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Tempo camice: al dipendente spetta la retribuzione

23 aprile 2018 | Autore:


> Business Pubblicato il 23 aprile 2018



Tempo divisa: il tempo che il lavoratore impiega per indossare e poi togliere la divisa o gli abiti di lavoro deve essere pagato

Rientra nell’orario di lavoro, che in quanto tale deve essere retribuito, anche il tempo che il dipendente impiega per la vestizione e la vestizione degli abiti necessari allo svolgimento della prestazione di lavoro. Questo principio, ormai condiviso in giurisprudenza, è stato ribadito dalla Corte di Cassazione con una recentissima pronuncia [1]. Con la pronuncia in commento, in particolare, la Suprema Corte ha valorizzato:

  • l’obbligatorietà, nel caso di specie, della vestizione degli indumenti da lavoro (camice);
  • l’impossibilità di indossarli da casa (per ragioni igieniche o sanitarie);
  • l’esistenza, a tal fine, di uno spogliatoio – da considerarsi già come ambiente di lavoro – e di armadi necessariamente sotto il controllo datoriale, anche dal punto di vista della sicurezza;

ritenendoli elementi che inducevano a ritenere che i relativi tempi di vestizione e svestizione fossero da considerarsi come di lavoro effettivo.

La Cassazione, inoltre, ha escluso che potesse indurre a conclusioni diverse il fatto che la normativa contrattuale non contemplasse la computabilità dei tempi di vestizione nell’orario di lavoro, trattandosi di un’omissione che non può comunque pregiudicare i diritti soggettivi dei lavoratori. In poche parole: in barba al Ccnl, al lavoratore va retribuito il tempo camice.

Nel caso di specie, veniva in rilievo il diritto alla retribuzione di un inserviente di una mensa aziendale. Sul punto, la Suprema Corte ha avuto modo di affermare che per individuare un orario come di lavoro è necessario e sufficiente che il lavoratore sia a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio delle sue attività e delle sue funzioni. Ne consegue, di tutta evidenza, che all’inserviente di una mensa deve essere retribuito il tempo necessario per indossare e dismettere il camice o la divisa, dovendosi ritenere che per ragioni sanitarie gli indumenti debbano essere indossati con contiguità locale e temporale rispetto all’attività di mensa (dunque, per intenderci, non da casa), a nulla rilevando che la normativa contrattuale (vale a dire il contratto di lavoro, Ccnl) non contempli la computabilità  dei tempi per il cambio divisa nell’orario di lavoro, trattandosi di un’omissione che non può pregiudicare il diritto del lavoratore all’integrale retribuzione.

Ciò posto, all’inserviente della mensa aziendale va retribuito il tempo necessario a indossare e dismettere gli abiti previsti per il servizio. E ciò: sia perché è improponibile per i lavoratori uscire di casa indossando il camice, la cuffia o il cappello per contenere i capelli, sia perché gli indumenti di chi opera in determinati settori o a contatto con gli alimenti devono essere puliti e non contaminati dagli agenti atmosferici. Con la pronuncia in commento, la Suprema Corte si è occupata del diritto all’integrale retribuzione spettante all’inserviente di una mensa aziendale. Il principio, tuttavia, è valido per tutte quelle categorie di lavoratori che necessariamente sono chiamati a vestire e poi dismettere gli abiti da lavoro.

E allora cerchiamo di approfondire meglio la tematica del tempo di vestizione e del correlativo diritto alla retribuzione del tempo necessario ad indossare gli abiti da lavoro.

Tempo di vestizione e orario di lavoro

Con riferimento alla tematica in esame, ci si domanda, in particolare, se il tempo impiegato dal dipendente per vestire e poi togliere la divisa rientri o meno nell’orario di lavoro, che – come tale – deve essere retribuito. I risvolti economici della questione non sono di poco conto, atteso che molte volte le attività di vestizione/svestizione richiedono tempistiche non indifferenti (in media 20 minuti al giorno). Cerchiamo di fare chiarezza.

