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Part time e pensione anticipata

3 Ottobre 2019 | Autore:
Part time e pensione anticipata

Utilità dei periodi di lavoro a tempo parziale ai fini della pensione, possibilità di neutralizzare gli anni con stipendi bassi.

Il contratto di lavoro part time, o a tempo parziale, è un contratto di lavoro subordinato il cui orario è inferiore a quello normale, pari a 40 ore, o al numero minore di ore stabilite dal contratto collettivo applicato.

I lavoratori con contratto part time hanno gli stessi diritti dei dipendenti a tempo pieno, o full time, ma in proporzione alla quantità di lavoro svolta: pertanto la retribuzione di un lavoratore a tempo parziale risulta ridotta, rispetto a quella di un lavoratore full time con lo stesso inquadramento, ma questo non costituisce una discriminazione, in quanto la paga è commisurata alle ore di attività.

Svolgere la propria attività a tempo parziale, a seconda della riduzione oraria, può tuttavia costituire un problema ai fini della pensione.

Part time e pensione anticipata, difatti, spesso “non vanno d’accordo”, in quanto le annualità di lavoro a tempo parziale possono non essere conteggiate in misura piena per il diritto alla pensione: in particolare, se il lavoratore part time non raggiunge il valore della retribuzione minima per l’accredito di un anno intero di contributi, l’annualità è utile solo in parte per ottenere il pensionamento, come se il dipendente non avesse svolto la propria attività per tutto l’anno.

Inoltre, le annualità lavorate in regime di part time possono far diminuire la quota retributiva della pensione, producendo un decremento della retribuzione pensionabile.

Ma procediamo con ordine e proviamo a fare chiarezza.

Quanto valgono i periodi part time per la pensione?

Perché un anno di contributi sia conteggiato per intero, devono risultare contribuite tutte e 52 le settimane. Attenzione, però: non basta che tutte le 52 settimane dell’anno siano lavorate, per l’accredito di un anno ai fini della pensione, ma bisogna che sia anche superata una soglia di retribuzione minima.

Lo stipendio settimanale minimo per l’accredito di un anno intero di contributi presso l’Inps è pari al 40% del trattamento minimo mensile. Per il 2019, il valore della retribuzione minima settimanale per l’accredito intero dei contributi è pari a 205,20 euro (trattamento minimo mensile, pari a 513,01 euro, per 40%). Perché sia accreditato un anno intero di contributi, è necessario raggiungere uno stipendio pari a 10.670,40 euro (205,20 x 52 settimane).

E se lo stipendio del dipendente part time è inferiore perché il numero delle ore lavorate è esiguo?

In questo caso, il datore di lavoro non è obbligato ad integrare la retribuzione, né a versare i contributi prendendo come riferimento lo stipendio per l’accredito di un anno intero di contributi. Questa soglia minima di retribuzione non deve essere infatti confusa col minimale contributivo.

Pertanto, l’annualità lavorata non può essere considerata per intero ai fini del diritto alla pensione, ma la contribuzione utile deve essere calcolata in proporzione a quanto versato: il lavoratore si vedrà di conseguenza riconosciute meno di 52 settimane nell’anno, pur avendo svolto continuativamente la propria attività per 12 mesi.

Per ogni settimana coperta, devono risultare accreditati almeno 67,72 euro di contributi (per un lavoratore dipendente, considerando un’aliquota del 33%).

Mario, lavoratore part time, lavora dal primo gennaio al 31 dicembre e percepisce uno stipendio annuo pari a 8.500 euro, al lordo della contribuzione. I contributi versati nell’anno ai fini pensionistici ammontano a 2805 euro. Mario può vedersi accreditate, ai fini pensionistici, soltanto 41 settimane nell’anno (2805: 67,72), anziché 52.

Minimale contributivo per i lavoratori part time

Il valore della retribuzione minima per l’accredito intero dei contributi non deve essere confuso col minimale contributivo: questo valore rappresenta la retribuzione minima sulla cui base deve essere calcolata la contribuzione, e normalmente è stabilito dal contratto collettivo nazionale di lavoro (Ccnl). I contratti collettivi di secondo livello e il contratto di lavoro individuale possono stabilire il minimale contributivo solo se l’importo è maggiore di quello indicato nel Ccnl.

