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Le Guide Conti in tasca agli avvocati: le spese fisse della libera professione

Le Guide Pubblicato il 18 giugno 2013

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> Le Guide Pubblicato il 18 giugno 2013

Quota di iscrizione all’ordine, contributi alla Cassa Forense, assicurazione obbligatoria: fare l’avvocato può arrivare a costare circa 5mila euro all’anno: ecco il dettaglio delle spese da affrontare.

Per tutti coloro che non hanno il “piacere” di avere un’attività autonoma, specie come libero professionista iscritto ad uno specifico albo, mi premeva fare chiarezza su quelli che sono i costi fissi richiesti dall’ordinamento per lo svolgimento della professione. Mi riferisco a tutte quelle spese imposte per legge a chiunque voglia svolgere legittimamente (e non abusivamente) una di queste professioni.

Chi è privilegiato?

Sono troppe le volte in cui sento parlare di fantomatici privilegi di cui i liberi professionisti si avvantaggerebbero. Tuttavia facendo un po’ di conti nelle loro tasche, emerge una situazione tutt’altro che privilegiata.

Parlerò qui del caso a me più noto, cioè quello della professione di avvocato, ma il principio di fondo è applicabile anche alle altre principali professioni cosiddette “regolamentate”. Di certo, però, il caso degli avvocati è quello attualmente che desta più interrogativi a causa della ormai conclamata crisi della categoria.

Ciò su cui mi interessa fare particolare chiarezza è un concetto essenziale che ai più sembra sconosciuto e che spesso risulta incomprensibile quando provo a spiegarlo: cioè il fatto che tali spese non siano proporzionali a quanto guadagnato e che quindi incidano sulle finanze del professionista anche quando in un certo periodo della sua vita professionale non abbia goduto di molta fortuna e quindi non abbia avuto un fatturato soddisfacente.

I conti in tasca agli avvocati

Partiamo dalla spesa più essenziale: la quota di iscrizione che ogni anno l’avvocato deve versare al proprio ordine. A seconda dell’ordine a cui si è iscritti, la quota attualmente oscilla tra i 205 e i 230 euro (io presso l’Ordine Avvocati di Lodi ho pagato 208 euro per il 2013).

Passiamo poi alla nota più dolente: i contributi minimi della Cassa Forense.

Infatti, dal 2012 con l’iscrizione all’Albo avvocati si è automaticamente obbligati ad iscriversi anche alla corrispondente cassa di previdenza.

Molti ingenuamente penseranno che i liberi professionisti paghino i contributi proporzionalmente a quanto fatturato. In un certo senso è così; ma appunto qui si tratta di contributi minimi, dovuti alla cassa per il mero fatto dell’iscrizione, quindi anche qualora in quell’anno il professionista non abbia emesso fatture. Poi, qualora il fatturato abbia superato una certa soglia, oltre ai contributi minimi l’avvocato dovrà versare anche i cosiddetti contributi integrativi.

Per l’anno 2012 i contributi minimi ammontano ad un totale di Euro 3512, così ripartiti:

contributo minimo soggettivo:  € 2.700,00

contributo minimo integrativo:  € 680,00

contributo per l’indennità di maternità:   € 132,00

Oltre all’obbligo di iscrizione alla Cassa Forense, le riforme apportate nel 2012 hanno istituito l’obbligo per ogni avvocato di stipulare una polizza sulla responsabilità professionale.

Da quello che ho sentito in giro le offerte delle più comuni compagnie di assicurazione oscillano tra i 280 euro e i 400 euro, a seconda del massimale e di altri parametri.

