarda solo le spese del procedimento giudiziario e del mantenimento in carcere, mentre non può esser chiesta remissione del debito per le pene pecuniarie e per debiti di altro genere.

Come domandare la remissione del debito?

La domanda di remissione, redatta in carta semplice (ossia senza marche da bollo), può essere presentata direttamente dal detenuto (o ex detenuto) interessato, dai suoi familiari o dal consiglio di disciplina dell’istituto dove è detenuto.
La domanda deve essere indirizzata al magistrato di sorveglianza che ha giurisdizione sull’istituto in cui l’interessato è detenuto o internato al momento della richiesta. Se, invece, l’interessato è libero, la domanda dovrà essere indirizzata al magistrato di sorveglianza del luogo in cui il soggetto ha la residenza o il domicilio.
L’interessato può farsi assistere da un avvocato per redigere la domanda e partecipare all’udienza camerale, oppure può utilizzare un fac-simile di istanza facilmente reperibile in rete e rimettersi, per l’udienza camerale, al difensore d’ufficio.

Ciò che è essenziale, però, nella presentazione della domanda è la corretta allegazione di tutta la documentazione necessaria a provare la situazione di difficoltà economica nonché la regolarità della condotta, che saranno in ogni caso oggetto di accertamento da parte dell’ufficio di sorveglianza.

note

[1] Art. 188 Cod. Pen.

[2] L. n. 354 del 26.07.1975, “norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”.

[3] D. m. 7.08.2015, pubblicato sul Bollettino ufficiale del ministero della Giustizia n. 18, 30 .09.2015.

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