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Cancro al seno: quando il medico è responsabile

17 maggio 2018 | Autore:


> Business Pubblicato il 17 maggio 2018



Responsabilità medica: cosa succede se il medico, a seguito della decisione di non disporre accertamenti più invasivi, non riesce ad evitare l’insorgere di un tumore al seno?

Il cancro fa paura a tutti; non solo ai pazienti, ma anche ai medici. Molte volte, a dare una speranza è soltanto la possibilità di scoprire il tumore quanto prima, cosa che accade di rado e molto spesso in maniera fortuita.  Ma cosa succede se il medico, a seguito della decisione di non disporre accertamenti più invasivi, non riesce ad evitare l’insorgere di un tumore al seno? Rispondere a questo interrogativo, in realtà, è difficilissimo, poiché l’indagine andrebbe condotta caso per caso. Ciò che è certo è che il medico deve sempre rispettare le linee guida, poiché solo il rispetto delle linee guida o delle buone pratiche potrebbe esonerarlo da responsabilità. In realtà, come abbiamo avuto modo di approfondire nel nostro articolo: Colpa medica: quando il medico è responsabile, il rispetto delle linee guida o delle buone pratiche non esonera automaticamente da responsabilità l’esercente la professione sanitaria quando:

  • la scelta delle linee guida o delle buone pratiche è stata errata, in quanto non adeguata al caso concreto; in questo caso l’esercente la professione sanitaria risponde anche per colpa lieve;
  • la scelta delle linee guida o delle buone pratiche è stata corretta, ma la loro esecuzione, cioè l’applicazione alla fattispecie concreta, è stata sbagliata.

Negli altri casi, invece, e cioè quanto sia la scelta delle linee guida che la loro applicazione è stata corretta, il medico non potrà che andare esente da responsabilità. Sul punto, è appena tornata a pronunciarsi la Corte di Cassazione, chiamata a decidere sul caso di una donna deceduta di cancro al seno. Vediamo allora cosa ha affermato la Suprema Corte e quando sussiste la responsabilità del medico, che non ritenendo opportuni altri esami di approfondimento, non riesce ad evitare l’insorgere di un tumore al seno e, talvolta, la conseguente morte del paziente.

Cancro al seno: il rispetto delle linee guida esonera il medico

In Italia si sente spesso parlare di malasanità ed il proliferare di richieste risarcitorie nei confronti di medici accusati di malpratice sanitaria, non sembra affatto diminuire. Attualmente, si stima che in Italia ci siano ben 300mila cause pendenti per errore medico. Tuttavia, non può parlarsi di errore medico quando le linee guida siano state correttamente scelte ed eseguite dal personale sanitario. Questa riflessione è alla base della recente decisione della Corte di Cassazione, la quale, chiamata a pronunciarsi in ordine ad una richiesta di risarcimento danni da parte degli eredi di una donna deceduta di tumore al seno, ha ritenuto non sussistere alcun tipo di responsabilità in capo al personale medico.

Più nel dettaglio, a detta della Corte di Cassazione non è ascrivibile alcuna responsabilità per i medici radiologi che dopo aver eseguito la mammografia, a fronte di microcalcificazioni benigne, attenendosi alle linee guida, si limitano a prescrivere un follow up semestrale invece di disporre nuovi e più invasivi accertamenti.

Prevenire è sempre meglio che curare, questo è vero. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che i medici radiologici «erano chiamati ad eseguire la mammografia e a darne corretta lettura, e non rientrava nei loro compiti suggerire lo svolgimento di altri esami»; e, peraltro, che all’epoca (i fatti risalgono al 1987) «non v’era alcuna indicazione alla esecuzione di una ecografia» che pure avrebbe potuto evitare il tumore.

Così ragionando, la Suprema Corte ha rigettato le istanze dei parenti della donna. La Cassazione, nel motivare il diniego, ha anche messo in fila i vari passaggi della vicenda ricostruendo che: «a) il focolaio di neoplasia, che era stato evidenziato nella mammografia di febbraio 1999, non era visibile nelle due precedenti mammografie del dicembre 1987 e del giugno 1998; b) in presenza di micro-calcificazioni benigne, quali quelle apparse nelle mammografie del dicembre 1987 e del giugno 1998, le linee guida internazionali prevedono un follow up mammografico da effettuarsi in tempi brevi (e non indagini invasive, quali la biopsia); c) a tali linee guida risultano essersi attenuti i radiologi, i quali, in tempi diversi, hanno entrambi consigliato controlli ravvicinati; d) solo l’esecuzione di una ecografia nel giugno 1998 avrebbe potuto evitare il tumore, ma il ctu aveva ritenuto che, a detta data, “non v’era alcuna indicazione alla esecuzione della medesima e) entrambi i sanitari intervenuti erano radiologi, chiamati ad eseguire la mammografia e a darne corretta lettura, e non rientrava nei loro compiti suggerire lo svolgimento di altri esami o richiedere un consulto di altri specialisti, di talché la mancata esecuzione dell’approfondimento diagnostico; f) in assenza di uno specifico comprovato addebito colposo, elevabile nei confronti dei medici radiologi, perde rilievo la disamina della sussistenza del nesso di causalità tra la condotta dagli stessi tenuta e l’evento letale poi purtroppo verificatosi».

note

[1]  Cass. sent. n. 10158 del 26.04.2018.

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