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Editoriali La ri-liberalizzazione del WiFi

Editoriali Pubblicato il 18 giugno 2013

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> Editoriali Pubblicato il 18 giugno 2013

Il “decreto del fare” annuncia la liberalizzazione del WiFi pubblico in Italia. In realtà, vengono rimossi alcuni vincoli per i gestori dei locali pubblici, mentre permangono gli obblighi in capo agli operatori di telecomunicazione.

 

Provate a immaginare un Paese dove, per utilizzare una cabina telefonica, serva presentare la carta d’identità. Con il noto decreto Pisanu del 2005 sull’utilizzo del WiFi pubblico, questo è esattamente quanto accadeva per l’accesso a Internet dai luoghi pubblici. Di fatto, mentre più di un dubbio rimane sull’effettiva capacità che ha avuto la norma nel contrastare il crimine, è fuori discussione l’impatto negativo generato sulla diffusione delle coperture dei servizi WiFi in Italia, aggravando il ritardo rispetto ai Paesi più virtuosi.

Con il “decreto del fare” approvato lo scorso sabato dal Consiglio dei Ministri sembra che si volti definitivamente pagina e il comunicato stampa recita che “l’offerta ad internet per il pubblico sarà libera e non richiederà più l’identificazione personale dell’utilizzatore”. Rimane, tuttavia, “l’obbligo del gestore di garantire la tracciabilità mediante l’identificativo del dispositivo utilizzato”.

In verità, tuttavia, la disciplina antiterrorismo contenuta nel decreto Pisanu era già stata abrogata. Inoltre, il secondo punto citato richiama degli obblighi consolidati dei titolari di un servizio di comunicazione elettronica (Codice delle Comunicazioni Elettroniche), anche se rimane ambiguo il termine “gestore” associato alla tracciabilità.

Si tratta quindi di un ennesimo provvedimento inutile?

Occorre innanzitutto chiarire come, nella rete di accesso a Internet, ci sono dei dispositivi di rete, che sono facilmente monitorabili dagli operatori di telecomunicazione (in particolare i router WiFi), mentre più complessa è l’identificazione del terminale che ha effettuato la singola sessione, se non nel caso in cui a questo terminale è stato associato un identificativo univoco dopo una procedura di registrazione e identificazione (ad esempio attraverso l’invio di un SMS ad uno specifico numero telefonico). In altri termini, se non ho i dati sulla registrazione al servizio proveniente da uno specifico terminale in dotazione ad una persona, posso solo sapere che una determinata operazione è stata effettuata attraverso un apparato di rete, ma senza poterla associare ad un terminale e soggetto univoco.

In realtà, il decreto interviene per chiarire definitivamente che “se l’accesso ad internet non costituisce l’attività commerciale prevalente del gestore, non trovano applicazione l’articolo 25 del decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259 e l’articolo 7 del decreto legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito in legge 31 luglio 2005, n. 155”. Si tratta, in sostanza, delle norme che assoggettavano il gestore del locale ad un operatore di telecomunicazione, ma che erano sostanzialmente già state abrogate. Per come è formulato il testo, i vincoli si potrebbero comunque applicare agli Internet Point. In sintesi, se il gestore consente l’accesso a WiFi attraverso un  sistema di autenticazione gestito da un Internet Service Provider non ci sono problemi (tutti i vincoli sono del provider), ma se viene “prestata” la password personale del gestore, il profilo della responsabilità potrebbe  naturalmente essere diverso.

Viene inoltre chiarito come “la registrazione della traccia delle sessioni, ove non associata all’identità dell’utilizzatore, non costituisce trattamento di dati personali e non richiede adempimenti giuridici”. Si potrebbe aggiungere “ovviamente”…

Più sottile è invece l’abrogazione dell’articolo 2 decreto legislativo 26 ottobre 2010, n. 198, che di fatto imponeva ai gestori di locali di utilizzare installatori “abilitati e iscritte ad apposito albo” anche per l’utilizzo di un banale router WiFi nel proprio locale. Questa sì è una “piccola” liberalizzazione.

Una rivoluzione? Piccoli interventi a margine.


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