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Foto prelevate da internet senza autorizzazione: ecco la polizia privata del web

13 giugno 2013 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 giugno 2013



Si chiama CEG TEK International, ha sede in California e si vale della piattaforma Copyright Settlements: così la polizia privata sul web tenta di stanare le violazioni dei diritti d’autore sulle immagini prelevate da Google e ripubblicate senza autorizzazione.

Se avete prelevato, almeno una volta nella vostra vita, una foto da Google Immagini e l’avete ripubblicata sul vostro sito o sul profilo Facebook, questo articolo fa per voi. Perché potreste trovarvi dinanzi a una denuncia “privata” con richiesta di circa 500 dollari di risarcimento a fotografia.

La violazione dei diritti d’autore su internet

Al copyright, assediato da internet e dalle continue violazioni, è sempre più difficile dare effettiva tutela. Assistiamo a continue trovate, da parte dei detentori dei diritti, più spesso rivolte a creare una pressione psicologica negli utenti, nella speranza che la semplice minaccia di azioni giudiziali possa realizzare quello che nessuna aula di tribunale o autorità di polizia riuscirebbe invece a fare in breve tempo.

Che ormai si sia persa la percezione del disvalore giuridico insita nella violazione dei diritti d’autore non c’è alcun dubbio. L’utente di internet preleva, copia, incolla, impasta, modifica, riutilizza senza alcuna remora. E lo fa in pubblico, segno evidente che, nel suo immaginario, si tratta di un’attività moralmente lecita. Che poi la legge tuteli un dinosauro arretrato, che i suoi genitori chiamavano copyright, per il netizen si tratta di un semplice dato storico. Null’altro. Un po’ come i bambini della fine degli anni ’50 giocavano con i resti delle divise degli eserciti e gli elmetti trovati nelle campagne.

 

Le immagini

Una delle violazioni più frequenti è quella delle fotografie. Google ha reso disponibile un vero e proprio database delle immagini presenti sul suo motore di ricerca: ciò, che rende più facile all’usurpatore la ricerca dell’oggetto da depredare, si trasforma anche un indiretto incentivo. “L’ho utilizzata perché era pubblicata su Google Immagini”: una giustificazione che chissà quante volte avremo dato o sentito.

La polizia privata sul web

Per far fronte a questa catastrofica situazione, si sono studiati vari strumenti. Da ultimo, sta intervenendo una società americana, con sede in California, la CEG TEK International che, facendosi portavoce dei titolari dei diritti d’autore, grazie all’ausilio di un software automatico di ricerca delle immagini (lo troverete al sito https://www.copyrightsettlements.com) riesce a individuare le riproduzioni non autorizzate di immagini altrui.

Al ché, la società californiana invia, al “ladruncolo di internet”, una email semplice e, richiamando la legge americana sul copyright (il DMCA, Digital Millennium Copyright Act), gli intima la cancellazione della foto e un risarcimento pari a 500 dollari a immagine.

Seppur la pretesa è – in astratto – fondata, e chi utilizza foto senza autorizzazione o senza indicare il nome dell’autore, l’anno di riproduzione o il link di provenienza si espone al rischio di una rivendicazione del titolare, ci sono alcune questioni che, prima di affrettarsi a pagare la CEG TEK, vanno segnalate.

1. Innanzitutto, la CEG dovrebbe esibire – cosa che invece non fa – il mandato che la lega al titolare dei diritti della fotografia. Una semplice email inviata per conto di terzo non prova l’esistenza di un rapporto di rappresentanza con l’autore. Il punto non è un aspetto di pura forma: infatti, ogni pagamento effettuato a un falso rappresentante, non legittimato dal titolare del diritto, non libera il debitore. È buona regola, quindi, prima di dare soldi a uno sconosciuto che si presenti come rappresentante di un altro soggetto, chiedergli prova della procura.

2. La CEG cita il DMCA, tuttavia la competenza territoriale per una eventuale azione di risarcimento del danno compete al giudice italiano. Pertanto non si applicheranno più le norme sul diritto d’autore americano, ma quelle italiane con le relative convenzioni internazionali.

Anche questo costituisce un deterrente all’azione giudiziale se il titolare dell’immagine è un cittadino straniero: nessuno si inabissa con piacere nei lunghi e costosi meandri dei nostri tribunali se non per richieste di valore considerevole.

3. La diffida inviata con una semplice email non ha valore legale: non prova l’invio né la ricezione da parte del destinatario. Al massimo, essa dovrebbe essere inviata per Pec.

Questo aspetto evidenzia la scarsa serietà dell’intenzione di portare avanti una reale azione giudiziaria.

4. La richiesta di risarcimento, quantificata in 500 dollari, ci appare estremamente esosa.

Ai sensi della nostra legge, infatti, il risarcimento deve tenere conto

– del danno provocato all’autore

– e dell’utile ricavato dall’utilizzatore.

Quanto al primo elemento, bisognerebbe verificare il possibile guadagno che l’autore avrebbe tratto dall’immagine. Gran parte delle foto a pagamento presenti su internet, però, sono vendute a prezzi modici, spesso non superiori a 30 euro.

Quanto al secondo elemento, un sito di medie dimensioni guadagna attraverso banner pubblicitari collegati alle pagine web: ciascuna di esse, però, difficilmente genera ricavi superiori a 50 euro.

Le predette considerazioni, lungi dal voler essere un incentivo a non riconoscere il dovuto a chi ha subìto un illecito, servono solo a sollecitare comunque una meditazione sulle contrapposte posizioni.

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