Poi c’è la gestione contabile. Infatti, a meno di essere degli avvocati tributaristi o comunque di avere una certa personale dimestichezza con la materia, difficilmente un professionista può farsi carico in autonomia della gestione contabile e previdenziale relativa alla sua attività, in tempi come questi di particolare complessità e di continuo cambiamento dei regimi fiscali. Ciò comporta la necessità di affidarsi ad un commercialista per le dichiarazioni ai fini IVA, IRPEF, previdenza, etc. In questo caso la forbice è molto ampia e varia a seconda della mole del fatturato e anche del prestigio dello studio di commercialisti a cui ci si rivolge. Ad ogni modo, a spanne, si va dai 600 euro ai 1500 euro all’anno per gli avvocati che lavorano in autonomia, e si arriva anche a 2-3mila euro per gli studi associati.

Aggiungerei anche spese fisse non previste per legge e non obbligatorie ma di fatto necessarie allo svolgimento della professione, come ad esempio l’abbonamento telefonico e l’abbonamento dei mezzi pubblici.

Ne consegue che, con un banale calcolo, un avvocato, nella migliore delle ipotesi (ovvero considerando il minimo delle cifre fin qui esposte) deve sborsare circa 4600-4800 euro l’anno, a cui aggiungere spese accessorie ma necessarie come telefono, abbonamento mezzi e altro.

Dunque ci si chiede spesso: come si può pensare che giovani avvocati che prendono 800-900 euro al mese come collaboratori “pseudo-dipendenti” di studi legali possano permettersi di sostenere una tale esborso? D’altronde – sempre per fare i conti in tasca alla categoria – 800 euro per 12 mensilità (sì, perché ricordiamoci che in questo mondo di “privilegi” non esistono le tredicesime e le ferie obbligatorie retribuite) comportano un introito annuo di 9600 euro; detraiamo i 4800 euro di cui sopra e le altre spese accessorie ed ecco al singolo professionista rimane in tasca meno della metà del suo introito. E attenzione! In questo calcolo non abbiamo minimamente considerato le tasse sul reddito, che per fortuna non sono dovute in caso di redditi così miseri; ma che, superata una certa soglia, vanno ad aggiungersi alle altre spese.

Inutile dire che, anche in casi di situazioni un po’ meno disperate (con compensi mensili di 1000/1200 euro) la situazione non cambia di molto.

Una generazione da sacrificare

Tutto ciò, in tempi di vacche magre come questi, si pone ovviamente come una pesante barriera all’ingresso per chi vuole svolgere la professione. “Non ce la fai a pagare queste somme? Pazienza. Si vede che questo non è il tuo lavoro. Meglio che abbandoni e ti metti a fare altro.” sembra essere lo spirito di questo sistema. Se davvero è così, non si può fare a meno di segnalare a chi sta dall’altra parte della barricata, ovvero coloro che sono riusciti ad entrare nel mercato in anni migliori e che adesso cercano di difendere i loro privilegi (quelli senza virgolette) che questo non è certo un modo virtuoso per attuare una selezione. Una selezione ha ragion d’essere se è basata su criteri qualitativi come l’effettiva competenza, il rispetto della deontologia, l’aggiornamento professionale costante (e reale).

Una selezione basata unicamente su barriere di carattere economico è davvero l’esempio peggiore e non va legittimata in alcun modo. L’unico risultato è che chi ha la famiglia alle spalle e può permettersi di attingere dalla casse del babbo per far fronte a queste spese fisse, potrà continuare a fregiarsi del titolo professionale, pur guadagnando di fatto qualche centinaio euro al mese e pur non facendo in realtà l’avvocato. Mentre gli altri… chissà, magari troveranno qualcos’altro da fare, o magari semplicemente faranno parte di una generazione da sacrificare; un olocausto inevitabile per poter compiere la transizione ad un nuovo sistema, che però, con questi presupposti, non sarà certo migliore di quello precedente.

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Articolo sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

di SIMONE ALIPRANDI


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16 Commenti

  1. Alla fine si arriva a parlare di privilegi; ma fatti due conti; siamo sicuri che 250.000 avvocati, anche si dividessero equamente la “torta” riuscirebbero a sopravvivere? Probabilmente no. A questo punto si scade nel più becero politicismo. E’ il sistema che ha scaricato sulle professioni la disoccupazione facendo incancrenire il problema e, pertanto, è lo Stato che ci deve pensare; siamo tutti precari, qualcuno sembra non lo voglia capire.

