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Lavoro: cos’è il diritto alla disconnessione?

30 aprile 2018 | Autore:


> Business Pubblicato il 30 aprile 2018



Il lavoratore può disporre autonomamente del proprio tempo libero o deve rimanere sempre raggiungibile dal proprio datore di lavoro?

L’evoluzione tecnologica è entrata prepotentemente all’interno dell’organizzazione aziendale e del contesto lavorativo. Attraverso l’uso di smartphone, cellulari, e-mail, chat in tempo reale e altri sofisticati programmi, si corre il rischio che il lavoratore non abbia più la possibilità di fruire del proprio tempo libero senza l’invasiva presenza del proprio datore di lavoro. 

L’utilizzo di questi strumenti di collegamento tra datore di lavoro e dipendente si presenta come un’arma a doppio taglio per il lavoratore, perché se da un lato consente certamente una flessibilizzazione della prestazione lavorativa in quanto permette ad esempio di lavorare anche in un luogo diverso da quello dell’azienda, dall’altro porta con sé il rischio di essere sempre connessi con il datore.

Ecco perché, in risposta a questa problematica, nasce e si diffonde il diritto alla disconnessione, la cui espressione indica proprio il diritto a non utilizzare le apparecchiature che connettono costantemente e senza soluzione di continuità il lavoratore alla propria prestazione lavorativa.

Diritto alla disconnessione: cos’è?

Il diritto alla disconnessione nasce dall’esigenza che il lavoratore debba poter staccare la spina dal proprio lavoro almeno durante il tempo libero, atteso che l’uso di smartphone, app di messaggistica istantanea, notifiche e-mail in tempo reale lo portano ad uno stato di connessione perenne. Diritto alla disconnessione vuol dire diritto alla irreperibilità.

Invece vi è un momento della giornata in cui il lavoratore ha diritto a non essere connesso a nessun dispositivo, poiché, peraltro, sono sempre più numerose le patologie da stress manifestate dai lavoratori dipendenti moderni, principalmente imputabili al senso del dovere e alla volontà da parte del lavoratore di non “scollegarsi” mai dalle faccende lavorative.

Il diritto alla disconnessione trova il primo riconoscimento legislativo in Francia nel 2016, dove la “Loi du Travail” [1] prevede espressamente che le aziende con un numero di dipendenti superiore a 50 si impegnino, tramite accordi interni, a regolamentare il tempo libero (quello “offline”), del proprio personale dipendente e prevede, altresì, che al dipendente non possano essere inviate e-mail, comunicazioni, messaggi o telefonate al di fuori dell’orario di lavoro.

In realtà, prima del riconoscimento legislativo, in Francia la questione era già stata affrontata da alcune aziende come il gigante francese delle telecomunicazioni Orange.

Diritto alla disconnessione in Italia

In Italia il diritto alla disconnessione non è ancora dettagliato come in Francia. L’unico riferimento è attualmente presente nella legge del 2017 sul lavoro agile [2] che prevede espressamente che: «nel rispetto degli obiettivi concordati e delle relative modalità di esecuzione del lavoro autorizzate dal medico del lavoro, nonché delle eventuali fasce di reperibilità, il lavoratore ha diritto alla disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche e dalle piattaforme informatiche di lavoro senza che questo possa comportare, di per sé, effetti sulla prosecuzione del rapporto di lavoro o sui trattamenti retributivi».

Mentre nell’ordinamento francese la disconnessione è qualificata espressamente come un diritto, una simile previsione non c’è nel sistema italiano. Tuttavia, nonostante si tratti di un tema giovane, la disconnessione ha già conosciuto alcune esperienze applicative, dove cioè la disconnessione è stata regolamentata attraverso accordi collettivi aziendali.

Ne sono un esempio l’accordo siglato tra la Barilla e le organizzazioni sindacali il 2 marzo 2015, dove sebbene non si faccia espressamente riferimento alla disconnessione, è però previsto che lo svolgimento della prestazione lavorativa deve avvenire nel «normale orario di lavoro della sede di appartenenza» e che «durante lo svolgimento dello Smart working, nell’ambito del normale orario di lavoro, la persona dovrà rendersi disponibile e contattabile tramite gli strumenti aziendali», a conferma del fatto che la disconnessione dovrebbe essere garantita in tutto l’arco temporale che eccede tale orario.

O ancora l’accordo di Enel del 4 aprile 2017, dove si precisa che «il lavoro agile rappresenta una mera variazione del luogo di adempimento della prestazione lavorativa», e non dell’orario di lavoro. Ne consegue che il il dipendente è tenuto ad essere a disposizione del datore di lavoro durante l’orario di lavoro e, pertanto, in quel periodo di tempo deve essere contattabile dal suo responsabile tramite gli strumenti tecnologici messi a sua disposizione.

Il 7 aprile 2017, poi, l’Università dell’Insubria ha emanato un decreto dedicato al diritto alla disconnessione dei propri dipendenti. L’Ateneo qualifica espressamente la disconnessione come il diritto a non rispondere a telefonate, e-mail e messaggi provenienti dall’ufficio ed ha anche istituito il “Giorno di indipendenza dalle e-mail” ogni tre mesi, ossia il 21 marzo, il 21 giugno, il 21 settembre e il 21 dicembre.

Diritto alla disconnessione e reperibilità

Da quanto detto è evidente che alla luce del diritto alla disconnessione, l’istituto della reperibilità aziendale dovrà essere rivisto. Ora, se è vero che la reperibilità, detta anche pronta disponibilità, consiste nell’obbligo per il lavoratore di porsi nella condizione di essere prontamente rintracciato, fuori dal proprio orario di lavoro, è altrettanto vero che se il dipendente ha il diritto alla disconnessione, il tempo reperibile dovrà forzatamente essere coperto da una corrispondente indennità, stabilita in via continuativa o in base ai turni.

note

[1] Loi n. 2016-1088 dell’08.08.2016, che ha modificato l’art. 2242-8 del Code du Travail e ha previsto al comma 7 il diritto alla disconnessione.

[2] L. n. 81 del 2017.

Autore immagine:Pixabay.com

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