Business | Articoli

Si possono registrare le conversazioni tra colleghi?

18 maggio 2018 | Autore:


> Business Pubblicato il 18 maggio 2018



Registrare conversazioni che vedono il coinvolgimento di altri soggetti potrebbe ledere la privacy degli stessi. Tuttavia, è possibile registrare la conversazione se la si vuol far valere come prova in Tribunale. Ecco i dettagli

In ufficio si parla molto. Il più delle volte si tratta di “chiacchiere inutili”; altre volte, invece, le parole “pesano” molto, tanto da poter costituire valide dichiarazioni, o addirittura delle prove da far valer in Tribunale.  E allora ci si domanda: si possono registrare le conversazioni tra colleghi? Pensiamo a chi si sente leso nei propri diritti sul lavoro, ma non abbia alcuna prova per dimostrarlo, se non appunto il “chiacchiericcio” tra colleghi. Ebbene, in questi casi, la tentazione di registrare tali conversazioni si  fa molto forte. Il quesito allora è il seguente: è legale registrare le conversazioni di altri soggetti, magari a loro insaputa?  Chi registra le conversazioni di altre persone, può utilizzarle come elementi di prova in Tribunale al fine di far valere un proprio diritto o dimostrare un torto subito? Non è facile rispondere a questo interrogativo, anche perché registrare conversazioni che vedono il coinvolgimento di altri soggetti, potrebbe ledere la privacy degli stessi. Fortunatamente, sul tema è appena intervenuta la Corte di Cassazione, che ha dato una chiara risposta al quesito.

Vediamo allora se ed in che limiti si possono registrare le conversazioni tra colleghi e se tali conversazioni possono altresì essere usate quali elementi di prova davanti ad un Giudice. Tuttavia, prima di comprendere se registrare una conversazione è legale e se la conversazione registrata può essere usata come prova, è necessario fare un passo indietro e vedere cosa dispone sul punto la normativa a tutela della privacy.

Privacy: cos’è il trattamento dei dati personali

Secondo quanto disposto dalla normativa dettata in materia di tutela della privacy [1], quando si parla di trattamento dei dati personali si deve intendere una qualsiasi operazione, posta in essere anche senza ricorrere a strumenti elettronici, volta a raccogliere, registrare, organizzare, conservare, consultare, elaborare, modificare, selezionare, estrarre, raffrontare, utilizzare, interconnettere, bloccare, comunicare, diffondere, cancellare e distribuire dati, anche se non registrati, in una banca di dati.

Per dato personale, invece, è da intendersi un’informazione concernente la persona fisica, identificata o identificabile, relativa ad esempio alle abitudini, allo stile di vita, alle relazioni personali, all’orientamento sessuale, allo stato civile, alle immagini  o alla voce.

Ciò premesso, è bene sapere che il trattamento dei dati personali, da parte di soggetti privati o enti pubblici economici, è possibile solo in presenza dell’espressa autorizzazione dell’interessato. In mancanza di quest’ultima, si possono ravvisare le seguenti condotte illecite:

  • un trattamento illecito, vale a dire una condotta dalla quale ne consegue un danno per il titolare dei dati illecitamente trattati [2];
  • comunicazione o diffusione dei dati, in qualsiasi forma, indipendentemente dai danni che potrebbero derivare a terzi da tale diffusione.

Le condotte illecite individuate hanno in comune, oltre alla norma che le disciplina, la circostanza che in entrambe il trattamento dei dati personali altrui viene effettuato in totale spregio della normativa sulla privacy precedentemente richiamata ed inoltre senza il consenso dell’interessato.

Dati personali: è sempre necessario il consenso del titolare?

Compatibilmente a quanto sin qui detto, viene da chiedersi se l’utilizzo dei dati personali possa avvenire solo con il consenso del soggetto o se, diversamente, sia ammesso anche in sua assenza.

La risposta la si trova chiaramente nel regolamento sulla privacy citato sopra, il quale legittima il trattamento anche in assenza del consenso dell’interessato, ma ad una condizione: che sia mirato a dare fondamento ad un diritto da difendere in giudizio.

In altre parole, si possono utilizzare i dati personali raccolti, anche all’insaputa del soggetto a cui appartengono, purché siano strumentali alla tutela giurisdizionale di un diritto, di cui cioè si chiede tutela davanti ad un giudice, al fine di dare fondamento alla propria difesa. In presenza di tale presupposto, la condotta posta in essere non acquista natura illecita e, dunque, non è sanzionabile.

Alla luce di quanto detto possiamo rispondere ai quesiti che ci siamo posti ad incipit del presente articolo.

Si può registrare una conversazione senza il consenso dei soggetti coinvolti?

La domanda è: registrare una conversazione, all’insaputa dei soggetti coinvolti, è reato? La risposta è no. Ciò è quanto la Suprema Corte, con diverse e numerose pronunce, ha affermato [3]. A fondamento di tale orientamento vi è la considerazione che la registrazione non è nient’altro che una replica, salvata su di un dispositivo esterno, che si aggiunge a quanto  già la mente umana ha immagazzinato e captato.

Attenzione, però: rappresenta, invece, una condotta perseguibile penalmente la divulgazione di quanto registrato senza il consenso di tutti coloro coinvolti nella conversazione.

E allora ci si chiede: le conversazioni registrate possono essere rese note ad un Giudice, ad un datore di lavoro o alla forza pubblica al fine di dare fondamento ad un proprio diritto o per difendersi da un torto subito?

Scopriamolo insieme.

Conversazione registrata: vale come prova?