Cos’è il tempo di vestizione?

Il tempo di vestizione (anche noto come “tempo tuta“) è il tempo che il dipendente impiega per indossare e poi togliere la divisa o gli abiti di lavoro. Si pensi, ad esempio, ad un infermiere. Detto operatore, per ragioni igieniche e sanitarie, dovrà necessariamente indossare un camice ed effettuare – prima di prendere servizio – tutta una serie di operazioni propedeutiche allo svolgimento dell’attività lavorativa. Tali operazioni, a maggior ragione, dovranno essere svolte dai medici o dagli “addetti” ai laboratori analisi.

Si tratta, in ogni caso, di operazioni che richiedono – prima e dopo lo svolgimento dell’attività lavorativa “vera e propria” – ulteriore tempo. Tempo definito, per l’appunto, “di vestizione”. Tralasciando l’ambito ospedaliero, sono molte le professioni che devono essere svolte necessariamente “in divisa”. Si pensi ad uno chef che è sempre a contatto con il cibo o, ancora, al personale di talune aziende che impongono ai propri dipendenti – per le più svariate ragioni (di protezione da eventuali rischi, igieniche, sociali, o semplicemente estetiche) – di indossare determinati abiti da lavoro. La domanda che, a questo punto, ci si pone è la seguente: il tempo che il dipendente impiega per indossare e poi togliere la divisa o gli abiti da lavoro deve essere retribuito? In altre parole: va pagato il tempo divisa?

Tempo camice: deve essere retribuito? 

Ebbene, al fine di valutare se il tempo occorrente per tali operazioni debba essere retribuito o meno occorre distinguere due diverse ipotesi. La prima ipotesi è quella in cui sia data facoltà al lavoratore di scegliere il tempo ed il luogo ove indossare la divisa. Se, ad esempio, il dipendente può scegliere di indossare la divisa presso la propria abitazione e prima di recarsi al lavoro, la relativa attività, secondo la giurisprudenza dominante, fa parte degli atti di mera diligenza preparatoria allo svolgimento della prestazione lavorativa. Detta attività meramente preparatoria, come tale, non deve essere retribuita.

La seconda ipotesi, invece, si verifica quando il lavoratore non ha alcuna facoltà di scelta  in quanto le attività di vestizione sono dirette dal datore di lavoro, che ne disciplina il tempo ed il luogo di esecuzione. In tal caso, il tempo necessario per indossare e poi togliere la divisa o gli abiti di lavoro rientra nell’orario di lavoro effettivo, che in quanto tale dovrà essere retribuito [2].

Tale soluzione è assolutamente conforme al dettato della legge [3] che, con l’espressione «orario di lavoro» si riferisce a «qualsiasi periodo in cui il lavoratore resta a disposizione del proprio datore di lavoro, nell’esercizio delle sue attività lavorative o delle sue funzioni».

Tempo di vestizione: ecco quando deve essere pagato

In definitiva, se anche le attività di vestizione e di svestizione sono decise e dirette dal datore di lavoro ne consegue che anche il tempo necessario ad eseguire le stesse andrà valutato alla stregua di orario effettivo di lavoro, computabile, quindi, ai fini del calcolo della retribuzione. Alla luce della normativa vigente, dunque, il discrimen tra ciò che è orario di lavoro (oggetto, quindi, di retribuzione) e ciò che non lo è consiste nell’eterodirezione, cioè nell’assoggettamento del lavoratore all’esercizio del potere organizzativo, direttivo e di controllo da parte del datore di lavoro. Ciò posto, ne consegue che qualora il datore di lavoro imponga ai propri dipendenti l’utilizzo di divise aziendali ed imponga, altresì, i tempi ed i luoghi di vestizione (pretendendo, ad esempio, che la divisa venga indossata e tolta entro determinate tempistiche e presso il luogo di lavoro), allora il tempo necessario per la vestizione/svestizione rientra nell’orario di lavoro da retribuire, in quanto attività ausiliaria al corretto svolgimento dell’attività lavorativa stessa.

