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Prelievi dal conto e presunzione di compensi: a rischio illegittimità costituzionale

9 febbraio 2014


Prelievi dal conto e presunzione di compensi: a rischio illegittimità costituzionale

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 febbraio 2014



Movimenti non giustificati sul conto corrente che diventano “nero”: secondo la CTR Lazio, la norma potrebbe essere incostituzionale; prova diabolica sui prelievi da conto corrente: il contribuente dovrebbe dimostrare l’utilizzo di operazioni passate, benché all’epoca non fosse obbligatorio. 

 

La norma che trasforma in presunzione di compensi in nero i prelievi bancari non giustificati [1] è passata al vaglio della Corte Costituzionale. Secondo infatti la Commissione Tributaria del Lazio [2], tale disposizione potrebbe essere incostituzionale.

Come ormai in molti sanno, sia per i professionisti che per i lavoratori autonomi, la legge [1] presume che tutti i prelievi dal conto e gli importi riscossi, in mancanza dell’indicazione dei beneficiari, abbiano il carattere di “compensi” (non dichiarati); essi pertanto, vanno sottoposti a tassazione. Ma questa presunzione – a cui è stato anche riconosciuto valore retroattivo – potrebbe cadere sotto la scure della Corte Costituzionale. Infatti, secondo la Commissione Tributaria Regionale del Lazio (che ha effettuato il rinvio al giudice delle leggi) la norma si macchierebbe di incostituzionalità.

Secondo la CTR Lazio tale presunzione di “compensi” comporterebbe una gravosa inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, obbligando ad una prova impossibile (prova diabolica) se si considera che questi dovrebbe provare, ex post, la destinazione dei prelievi sul conto corrente benché, all’epoca, tale onere non fosse previsto; da cui l’impossibilità per i contribuenti di procurarsi, al tempo della notifica degli accertamenti d’imposta, la prova della giustificazione dei prelevamenti pregressi.

Ciò comporterebbe una compressione del diritto di difesa e del principio dell’affidamento che, benché esplicitato solo in una norma del 2010 [3], è comunque immanente nel nostro sistema costituzionale tributario.

Inoltre tale l’inversione dell’onere della prova finisce per avvantaggiare l’Agenzia delle Entrate a discapito del contribuente; la prima, infatti, sarebbe sollevata dall’onere di provare il fondamento della pretesa fiscale, invece dovuto secondo la norma pro tempore vigente.

Il cittadino che documenta le proprie entrate sino all’ultimo centesimo e dimostra di aver regolarmente dichiarato il proprio reddito dovrebbe avere poi il diritto di spenderlo in piena libertà, senza rendere conto a nessuno delle proprie scelte. E invece così non è. La legge consente questa libertà solo ai lavoratori dipendenti o a chi vive di rendita. Ma non a chi ha un reddito di impresa o di lavoro autonomo.  Costoro, infatti, devono documentare al Fisco che cosa hanno fatto di tutte le somme prelevate dal proprio conto corrente bancario. Se non offrono tale dimostrazione scatta una presunzione – a favore, ovviamente, del Fisco – che quanto prelevato si può trasformare in incasso e, quindi, in “nero”.

Secondo la Commissione Tributaria del Lazio, però, la disposizione in commento sarebbe irrazionale e paradossale sul fronte del diritto alla difesa. Infatti, delle due l’una:

– o basta la semplice indicazione del nome del beneficiario a giustificare il prelievo in contante dai conti correnti e vincere la presunzione relativa di reddito professionale, ma, di fatto, la disposizione diventerebbe inutile per accertare maggiori redditi;

– oppure occorre un obbligo probatorio aggiuntivo – non previsto da alcuna norma – di precostituzione della giustificazione dell’operazione bancaria.

La Consulta aveva già rigettato nel 2011 la medesima questione, ritenendo che già prima dell’emanazione della norma, la Cassazione riteneva tale presunzione applicabile tanto ai titolari di reddito di impresa, tanto ai lavoratori autonomi.

note

[1] Art. 32, comma 1, n. 2, secondo periodo, DPR 600/1973.

[2] CTR Lazio ord. del 27.29.2013.

[3] L. 212/2000.

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