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Giornalista responsabile se provoca la diffamazione

18 Giugno 2013
Giornalista responsabile se provoca la diffamazione

Il giornalista non può essere un provocatore di risposte offensive e lesive dell’altrui onore e reputazione.

Stop agli abboccamenti provocatori: quando il giornalista intervista qualcuno deve evitare domande allusive, suggestive e provocatorie, magari condite da valutazioni personali quando ciò può spingere l’intervistato a dichiarazioni lesive dell’altrui onore e reputazione. In altre parole, il giornalista non deve essere un istigatore.

Lo afferma una sentenza di ieri della Cassazione [1] che ha condannato al risarcimento danni, in favore del pool di Mani Pulite, un giornalista de Il Foglio.

Il giurista romano Vaccarella aveva sostenuto che il pool Mani Pulite macchinava processi penali di rilevanza mediatica con l’obiettivo di azionare cause risarcitorie per “le pretese diffamazioni”. La Suprema Corte ha condannato tanto l’intervistato, quanto l’intervistatore per le domande poste in modo allusivo.

Secondo la Cassazione, i giornalisti non sono tenuti ad essere dei “semplici trascrittori di risposte altrui”, né ad avere un “atteggiamento asettico e sterile dinanzi alle notizie riportate”, poiché ciò comporterebbe una “inammissibile serie di limitazioni alla manifestazione del pensiero”, se non proprio una censura. Tuttavia, ciò non vuol dire che essi devono istigare al reato i soggetti intervistati, eccedendo dalle loro funzioni. Infatti il giornalista diventa responsabile quando, con il proprio comportamento, favorisce la portata diffamatoria dell’intervista, ossia quando interagisce con l’intervistato in relazione al tenore delle singole domande poste, o del loro complessivo contesto, o ai commenti, nonché alle modalità stesse.


note

[1] Cass. sent. n. 15112 del 17.06.2013.


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