Esiste comunque un minimale giornaliero inderogabile stabilito dalla legge [1], pari al 9,50% dell’importo del trattamento minimo mensile di pensione.

Considerando che l’importo del trattamento minimo, per il 2019, ammonta a 513,01 euro mensili, il minimale giornaliero inderogabile è pari a 48,74 euro [2]. Ciò comporta che il datore di lavoro sia sempre obbligato a pagare i contributi su un reddito minimo giornaliero di 48,20 euro.

Questo valore deve essere però riproporzionato su base oraria e sulle giornate lavorative settimanali (di norma 6, 5 per la settimana corta) per i lavoratori a tempo parziale.

Ipotizzando, ad esempio, un orario di 40 ore settimanali su 6 giorni, si deve calcolare il minimale orario in questo modo: 48,74 euro x 6 giornate: 40 ore. Il risultato, pari a 7,31 euro, corrisponde dunque al minimale orario sotto cui il datore non può scendere per il calcolo dei contributi, anche se la paga oraria risulta più bassa.

Come raggiungere la pensione anticipata con periodi part time?

Se, a causa dell’orario lavorativo svolto, il dipendente si ritrova con meno di 52 settimane contribuite nell’anno, può, in ipotesi specifiche, riscattare i periodi privi di contributi, oppure chiedere di essere ammesso al versamento dei contributi volontari.

Il part time abbassa l’importo della pensione anticipata?

Non bisogna, infine, dimenticare che i periodi part time, comportando una diminuzione della retribuzione media pensionabile, possono comportare la diminuzione delle quote della pensione calcolate col sistema retributivo.

Molto dipende dalla gestione nella quale viene calcolata la pensione e dall’anzianità contributiva del lavoratore: se, ad esempio, il lavoratore è un dipendente pubblico appartenente alla Cassa Stato, chiedere il part time al termine della carriera può comportare un danno gravissimo alla quota A retributiva (quella riferita ai periodi contribuiti sino al 31 dicembre 1992), in quanto si basa sulla retribuzione alla cessazione. Il “danno” è invece più limitato per la quota B retributiva, riferita agli ultimi 10 anni di retribuzione (o alle retribuzioni dal 1993 alla cessazione, per chi ha meno di 15 di contribuzione al 31 dicembre 1992).

Le retribuzioni basse in regime di part time non danneggiano, invece, la quota contributiva della pensione, in quanto il montante contributivo (cioè la somma dei contributi accreditati e rivalutati nell’arco della vita lavorativa) può solo aumentare e non diminuire.

Neutralizzazione dei periodi part time per la pensione anticipata

In ogni caso, le annualità di contribuzione ulteriori rispetto al requisito minimo per la pensione anticipata possono essere neutralizzate al fine del calcolo delle quote retributive della pensione, sino a un massimo di 260 settimane.

In parole semplici, gli anni nei quali figura uno stipendio più basso a causa del part time si possono saltare, nel calcolo retributivo della pensione, a meno che non siano necessari per acquisire il diritto al trattamento pensionistico.

Ricordiamo che il requisito contributivo minimo per la pensione anticipata è:

  • 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini;
  • 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne;
  • 38 anni di contributi per la pensione anticipata con opzione quota 100;
  • 20 anni di contributi, per la pensione anticipata contributiva.

Clausola di salvaguardia dei periodi part time per la pensione anticipata

In casi specifici, si può inoltre utilizzare una particolare clausola di salvaguardia, per evitare le penalizzazioni legate alla retribuzione a tempo parziale.

Nello specifico, l’ordinamento riconosce al dipendente part time una retribuzione pensionabile sostanzialmente pari a quella che avrebbe ricevuto con un rapporto full time, ampliando il lasso temporale entro cui ricercare le retribuzioni pensionabili per il calcolo della quota A e della quota B retributive, di un periodo pari esattamente al numero di settimane mancanti all’anno pieno ai fini della misura della pensione.

Per la determinazione della quota A e della quota B di pensione dei dipendenti pubblici part time, la clausola di salvaguardia prevede la possibilità di continuare ad utilizzare il valore della retribuzione virtuale prevista per un rapporto di lavoro a tempo pieno.

note

[1] Art. 7, Co. 1 Dl 463/1983.

[2] Inps Circ.n.122/2018.


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