Tempo di vestizione e giurisprudenza

Come anticipato, la Corte di Cassazione è di recente tornata sulla questione ribadendo i principi sin qui dedotti. Nel caso all’esame della Suprema Corte, protagonisti della vicenda erano, da un lato, un dipendete addetto al servizio mensa e, dall’altro, l’Azienda datrice di lavoro. Ebbene, dando ragione al lavoratore, i giudici hanno affermato il suo diritto ad essere pagato anche per il cosiddetto tempo di vestizione. In particolare, i giudici hanno statuito che il tempo divisa rientra nel normale orario di lavoro e deve essere, pertanto, remunerato con le maggiorazioni di legge.

Il principio, in verità, può ritenersi valido anche per quanto concerne tutti gli altri lavori che si svolgono in azienda e che, per loro natura, comportano – in capo al dipendente – il dovere di indossare determinati abiti da lavoro.

L’assunto infatti è coerente con i precedenti giurisprudenziali, avendo più volte la Corte di Cassazione affermato che la nozione di “effettiva prestazione” deve interpretarsi nel senso che siano da ricomprendere nelle ore di lavoro effettivo, come tali da retribuire, anche le attività preparatorie o successive allo svolgimento dell’attività lavorativa, purché eterodirette dal datore di lavoro, fra le quali deve ricomprendersi anche il tempo necessario ad indossare la divisa aziendale, qualora il datore di lavoro ne disciplini il tempo ed il luogo di esecuzione [4]. Inoltre, come ha recentemente precisato la Corte di Cassazione [5] l’eterodirezione del tempo e del luogo ove indossare la divisa o gli indumenti necessari per la prestazione lavorativa, può derivare sia dall’esplicita disciplina d’impresa, che risultare implicitamente dalla natura degli indumenti da indossare o dalla specifica funzione che essi devono assolvere nello svolgimento della prestazione. Ciò posto, il lavoratore avrà diritto alla retribuzione del tempo necessario ad indossare la divisa non solo nel caso in cui il tempo di vestizione sia oggetto di una imposizione da parte del datore di lavoro, ma anche nell’ipotesi in cui la vestizione/svestizione siano auspicabili per motivi sanitari, di igiene o di pulizia correlati allo svolgimento della prestazione lavorativa.

Infermieri e retribuzione del tempo di vestizione

Con una recente pronuncia, la Corte di Cassazione [6] ha affermato, con specifico riferimento alla categoria degli infermieri, il loro diritto al correlativo compenso economico sia con riferimento al tempo tuta, sia  avendo riguardo al tempo necessario per il cambio turno. Per la Suprema Corte, infatti, si tratta di adempimenti meritevoli di retribuzione poiché connessi a un’effettiva e diligente prestazione. Sotto ambedue i profili controversi (sia quello concernente il cambio abito, sia quello relativo al cambio turno) entrano in gioco comportamenti integrativi e strumentali all’adempimento dell’obbligazione principale, i quali nondimeno appaiono funzionali ai fini del corretto espletamento dei doveri deontologici, della presa in carico del paziente e della continuità assistenziale.

note

[1] Cass. ord. n. 9417 del 17.04.2018.

[2] Cfr. sul punto, ex multibus, Cass. Civ. sez. lav. n. 2135  del 31.01.2011; Cass. Civ. sez. lav. n. 19358  del 10.09.2010; da ultimo: Cass. sez. lav., sent. n. 7738 del 28.03.2018.

[3] Art. 1, co. 2, lett. a), D. Lgs n. 66/2003.

[4] Cass. Civ. sez. lav. n. 15492  del 02.07.2009; conforme: Cass. Civ. sez. lav. n. 19273 del 08.09.2006.

[5] Cass. Civ., sez. lav. sent. n. 1352 del 26.01.2016.

[6] Cass. ord. n. 27799 del 22.11.2017.

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