  2. la casta é dovuta al fatto che contrariamente a come farebbe un manager o un dipendente voi lavorate con parcelle in nero dell’importo complessivo mai inferiore a 500€? dunque il reddito generato “sommerso” é sempre di cifra pari o superiore a quello dichiarato!!!

  3. io per una causa di lavoro ho sborsato 32.000/00 (TRENTADUEMILA) EURO, per una causa di lavoro. il mio avvocato ha voluto assegni non intestati. per eludere le tasse.non mi ha fatto nessuna ricevuta.

  4. al signor Bastastupidaggini (alias, anonimo) rispondo così: dire che tutti i liberi professionisti si arricchiscono con il “nero” è un po’ come dire che tutti i siciliani sono mafiosi… cioè una stupidaggine e una generalizzazione offensiva e calunniosa. Poi credo che lo stesso signore non abbia letto bene l’articolo e non ne abbia colto il vero senso. Infatti gran parte delle riflessioni era riferita ad avvocati che, pur avendo gli stessi oneri degli altri, lavorano alle dipendenze di altri professionisti i quali la fattura la vogliono eccome, dato che devono scaricarla come spesa dai LORO redditi. E un’altra cosa… la credenza popolare che i liberi professionisti sono i grandi sostenitori del lavoro in nero è basata su una prassi esecrabile radicata nel passato, in anni in cui i controlli erano più lassi e il mercato meno affollato. Attualmente le cose sono molto diverse ed è molto difficile sfuggire ai controlli. Quindi diventa anche questa generalizzazione (che – lo ammetto – ha i suoi fondamenti, ma nei limiti sopraesposti) è un’onta che va a macchiare e danneggiare ancora una volta le generazioni attuali. In altre parole… il nero l’hanno forse quelli che adesso sono in pensione e la cui pensione è pagata con i contribuiti versati di profesisonisti di oggi con i parametri e le difficioltà descritti nell’articolo.

  5. Al Signor Angelo Zarbo invece non posso far altro che rispondere… Perchè lei ha accettato questo sopruso e non ha denunciato la cosa alle autorità competenti (Guardia di Finanza e Ordine Avvocati)? Forse è ancora in tempo per farlo. Ci pensi.

  6. PS: tengo a sottolineare che l’articolo voleva mettere in luce più che altro le spese rese obbligatorie per legge. Poi è chiaro che un avvocato deve pagarsi anche la carta, il fax, il computer, le spese postali, il riscaldamento, le banche dati, la benzina… ma quelle sono spese che qualsiasi lavoratore autonomo deve pagare.

  7. Io sono uno di quegli avvocati parasubordinati di cui parla Simone. Fatturo sì 1700 euro al mese ma vivo a Milano. Sono uno dei tanti giovani avvocati entrati in un mercato ormai saturo e le cui regole sono state riscritte appena pochi mesi fa ad opera e a beneficio degli avvocati che fatturano centinaia di migliaia di euro, i quali, ovviamente sono interessati alla conservazione dello status quo.
    Come fare per uscire da una questa situazione economica svantaggiosa? Io e altri colleghi vediamo in internet uno strumento per raggiungere potenziali nuovi clienti. Eppure le norme che regolano la professione (anche quelle deontologiche) e i consigli dell’ordine chiamati ad applicarle mettono innumerevoli bastoni tra le ruote se si vuole usare la rete. E’ un mondo fermo al paleolitico. Prima o poi lo scardineremo 🙂

  8. caro Simone, sei stato fin troppo ottimista a calcolare che un giovane avvocato prenda 800/900 euro mensili come collaboratore. Io ne prendevo 300, ma perchè ero al nord (se fossi stata nella mia città nemmeno quelli). Di contro però non essendo nel mio territorio e non conoscendo nessuno, non avevo di fatto la possibilità di integrare questa cifra con gli introiti di controversie affidate direttamente a me e non ai miei superiori!! insomma… per come la vedo io, oggi un giovane avvocato ha SOLO quasi 5000 euro l’anno da sborsare!!!

