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Eutanasia: il dramma di Romina. Soluzione del caso “Se tu fossi la Cassazione”

14 giugno 2013


Eutanasia: il dramma di Romina. Soluzione del caso “Se tu fossi la Cassazione”

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 giugno 2013



Soluzione del caso “Il dramma di Romina”; diritto a interrompere la vita garantita solo dai macchinari: quando prevale il diritto alla autodeterminazione dell’uomo e quando invece il diritto alla vita?

Pubblichiamo la soluzione al quiz: “Se tu fossi la Cassazione: il dramma di Romina“.

La domanda di Luca può essere accolta.

Secondo la Cassazione [1], l’idratazione e l’alimentazione artificiale con un sondino naso-gastrico non costituiscono una forma di accanimento terapeutico; tuttavia, si tratta comunque di un trattamento sanitario.

In questi casi, il giudice, può, su istanza del tutore, autorizzarne l’interruzione soltanto se ricorrono entrambi i seguenti presupposti:

a) la condizione di stato vegetativo del paziente deve essere irreversibile, senza alcuna sia pur minima possibilità, secondo standard scientifici internazionalmente riconosciuti, di recupero della coscienza e delle capacità di percezione;

b) deve essere univocamente accertato, sulla base di elementi tratti dal vissuto del paziente, dalla sua personalità e dai convincimenti etici, religiosi, culturali e filosofici che ne orientavano i comportamenti e le decisioni, che questi, se cosciente, non avrebbe prestato il suo consenso alla continuazione del trattamento.

Ove l’uno o l’altro presupposto manchino, deve essere negata l’autorizzazione. In tali casi, infatti, va incondizionata prevalenza al diritto alla vita, indipendentemente dalla percezione, che altri possano avere, della qualità della vita stessa.

note

[1] Cass. sent. n. 21748 del 16.10.2007.

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1 Commento

  1. Come è possibile che ancora si metta in discussione, dopo i tragici casi di accanimento terapeutico che abbiamo avuto anche in Italia, il diritto a morire? Nessuno dovrebbe impedire a una persona capace di intendere e di volere di porre fine alla propria vita, quando questa sia ritenuta non più meritevole di essere continuata. Nessuno può sindacare questa scelta, maturata liberamente dal soggetto che chiede la morte. La libertà dell’individuo è il bene assoluto. La sua autodeterminazione il bene sostanziale. La vita è di chi la vive. La vita è un diritto, non un obbligo.

    Ma a parte questa insindacabile scelta individuale, che dovrebbe essere tutelata in uno Stato di diritto e democratico fondato sul rispetto dei diritti della persona, bisogna anche considerare, sotto il profilo sociale, che vi sono patologie che comportano un iter prevedibile caratterizzato da sofferenze insopportabili che si accompagnano ad una progressiva umiliazione dell’uomo, incapace di determinarsi, di badare a se stesso, di mantenere un contegno dignitoso: per sottrarsi a questa insopportabile situazione, il paziente deve essere assecondato e aiutato qualora chieda un intervento letale. La morte è l’inevitabile soluzione per liberarci dalla prigione di un corpo che incatena e rende schiavi della sofferenza.

    Il diritto a morire con dignità è allora il riflesso del diritto a vivere degnamente. Quando non vi sia alcuna speranza di ripresa di una vita sana e degna di essere vissuta e lo stato di malattia resti irreversibile secondo le regole scientifiche internazionalmente riconosciute, deve essere riconosciuto il diritto porre termine alla propria inutile e sofferente esistenza. Che significato avrebbe un’esistenza sofferente?

    Di tutte le esperienze umane, quella del soffrire è senz’altro la più temuta da chiunque, anche oltre la stessa morte. Pure la paura della morte è la stessa per i credenti e per il laici, anche se i primi sono certi di un’altra vita ultraterrena. L’etica laica considera sacro l’individuo in sé, e con esso la. sua dignità, la sua personalità, la sua persona, la sua volontà. L’etica cattolica considera la persona sacra in quanto figlio di Dio, sacra in quanto partecipe della sacralità del divino. Ora, anche se i credenti, in una visione “cristiana”, ritengono che soffrire abbia un qualche valore, il buon senso ci dice che stare male non serve a nessuno e anzi provoca soltanto disagi sia a noi sia a chi ci vuole bene. Quando sfuggire alla sofferenza diventa non più possibile, l’unica cosa che rimane da fare è sfuggire alla vita.

    L’aspetto sociale del diritto individuale di eutanasia diventa evidente se solo consideriamo la spesa sanitaria pubblica, che subisce per ogni paziente in media un’impennata nei suoi ultimi tre anni di vita. Non possiamo più permetterci di sopportare costi sociali elevati a fronte di persone non più produttive, sofferenti e demoralizzate. Grazie al loro “sacrificio” si potranno destinare molte risorse risparmiate a pazienti veramente bisognosi e ancora produttivi. E il morale dei loro familiari sarà, a sua volta, foriero di maggior produttività, venendo a loro risparmiata la dura prova di assistere per lungo tempo un malato senza speranza. Sotto questo aspetto è innegabile che l’eutanasia è un risparmio per tutti.

    Il mistero della vita e della morte non deve più renderci schiavi di credenze religiose e di sensi di colpa, con le conseguenti sofferenze che si moltiplicano per i familiari, gli amici, i conoscenti, il personale medico tutto. Sia risparmiata anche a noi la visione di una persona che soffre terribilmente senza una speranza di guarigione. Ogni accanimento terapeutico deve essere visto come un atto criminale, contro la vita e i diritti dell’uomo.

    Richiamo un mio precedente articolo sul tema: http://gbonomo1.blog.tiscali.it/2012/03/27/testamento-biologico-e-diritto-all%e2%80%99autodeterminazione-per-un%e2%80%99etica-del-commiato-e-una-cultura-del-%e2%80%9cbuon-morire%e2%80%9d-2/?doing_wp_cron

    Avv. Giovanni Bonomo

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