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Assenza breve sul lavoro: è reato?

28 Maggio 2018 | Autore:


> Business Pubblicato il 28 Maggio 2018



Dipendenti pubblici: chi si assenta ingiustificatamente dal posto di lavoro  rischia non solo il licenziamento lampo, ma anche una condanna penale. Ciò vale anche se si tratta di assenze brevi

Il mondo del lavoro non è particolarmente generoso di opportunità in quest’ultimo periodo. Ecco perché chi un lavoro ce l’ha dovrebbe tenerselo stretto, soprattutto se il posto è fisso e lo stipendio è assicurato. A fronte delle difficoltà di chi non riesce a trovare un lavoro e, di conseguenza, ad arrivare a fine del mese; c’è chi invece ha un lavoro, ma non lo rispetta abbastanza. Stiamo parlando dei furbetti del cartellino, vale a dire i dipendenti che timbrano il badge senza essere sul posto di lavoro.

I furbetti del cartellino sono artefici di una pratica che, ad oggi, non passa impunita. La punizione consiste nel cosiddetto licenziamento lampo, vale a dire senza preavviso. Gli assenteisti della pubblica amministrazione, se scoperti, rischiano non solo la perdita del posto di lavoro, ma anche una condanna penale per il reato di false attestazioni o certificazioni [1] o, peggio, per il reato di truffa ai danni dello Stato [2].

Ma cosa succede se ci si allontana dal posto di lavoro solo per un breve lasso di tempo. Rischiano la condanna anche i lavoratori “colpevoli” di assenze brevi sul lavoro? A rispondere è stata la Corte di Cassazione con una recentissima sentenza [3]. Vediamo allora cosa rischiano i dipendenti che si allontanano da lavoro solo per una breve pausa. Prima, però, vediamo cosa dispone, più in generale, la legge sui cosiddetti furbetti del cartellino.

Il decreto “anti-furbetti”del cartellino

Come noto, il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo sul licenziamento lampo dei cosiddetti “furbetti del cartellino”. Si tratta di uno dei decreti attuativi della Riforma Madia, che si pone l’obiettivo di acuire la severità nei confronti dei “fannulloni” della Pubblica Amministrazione e di valorizzare il riconoscimento per chi invece “lavora bene” e fa il proprio dovere ogni giorno.  Detto decreto prevede che i dipendenti pubblici che timbrano o si fanno timbrare il cartellino e poi si allontanano dal posto di lavoro (o non ci sono mai stati, perché ad esempio a riposo) dovranno essere sospesi entro 48 ore dalla commissione del fatto. Dopodiché avrà inizio il procedimento disciplinare che dovrà concludersi entro 30 giorni dalla sospensione: nel caso in cui l’illecito risulti provato seguirà immancabilmente il licenziamento. Si tratta di un procedimento molto accelerato. Ed infatti, l’iter per accertare l’abuso non potrà essere lungo come quello precedente che poteva durare sino a 120 giorni, ma dovrà concludersi entro un mese.

Non c’è scampo, quindi, per chi venga colto in flagrante con telecamere o altri strumenti che registrino l’accesso sul posto di lavoro ed il successivo allontanamento: chi falsifica la propria presenza in ufficio verrà immediatamente sospeso.

Furbetti del cartellino: niente lavoro, né stipendio

Si badi bene, la sospensione non riguarda solo l’incarico, ma anche la retribuzione. Ed infatti, in tali ipotesi – fatto salvo il diritto all’eventuale assegno di mantenimento  –  al lavoratore “sleale” verrà immediatamente negato lo stipendio. La sospensione (dall’incarico e dalla retribuzione) deve essere disposta dal responsabile della struttura ove il dipendente “disonesto” presti la propria attività lavorativa, senza che sia nemmeno necessario previamente sentire cosa il lavoratore abbia da dire “a sua discolpa”. Non c’è, infatti, alcun obbligo di preventiva audizione dell’interessato. A tal proposito si evidenzia che, secondo quanto dispone il decreto “anti-furbetti”, se il dirigente omette di denunciare l’abuso entro le 48 ore dal momento in cui viene a conoscenza del fatto incorrerà in pesanti sanzioni, rischiando addirittura il licenziamento. Orbene, se si considera che prima della riforma il dirigente “omertoso” non rischiava quasi nulla se non al massimo una sospensione, evidenti risultano i cambiamenti.

Dipendenti: l’assenza breve non salva dalla condanna

Come anticipato, gli assenteisti della pubblica amministrazione non rischiano solo di perdere lavoro e stipendio; rischiano anche un processo penale con relativa condanna. Sul punto, la Corte di Cassazione ha appena avuto modo di precisare che non si salvano nemmeno i dipendenti colpevoli di assentarsi solo per brevi pause. Gli assenteisti della pubblica amministrazione, dunque, non possono invocare la «tenuità del fatto» per evitare la condanna quando le loro uscite ingiustificate sono poche, o brevi, o comunque non provocano un disservizio grave all’ufficio. Questo è quanto ha affermato la Suprema Corte, respingendo i ricorsi di 26 dipendenti dell’Asl di Brindisi che avevano subito condanne fra i sette mesi e i due anni a seconda dei casi.

A nulla, quindi, sono valse le giustificazioni dei  dipendenti, i quali hanno tentato di difendersi asserendo che le assenze erano limitate sia nella durata che nella frequenza. A detta dei supremi giudici, infatti, a prescindere dalla quantità e dalla durata, le assenze ingiustificate producono comunque all’amministrazione «un danno economico diretto che, per quanto minimo, non è comunque inconsistente e quindi non può far ritenere la condotta del tutto inoffensiva»; anche perché il fatto che il danno possa essere «minimo» non significa che sia anche «impercettibile», e le regole non ammettono una “soglia di tolleranza” sotto la quale le pene possano essere abbuonate.

I furbetti, inoltre, hanno tentato di scagionarsi dalle accuse asserendo che nonostante le loro assenze, l’ufficio continuasse comunque a funzionare. Con tale osservazione, tuttavia, i lavoratori non hanno fatto altro che darsi ulteriormente la zappa sui piedi. La circostanza, infatti, è la dimostrazione che le uscite fossero strategiche ed organizzate con l’obiettivo di «lucrare minimi ma ripetuti benefici e facendo attenzione a non rendere evidenti i ritardi e gli allontanamenti». È ovvio, inoltre, che un’azienda o un ufficio possa  funzionare anche quando qualcuno è assente altrimenti, per assurdo, nessun lavoratore potrebbe beneficiare dei congedi ordinari e straordinari.

note

[1] Art. 495 Cod. Pen.

[2] Art. 640, comma 2, n. 1 Cod. Pen.

[3] Cass. II sez. penale, sent. n. 22972 del 22.05.2018.


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