  9. In effetti l’articolo è anche troppo ottimistico, dà per scontato che il guadagno superi le spese, e anche sui “guadagni” degli avvocati parasubordinati ci sarebbe molto da ridire, soprattutto al sud. Tra l’altro ha dimenticato tante altre voci di spese fisse e obbligatorie, come la pec e (dall’anno prossimo, pare) l’abbonamento al servizio POS. La riforma, obiettivamente, serve solo a togliere qualche migliaio di avvocati dal mercato. Che poi verranno eliminati soprattutto i giovani, a vantaggio di grandi studi, è solo un dettaglio statistico

  10. Pingback: Avvocati: casta o castrati? | Liberoforo.it
  11. L’articolo è piaciuto molto e ci siamo permessi di citarlo nel nostro blog, sperando di fare cosa gradita.

  12. Aggiungerei anche che, spesso, le mensilità riconosciute ai collaboratori pseudo-dipendenti sono 11 e non 12, perché il mese di agosto non viene pagato..

  13. Mi pare che la voce “affitto studio/stanza” non è stata contemplata tra le spese fisse….. altro che 5.000 euro l’anno!! O forse è stata omessa perché oggettivamente considerata un lusso 🙁

  14. Complimenti, Collega Aliprandi !
    Mi associo pienamente al tuo articolo, specialmente in riferimento alla conclusione: pure io credo infatti che – siccome non si ha il coraggio di scelte politiche anche impopolari (obbiettivamente gli Avvocati in Italia sono una pletora: nel solo Foro di Roma ci sono più Avvocati dell’intera Francia, almeno sulla carta) – il sistema è congegnato per fare selezione sulla scorta dei criteri, meramente economici, da te evidenziati. Un metodo ipocrita e, diciamolo pure, all’italiana.
    Grazie a Dio io mi ritrovo una specializzazione (in Diritto canonico) sulla quale investire e che ho iniziato già diversi anni fa. Ma mi rendo conto che parecchi colleghi, pur validi, non hanno la stessa fortuna.
    Buon lavoro !

    Avv. Salvatore Scaglia
    Palermo

  15. Aggiungo, se posso, che per quanto mi riguarda le spese di gestione di uno studio organizzato, di circa 200 mq., con almeno un’impiegata, un affitto da pagare, 4-5 postazioni, software, assistenza tecnica, utenze, abbonamenti per l’aggiornamento, strumenti di ricerca, polizza ecc. costa almeno tra i 5.000 e i 7000 euro al mese, ma anche di più! A questi si aggiungono i costi della Cassa, proporzionali al fatturato.

  16. se posso permettermi definirlo un esborso mi sembra veramente assurdo ed esagerato!stiamo parlando di circa 4800 euro l’anno giusto?(quindi circa 400 euro al mese)e vi sembra una somma così dispendiosa???..non entro nel merito dei giovani che si affacciano nel mondo del lavoro,ma sento continuamente avvocati di una certa età che non hanno dei guadagni alti (quindi il calcolo fatto si aggira sempre sui 5000/6000 euro più o meno )ma comunque dignitosi lamentarsi costantemente di tutte queste famosissime tasse che devono pagare, ed eccole quà nero su bianco!..forse tutti quelli che si lamentano dovrebbero provare a mettersi nei panni degli altri lavoratori ogni tanto,io lavoro da trentanni nella mia piccola attività e vedo ogni mese più del 60% dei miei guadagni andare via,senza contare le spese per la merce,i dipendenti… comunque quel che posso dire è che in questo momento di crisi il lavoro è calato per tutti,ma da qua a dire che le spese sono ingiuste e addirittura quasi ingiustificate nè passa!! senza contare che le spese sono comunque commisurate al guadagno……fortunati voi! comunque articolo interessante come sempre,
    saluti.

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