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Tassa di concessione governativa sui cellulari: la Cassazione alle Sezioni Unite

31 Maggio 2013
Tassa di concessione governativa sui cellulari: la Cassazione alle Sezioni Unite

Tassa di concessione governativa sui telefonini: alle Sezioni Unite la patata bollente, dopo che, con una ordinanza di qualche giorno fa, la sezione tributaria della Cassazione ha ritenuto illegittima l’imposta.

Non è ancora chiusa la partita sulla legittimità (o meno) della tassa di concessione governativa sui telefonini [1]. La giurisprudenza resta tutt’oggi divisa. Qualche giudice continua a dichiarare l’odiosa imposta contraria alla legge [2]; qualche altro è invece di parere opposto.

In particolare, un anno fa, la Cassazione aveva ritenuto legittima la pretesa impositiva sui telefonini, con una sentenza [3] che aveva spento le speranze di chi, invece, ne attendeva l’eliminazione. Ma, a quanto pare, non tutti i magistrati dentro la Suprema Corte sono convinti di questa stessa opinione. Anzi.

Non molti giorni fa, infatti, il vento è di nuovo cambiato. Investita, per l’ennesima volta, del caso, la sezione tributaria della Cassazione ha ritenuto di non condividere il precedente orientamento dei propri colleghi. In particolare, la Corte ha appena emesso una nuova ordinanza [4] in cui dichiara che non esisterebbe alcun presupposto per poter esigere l’imposta di concessione governativa. L’imposta, dunque, sarebbe illegittima.

Ma, visto che ormai sulla questione si registrano opinioni discordanti, la sezione tributaria ha preferito, piuttosto, girare la patata bollente alle Sezioni Unite della Cassazione affinché, con una definitiva sentenza, decidano, una volta per tutte, se la tassa di concessione governativa è legittima o meno.

Insomma: 1 a 1 e palla al centro. Si va allo spareggio. Il prossimo che segna ha vinto la partita.


note

[1] La tassa è stata introdotta dal D.L. 13 maggio 1991, n. 151, art. 3, conv. in L. 12 luglio 1991, n. 202 (recante “Provvedimenti urgenti per la finanza pubblica”) che ha aggiunto alla Tariffa allegata al D.P.R. n. 641 del 1972, il numero d’ordine 131, specificando espressamente i referenti normativi del provvedimento di “licenza o documento sostitutivo” nel D.P.R. 29 marzo 1973, n. 156, art. 318, e nel D.M. PP.TT. 13 febbraio 1990, n. 33, art. 3, e disponendo che l’importo, determinato in misura unica fissa in L. 25.000 per ogni mese di utenza, dovesse essere corrisposto “congiuntamente all’abbonamento”, in relazione al numero di mesi considerati in ciascuna bolletta (cfr. Nota 1 in calce al n. 131 Tariffa).

L’abbonamento in questione era quello che il singolo utente era tenuto a stipulare con l’ente che, al tempo, gestiva in concessione amministrativa (ai sensi del D.P.R. n. 156 del 1973, art. 1, comma 1, art. 2, art. 3, comma 1, art. 183, comma 1) il “servizio radiomobile pubblico terrestre di conversazione” e che provvedeva alla assegnazione ed alla gestione del numero attributo alla apparecchiatura terminale acquistata dall’abbonato (in proprio o direttamente dalla società concessionaria), nonché al rilascio all’utente “del documento che attesta la sua condizione di abbonato al servizio” e che “sostituisce, a tutti gli effetti, la licenza di stazione radio”(cfr. D.M. PP.TT. n. 33 del 1990, artt. 1, 2 e 3 cit.).

La tassa ha successivamente trovato conferma nell’approvazione della nuova Tariffa (con il numero d’ordine 80) disposta con D.M. Finanze in data 20.8.1992, autorizzato con il D.L. 11 luglio 1992, n. 333, art. 10, conv. in L. 8 agosto 1992, n. 359. La Tariffa è stata quindi modificata dal D.L. 30 agosto 1993, n. 331, art. 61, conv. in L. 29 ottobre 1993, n. 427 che, in relazione al numero d’ordine n. 80, ha variato i referenti normativi inserendo, accanto al D.P.R. n. 156 del 1973, art. 318, il D.L. n. 151 del 1991, art. 3, ed il D.M. PP.TT. 23 aprile 1993, (meramente integrativo del D.M. PP.TT. n. 33 del 1990) ed ha rideterminato, differenziandoli, gli importi della tassa, in lire 10.000 per le “utenze residenziali” ed in L. 25.000 per le “utenze affari”. La successiva Tariffa approvata con D.M. Finanze 28 dicembre 1995, autorizzato dalla L. 28 dicembre 1995, n. 549, art. 3, comma 146, ha modificato il numero d’ordine della tassa (ora n. 21) lasciando quali riferimenti normativi soltanto il predetto D.P.R. n. 156 del 1973, art. 318, ed il D.L. n. 151 del 1991. Il successivo D.M. Finanze 24.5.2005 non ha apportato modifiche, mentre con la L. 24 dicembre 2007, n. 244, art. 1, si è provveduto a estendere la esenzione prevista dalla Nota 3, in calce alla voce tariffaria, a favore degli invalidi e non vedenti, anche ai non udenti.

[2] CTR Veneto, sent. n. 116/2011.

[3] Cass. sent. n. 23052 del 14.12.2012.

[4] Cass. sez. trib., ord. n. 12056 del 17.05.2013.


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