Eutanasia: può chiederla anche l’amministratore di sostegno

2 Ottobre 2019
Eutanasia: può chiederla anche l’amministratore di sostegno

L’amministratore di sostegno può chiedere l’interruzione delle cure anche in assenza di testamento biologico.

Rivoluzionaria pronuncia del giudice tutelare del tribunale di Roma, in merito a un caso che vede protagonisti il signor P., compagno e amministratore di sostegno di B., una signora di 62 anni in stato vegetativo irreversibile dal dicembre 2017, immobile in un letto da due anni.

Secondo quanto stabilito dal giudice tutelare, un amministratore di sostegno, una volta accertata la volontà della persona amministrata (anche in via presuntiva, alla luce di dichiarazioni rese in passato), è pienamente abilitato a chiedere l’interruzione delle cure anche in assenza di testamento biologico. Il giudice tutelare interverrà solo se vi dovesse essere opposizione da parte del medico a procedere.

Legittima la richiesta di un uomo che vuole vedere sospese le cure praticate sulla compagna, che è ormai in stato vegetativo irreversibile da quasi due anni. Decisiva la ricostruzione della volontà della donna, che in passato aveva espresso con familiari e amici la propria contrarietà all’ipotesi di essere tenuta in vita per anni, immobile e incosciente, con i farmaci.

I legali dell’Associazione Luca Coscioni hanno dichiarato che: “con questa importante pronuncia, il tribunale mette in primo piano la volontà della persona, evitando che, come nel caso Englaro, per anni si sia costretti a combattere nei tribunali per vederla riconosciuta”.

In passato, la paziente, ogni volta che veniva a conoscenza di casi di persone in stato vegetativo, dichiarava che se fosse accaduto a lei, mai avrebbe voluto proseguire i suoi giorni in quello stato. Convinzione che ha ribadito più volte a chi le era più vicino: al suo compagno P., con la mamma di B., alla figlia, alle sorelle, al fratello, all’ex marito. Ne erano a conoscenza tutti coloro che facevano parte della sua sfera affettiva più intima. Anche gli amici conoscevano le sue volontà.

Consapevole di tutto ciò, l’amministratore di sostegno, indicando tutte le persone che possono favorire una ricostruzione del volere di B., ha presentato un ricorso al giudice tutelare per chiedere che sia provata e certa la volontà di B., per poter procedere previo percorso di cure palliative e sedazione profonda al distacco dai trattamenti ai sensi  della legge 219/17.

Legittima la decisione dell’amministratore di sostegno che dice stop alle terapie mediche praticate alla persona a lui affidata, così mettendo in pratica i desiderata da lei espressi, in passato, a parole con parenti e amici in una sorta di “testamento biologico verbale”.

“Con il provvedimento della IX Sezione civile del tribunale di Roma, il giudice tutelare riconosce il rilievo della volontà del cittadino, che va rispettata ed eseguita, quando non può  manifestarla, tramite il potere/dovere dell’amministratore di sostegno di ricostruire e far valere la decisione della paziente, senza  necessità – in assenza di contestazioni da parte di familiari e/o  medici – di ulteriori ricorsi o autorizzazioni da parte del tribunale”, commentano gli avvocati Filomena Gallo (anche segretario  dell’associazione Coscioni), Angioletto Calandrini, Massimo Clara e Cinzia Ammirati.

In conclusione, aggiungono: “Il giudice tutelare ha confermato la portata della  legge 219/17 sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento (Dat): la volontà della persona malata, non più capace di  esprimersi, è stata conosciuta e ricostruita, perché espressa in precedenza anche in assenza di testamento biologico”.

La notizia è stata lanciata dalla nostra agenzia stampa Adnkronos.


Con una decisione innovativa, depositata il 23 settembre scorso, il Giudice Tutelare del Tribunale di Roma, ha ritenuto che l’Amministratore di sostegno con la rappresentanza esclusiva in ambito sanitario, anche in assenza di un testamento biologico, una volta ricostruita la volontà dell’amministrato in via presuntiva, ed in assenza di pareri contrari (di parenti e del medico), possa decidere di rifiutare le cure senza dover tornare davanti al giudice. E lo ha fatto emanando una decisione di «non luogo a provvedere» sull’istanza che gli era stata presentata ed in cui si chiedeva una espressa autorizzazione ad interrompere i trattamenti. Nel caso specifico, l’amministratore di sostegno era anche il compagno di una signora di 62 anni in stato vegetativo irreversibile dal dicembre 2017.

Tribunale di Roma, sez. IX Civile, decreto 23 settembre 2019

Fatto e diritto

Il Giudice Tutelare, in persona del dott. omissis letta l’istanza presentata dall’amministratore di sostegno omissis;

rilevato che, a mente delle disposizioni di cui all’art. 3 della legge 22 dicembre 2017, n. 219, laddove, come nel caso di specie, l’amministratore di sostegno abbia la rappresentanza esclusiva in ambito sanitario della persona amministrata, il consenso informato è espresso esclusivamente dal medesimo amministratore;

rilevato che, nel caso di specie, non risulta l’esistenza del contrasto di cui all’art. 3, comma 5, della richiamata legge;

ritenuto, pertanto, che questo giudice non possa assumere alcuna determinazione in ordine all’eventuale autorizzazione dell’amministratore di sostegno a disporre la sospensione della terapia che assume rifiutata;

ritenuto, al contrario, che l’amministratore di sostegno, accertata la volontà della persona amministrata (anche in via presuntiva, alla luce delle dichiarazioni rese in passato dall’amministrata, anche alla presenza dello stesso amministratore) in merito al trattamento sanitario in questione, sia pienamente abilitato a rifiutare le cure proposte

P.Q.M.

Dichiara il non luogo a provvedere sull’istanza, riservandosi ogni provvedimento in merito, qualora emergesse il contrato di cui all’art. 3, comma 5, legge 22 dicembre 2017 n. 219, su ricorso delle persone legittimate ai sensi della richiamata disposizione.

Manda alla cancelleria per le comunicazioni.


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