Chiarito quali sono le condotte ammesse e non in tema di registrazioni di conversazioni e quando queste ultime possano configurarsi quale illecito penalmente punibile, non resta che dipanare i dubbi sulla possibilità di utilizzare tali riproduzioni come prove in un processo civile o penale.

Ebbene, la Suprema Corte [4] ha chiarito che le registrazioni fonografiche di un colloquio, svoltosi tra presenti o mediante strumenti di trasmissione, da parte di un soggetto partecipe, è prova documentale utilizzabile, sia su suggerimento che su incarico della polizia giudiziaria, in quanto trattasi di registrazione effettuata da persona protagonista della conversazione, estranea agli apparati investigativi e legittimata a rendere testimonianza.

In altre parole, la registrazione, seppur avvenuta all’insaputa degli altri partecipanti, può essere utilizzata da colui che, presente alla conversazione, provvede a memorizzare quanto detto per utilizzarla come prova in un processo, purché i dati siano trattati esclusivamente per le finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento, ovvero per far valere o difendere un proprio diritto in sede giudiziaria.

Non rientrano in questa categoria le registrazione effettuate da un terzo, ovvero da un estraneo, che senza l’autorizzazione dei presenti o del PM provvede a registrare, in quanto trattasi di intercettazioni illecite.

Registrazioni: valgono come prova al di là del processo?

L’utilizzabilità quale mezzi di prova delle registrazioni non va circoscritta al solo ambito processuale, bensì anche in ambiti ove vi è la necessità di acquisire prove ancor prima dell’instaurazione della controversia.

Ciò, in quanto, nel codice di procedura penale il diritto alla difesa è riconosciuto a chiunque, indipendentemente dalla qualità di parte all’interno di un procedimento.

Per meglio comprendere, trattasi ad esempio delle investigazioni difensive esercitabili anche prima del processo penale o del diritto della persona offesa ad essere informata dell’eventuale richiesta di archiviazione e, dunque, di proporvi opposizione e ricorso in cassazione.

Si possono registrare le conversazioni tra colleghi?

Giova in merito menzionare una recentissima pronuncia della Suprema Corte [5], che ha avuto modo di pronunciarsi affrontando il caso di un soggetto che aveva registrato conversazioni avvenute con altri colleghi alla sua presenza.  Si trattava, nello specifico, di un lavoratore che aveva registrato le conversazioni con l’intento di ottenere il riconoscimento dell’illegittimità del suo licenziamento.

Nel dettaglio, il licenziamento vedeva come motivazione una contestazione disciplinare relativa, appunto, alla registrazione da parte del lavoratore di conversazioni che interessavano, in orario di lavoro e sul posto di lavoro, altri colleghi, all’insaputa degli stessi e alla divulgazione della conversazione, in sede di giustificazioni orali concernenti un’altra contestazione addebitatagli, al proprio datore di lavoro.

In primo grado il lavoratore licenziato vedeva rigettarsi la domanda, mentre in appello vedeva riconoscersi la sola tutela risarcitoria.

Di diverso avviso la Suprema corte secondo cui invece «il trattamento dei dati personali, ammesso di norma in presenza del consenso dell’interessato, può essere eseguito anche in assenza di tale consenso, se è volto a far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria o per svolgere le investigazioni difensive previste dalla legge, e ciò a condizione che i dati siano trattati esclusivamente per tali finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento». «Si tratta – prosegue la decisione -, come è di tutta evidenza, della previsione di una deroga che rende l’attività, se svolta nel rispetto delle condizioni ivi previste, di per sé già a monte lecita».  Per la Cassazione, dunque, «si trattava di una condotta legittima, pertinente alla tesi difensiva del lavoratore e non eccedente le sue finalità, che come tale non poteva in alcun modo integrare non solo l’illecito penale ma anche quello disciplinare, rispondendo alle necessità conseguenti al legittimo esercizio di un diritto, vale a dire il diritto di difesa.
Altro sarebbe stato, sia ben chiaro, se si fosse trattato di registrazioni di conversazioni tra presenti effettuate a fini illeciti (ad esempio estorsivi o di violenza privata).

In sostanza, il trattamento dei dati personali, ammesso in presenza del consenso dell’interessato, può avvenire anche in assenza di quest’ultimo, purché volto a far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria o nello svolgimento di investigazioni difensive, a condizione che i dati siano trattati per tali finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento.

Trattasi di una deroga che, nelle condizioni stabilite, rende tale attività lecita.

Conformemente, ha ritenuto illegittimo il licenziamento per violazione della privacy contestato al lavoratore, per avere registrato e filmato conversazioni all’insaputa dei colleghi, peraltro mai diffuse all’esterno, in quanto poste in essere al solo fine di difendere la propria posizione in azienda, in virtù delle avversità ed ostilità che lo vedevano destinatario, riconoscendogli pertanto il diritto alla reintegra in azienda.

note

[1] D.Lgs. n. 296 del 30.06. 2003.

[2] art. 167, comma 1, D. Lgs. 196/2003.

[3] Cfr. Cass. Sentenza n. 16886/2007; Corte d’Appello, sentenza n. 1242/2011

[4] cfr. Cass. Pen., sentenza n. 31342/11; Cass. Pen. sentenza n. 16986/09; Cass. Pen., sentenza n. 14829/09; Cfr. Cass., SS.UU., sentenza n. 3033/2011; Cass., sent. n. 17204/2013; Cass., sent. n. 18443/2013. 

[5] Cass., sez. lavoro, sentenza n. 11322 del 10.05.2018.

Autore immagine: Pixbay.com

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI