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Morte del congiunto: spettano reversibilità e risarcimento?

29 maggio 2018 | Autore:


> Business Pubblicato il 29 maggio 2018



In caso di morte del congiunto, dovuta a colpa altrui, il familiare superstite può richiedere il risarcimento dei danni patrimoniali se percepisce la pensione di reversibilità?

Come noto, nei casi in cui si verifica la morte di un familiare per un fatto addebitabile ad un terzo soggetto, il congiunto superstite ha possibilità di ottenere la pensione di reversibilità da parte dell’Inps, ma ha anche diritto al risarcimento integrale dei danni patrimoniali rappresentati dalla perdita del vantaggio economico apportato in vita dal coniuge. Rispetto a ciò, tuttavia si pone un interrogativo: come si calcola il risarcimento? Va detratto quanto corrisposto a titolo di pensione di reversibilità?

Cerchiamo di dare risposta a questo interrogativo, iniziando col comprendere in cosa consiste la pensione di reversibilità.

Pensione di reversibilità: cos’è?

La pensione di reversibilità è la prestazione economica che viene erogata in favore dei familiari superstiti del pensionato o del lavoratore deceduto. Essa appartiene alla più ampia famiglia delle cosiddette pensioni ai superstiti e va intensa come tutela previdenziale nella quale l’evento protetto è la morte che, per legge, presuntivamente crea una situazione di bisogno per i familiari del defunto (soggetti protetti). In altre parole, con tale erogazione, si garantisce ai superstiti la continuità del sostentamento economico.

Per quanto riguarda quella erogata al lavoratore, cosiddetta pensione indiretta, la condizione è che lo stesso abbia maturato, fino all’evento, alternativamente:

  •  almeno 780 contributi settimanali;
  • almeno 260 contributi settimanali, di cui 156 nei cinque anni precedenti alla morte.

La pensione viene erogata dall’Istituto nazionale della Previdenza Sociale (Inps) ed è legata al reddito Irpef.

La pensione di reversibilità spetta dal primo giorno del mese successivo a quello in cui è avvenuto il decesso, dunque, indipendentemente da quando viene presentata la domanda.

Chi sono i beneficiari della pensione di reversibilità?

Per legge, i beneficiari della pensione di reversibilità sono i seguenti:

  • coniuge superstite (marito o moglie) , anche se al momento della morte erano separati;
  • coniuge divorziato, a condizione che sia titolare dell’assegno periodico divorzile, che non sia passato a nuove nozze e che la data di inizio del rapporto assicurativo sia anteriore alla sentenza di scioglimento/cessazione degli effetti civili;
  • coniuge divorziato passato a nuove nozze, ha diritto solamente ad un assegno una tantum, pari a due annualità della quota di pensione in pagamento;
  • figli che al momento del decesso del genitore risultano essere minorenni, inabili, studenti universitari ed a carico dei genitori;
  • nipoti a carico del defunto.

Nel caso in cui non vi siano il coniuge, i figli o i nipoti, la pensione dovrà essere erogata ai genitori, purché di età inferiore a 65 anni, non titolari di una pensione propria ed a carico del defunto.

In mancanza anche dei genitori, viene assegnata ai fratelli non sposati, inabili non titolari di pensione a carico del defunto.

Pensione di reversibilità: l’entità

La pensione ai superstiti erogata dall’Inps, che come poc’anzi detto, decorre dal primo giorno del mese successivo a quello del decesso del pensionato o dell’assicurato, spetta in una quota percentuale della pensione già liquidata o che sarebbe spettata all’assicurato/lavoratore.

Le aliquote sono pari al:

  • 60% per il coniuge senza figli;
  • 80% per il coniuge con un figlio;
  • 100% per il coniuge con due o più figli;
  • 15% per ogni familiare diverso dal coniuge, figli e nipoti.

Ciò che è bene sapere, in merito, è che la somma erogata non corrisponde all’intero importo della pensione di cui era titolare, o di cui sarebbe stato titolare il defunto ed, inoltre, è soggetta a riduzioni nei casi in cui il beneficiario possieda altri redditi.

Indennità per morte ed indennità una tantum

Da non confondere con la pensione di reversibilità sono le indennità per morte (dovuta ai superstiti del lavoratore assicurato Inps fino al 31.12.1995) e quella una tantum (dovuta ai superstiti del lavoratore assicurato Inps a partire dal 31.12.1995) che, diversamente, vengono corrisposte solo allorquando il lavoratore defunto non abbia raggiunto i requisti richiesti, e sopra ricordati, per l’ottenimento della pensione.

Quando cessa l’erogazione della pensione di reversibilità?

La pensione di reversibilità non dura per sempre, in quanto può venire meno al verificarsi delle seguenti condizioni:

  • se il coniuge superstite si risposta;
  • se non sussiste più lo stato di inabilità del soggetto beneficiario;
  • se i figli beneficiari si laureano, terminano o interrompono gli studi, o comunque al compimento del 26esimo anno di età;
  • se i fratelli celibi e sorelle nubili si sposano o prendono un’altra pensione.

Risarcimento danno patrimoniale

Quando si affronta il tema della morte di un congiunto per il fatto addebitabile ad un terzo, emerge anche il tema del risarcimento del danno patrimoniale, nella sua duplice declinazione del danno emergente e del lucro cessante [1].

Danno patrimoniale: danno emergente e lucro cessante

Il danno emergente rappresenta le spese che sono state affrontate dai prossimi congiunti del defunto sia pre-mortem (spese ospedaliere e mediche) che post-mortem (spese per il funerale). In altre parole, si tratta di tutti quegli esborsi sostenuti che, direttamente o indirettamente, sono legati all’evento morte del congiunto.

Il lucro cessante, invece, indica il mancato guadagno, ossia, nel caso di specie, il mancato guadagno causato dalla perdita di un familiare (ad esempio per un incidente stradale). I familiari del defunto che aveva in atto rapporti economici attivi, inevitabilmente, subiscono un danno patrimoniale dalla sua perdita e, pertanto, il responsabile sarà chiamato, appunto, a risarcire questo danno.

Per comprendere meglio facciamo un esempio:  pensiamo al decesso di un soggetto che provvedeva con il proprio reddito da lavoro a sostenere l’intera famiglia. In questo casi il risarcimento del danno deve appunto tenere conto del mancato afflusso di denaro che i congiunti hanno subito a causa dell’evento morte.

Per quantificare il lucro cessante bisogna tenere in considerazione:

  • il presumibile reddito medio futuro del defunto, se fosse rimasto in vita;
  • il reddito che il defunto avrebbe, con molta probabilità, devoluto a ciascuno degli aventi diritto, in virtù di obbligazioni o di disposizioni di legge, come ad esempio in materia di alimenti, prendendo in considerazione però anche le risorse che avrebbe impiegato per le proprie esigenze di vita.

Onde evitare di gravare più del dovuto sul debitore e di escludere il rischio di un ingiustificato arricchimento, spesso si prende in considerazione, per il calcolo di quanto dovuto al superstite del premorto, il reddito annuale percepito da quest’ultimo.

Ingiustificato arricchimento

Uno degli aspetti che di certo non può essere trascurato, nell’esaminare, seppur succintamente, il tema del risarcimento del danno è l’istituto dell’arricchimento senza causa. Invero, è bene rammentare che per “ingiustificato arricchimento[2] si intende quel vantaggio di natura patrimoniale conseguito da un soggetto a danno di un altro. La conseguenza è che l’arricchito è chiamato a rendere quanto percepito in assenza di una giusta causa.

Nel risarcimento dei danni, il danneggiato, proprio a causa dei danni a lui derivati dal fatto illecito altrui, vedrà aumentare il proprio patrimonio, a danno di quello del danneggiato, senza che ciò integri un ingiustificato arricchimento, proprio perché vi è la causa che l’ordinamento riconosce quale giustificazione dello spostamento patrimoniale, ovvero, l’esistenza di un fatto illecito che ha generato danni nei confronti del danneggiato.

Posto ciò, il risarcimento deve comunque coprire l’effettivo danno cagionato, non oltrepassarlo, proprio perché non può costituire fonte di arricchimento. Il fine ultimo del risarcimento è, infatti, quello di ripristinare la situazione patrimoniale del danneggiato esistente prima del verificarsi dell’evento e non di arricchirlo.

A quanto detto deve aggiungersi, inoltre, che così come occorre evitare di corrispondere al danneggiato una liquidazione superiore al danno effettivamente prodotto per escludere l’ingiusto arricchimento, è altresì necessario prendere in considerazione anche gli eventuali effetti vantaggiosi conseguiti dal fatto dannoso, nei confronti del danneggiato.

Tale principio di diritto non codificato, ma riconosciuto dalla dottrina e dalla giurisprudenza come “compensatio lucri cum danno“, sancisce che il vantaggio deve rappresentare una conseguenza immediata e diretta dell’illecito che ha cagionato il danno. Orbene, quando dal fatto illecito vi siano conseguenze vantaggiose, dall’ammontare del danno da risarcire debbono essere detratti i vantaggi rilevati.

Particolarmente controversi sono, però, i confini entro i quali tale principio deve trovare applicazione, soprattutto quando il vantaggio patrimoniale del danneggiato, riconducibile ad un fatto illecito, deriva da due titoli differenti e da due soggetti obbligati.

Si tratta proprio di quei casi in cui accanto al danneggiato vi è colui un soggetto chiamato a rispondere civilmente dell’evento e con lui obbligato, per legge o per contratto, ad erogare un beneficio, proprio come quello della pensione di reversibilità.

Queste lunghe premesse sono necessarie per tornare al quesito posto in apertura: ovvero ai prossimi congiunti di un familiare defunto per colpa altrui, spetta oltre al risarcimento dei danni patrimoniali anche l’ulteriore incremento patrimoniale erogato dall’Inps o, quest’ultimo va detratto all’ammontare del ristoro dei danni in virtù del principio della compensatio da ultimo accennato? Più sinteticamente: la pensione di reversibilità è da considerare o meno parte integrante del risarcimento patrimoniale?

Reversibilità e risarcimento: quale rapporto?

La Corte di Cassazione è intervenuta sul tema per chiarire quando è possibile parlare di cumulo o meno della pensione di reversibilità con il risarcimento del danno patrimoniale, nel caso di morte del congiunto per fatto illecito altrui.

Le Sezioni Unite della Cassazione hanno statuito che la compensazione opera, senza ombra di dubbio, in tutti i casi in cui il soggetto autore dell’illecito, chiamato a risarcire i danni provocati, coincide con colui che per legge è tenuto ad erogare il beneficio [3]. Tipico caso, per comprendere meglio, è quando il Ministero della Salute è obbligato a risarcire i danni cagionati al paziente ed a corrispondergli contestualmente l’indennizzo previsto dalla legge in caso di emotrasfusioni con sangue infetto [4]. In virtù del principio richiamato, vi è il divieto del cumulo dei due importi, per cui opera la detrazione dalla somma dovuta a titolo di risarcimento di quella avente natura indennitaria.

Diverso è quando i soggetti obbligati nei confronti del danneggiato siano differenti e con titoli di versa natura. Qui si è registrato un contrasto che merita di essere rammentato, se non altro perché è la questione centrale che qui si affronta, inerente il diritto a percepire integralmente, o meno, la pensione di reversibilità.

Sul punto, infatti, secondo un primo orientamento [5], la pensione di reversibilità non deve essere essere presa in considerazione nella liquidazione dei danni patrimoniali da morte del familiare. Ciò, in quanto, l’erogazione previdenziale è titolo differente avente natura non affatto risarcitoria. Perciò, non può operare la compensatio perché la pensione trova la sua fonte e la sua ragione giuridica da un titolo diverso ed indipendente dal fatto illecito e la morte rappresenta solo una condizione che dà efficacia a quel titolo.

Sarebbe diverso, e quindi opererebbe la compensatio, se il vantaggio rappresentato dall’indennizzo fosse conseguenza immediata e diretta del fatto illecito.

Per altro indirizzo della giurisprudenza, dall’ammontare del risarcimento del danno patrimoniale patito dal familiare di persona deceduta per colpa altrui deve essere sottratto il valore della pensione di reversibilità, attesa la funzione indennitaria assolta da tale trattamento, che è rivolto a sollevare i familiari dallo stato di bisogno derivante dalla scomparsa del congiunto, con conseguente esclusione del danno risarcibile [6].

Reversibilità e risarcimento: la soluzione delle Sezioni Unite

Tale contrasto è stato rimesso alle Sezioni Unite che hanno enunciato il principio di diritto, secondo il quale, dal risarcimento del danno patrimoniale patito dal familiare di persona deceduta, per colpa altrui, non deve essere detratto il valore capitale della pensione di reversibilità accordata dall’Inps [7].

Le ragioni a fondamento sono che la pensione di reversibilità non è diretta a rimuovere le conseguenze prodottosi nel patrimonio del danneggiato per effetto dell’illecito altrui, ovvero non ha funzione indennitaria. Bensì, rappresenta l’adempimento di una promessa rivolta al lavoratore/pensionato che, attraverso il sacrificio di una parte del proprio reddito lavorativo, ha contribuito ad alimentare la propria posizione previdenziale. Pertanto, spetta per il fatto del decesso, indipendentemente dalla causa determinante.

note

[1] Art. 1223 cod. civ.

[2] Art. 2014 Cod. Civ.

[3] Cass. Civ., SS.UU.,sent. n. 584/2008; Cass. Civ., sent. n. 6573/2013.

[4] Legge n. 210/1992.

[5] Cass. Civ., sent. n. 3357/2009; Cass. Civ., sent. n. 8828/2003.

[6] Cass. Civ., sez. III, sent. n. 13537/2014.

[7] Cass. Civ., SS.UU., sent. n. 12567 del 22.05.2018.

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