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Tassa di licenziamento: come funziona?

8 Luglio 2018 | Autore:
Tassa di licenziamento: come funziona?

Ticket di licenziamento dei lavoratori dipendenti: quando è dovuto, quanto si paga, come si paga, casi di esclusione.

Sapevi che per licenziare un lavoratore dipendente devi pagare una tassa? Questa tassa si chiama ticket di licenziamento, è pari al 41% del massimale mensile della Naspi, la nuova indennità di disoccupazione, e deve essere pagata all’Inps. La tassa è dovuta da tutti i datori da lavoro, non solo dalle aziende ma anche dai professionisti che licenziano, è proporzionale all’anzianità lavorativa del dipendente, sino a un massimo di 3 anni, è raddoppiata per i licenziamenti collettivi e addirittura triplicata se per il licenziamento collettivo non si raggiunge un accordo sindacale. La tassa sul licenziamento non è dovuta, invece, in caso di dimissioni (salvo che il lavoratore non si sia dimesso per giusta causa), per i lavoratori a termine e per i collaboratori domestici. Facciamo allora il punto della situazione sulla tassa di licenziamento: come funziona, come si calcola, quando e a chi deve essere pagata, come si versa, chi è obbligato a pagarla e chi, invece, è esonerato.

Come funziona la tassa sul licenziamento?

La tassa sul licenziamento, o ticket di licenziamento, è una tassa che il datore di lavoro deve pagare all’Inps se licenzia un lavoratore dipendente a tempo indeterminato: la tassa è però dovuta, oltreché nei casi di licenziamento, anche in alcune ipotesi di dimissioni del lavoratore, come quelle per giusta causa e per maternità, e in caso di risoluzione consensuale a seguito della procedura di conciliazione obbligatoria davanti all’ispettorato del lavoro. Il ticket, difatti, serve per finanziare la Naspi, la nuova indennità di disoccupazione per i lavoratori dipendenti, pertanto va versato, assieme ai contributi Inps, ogni qualvolta il lavoratore abbia, almeno teoricamente, diritto all’indennità.

La tassa di licenziamento è dovuta se il lavoratore non ha diritto alla disoccupazione?

Il ticket è comunque dovuto anche se il lavoratore, in concreto, non percepisce l’indennità di disoccupazione, ad esempio perché le settimane di contributi o le giornate di lavoro sono insufficienti per la Naspi, oppure perché la domanda di disoccupazione non è stata inviata entro i 68 giorni o, ancora, perché il lavoratore non l’ha richiesta o si è rioccupato (con riguardo alle ipotesi in cui la Naspi si perde per una nuova occupazione; entro gli 8mila euro annui di reddito, con un nuovo lavoro, la disoccupazione si mantiene e viene ridotta, oppure viene sospesa).

Quando si paga la tassa di licenziamento?

Il contributo sul licenziamento deve essere versato nelle seguenti ipotesi:

  • licenziamento per giusta causa;
  • licenziamento per giustificato motivo soggettivo (licenziamento disciplinare);
  • licenziamento per giustificato motivo oggettivo (licenziamento economico);
  • licenziamento del lavoratore a chiamata, solo per i periodi lavorati che concorrono all’anzianità aziendale;
  • dimissioni per giusta causa;
  • dimissioni durante il periodo di maternità;
  • mancata conferma dell’apprendista alla fine del periodo formativo;
  • risoluzione consensuale conseguente a una procedura di conciliazione obbligatoria;
  • cambio di appalto, con mancata assunzione del dipendente da parte del nuovo soggetto appaltatore.

Quando non è dovuta la tassa di licenziamento?

La tassa sul licenziamento non deve essere versata nei seguenti casi:

  • dimissioni, non per giusta causa o durante il periodo di maternità: nelle ipotesi di dimissioni ordinarie, infatti, il lavoratore non percepisce la Naspi, poiché non si tratta di perdita involontaria dell’occupazione;
  • scadenza del contratto a termine: per finanziare la Naspi, se il contratto è a tempo determinato, il datore paga, al posto del ticket, un contributo addizionale pari all’1,40% della retribuzione imponibile, con ulteriori incrementi (previsti dal decreto Dignità) per ogni proroga;
  • risoluzione consensuale, al di fuori della procedura di conciliazione obbligatoria introdotta dal Jobs Act;
  • licenziamento del lavoratore domestico (colf e badanti);
  • licenziamento di lavoratori assicurati presso la gestione Inpgi (giornalisti);
  • licenziamento di operai agricoli;
  • licenziamento di lavoratori extracomunitari stagionali;
  • decesso del lavoratore;
  • licenziamento del lavoratore collocato in Isopensione;
  • licenziamento effettuato nell’ambito delle procedure di cambi di appalto, al quale siano succedute assunzioni presso altri datori di lavoro, in attuazione di clausole sociali che garantiscano la continuità occupazionale prevista dai contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale;
  • fine lavori per i dipendenti del settore edile.

Come si calcola la tassa di licenziamento?

La tassa sul licenziamento ammonta a 495,34 euro per il 2018, mentre ammontava a 489,95 euro annui, per gli anni 2015, 2016 e 2017, a 489,12 euro, per il 2014 ed a 483,80 euro, per il 2013.

L’ammontare indicato del ticket vale per ogni anno lavorato, sino ad un tetto massimo di 3 anni: in pratica, se il dipendente ha lavorato 3 anni, 4 anni, 10 o 20 anni, nulla cambia ai fini del ticket, che dovrà essere pagato nella misura massima corrispondente a 3 anni di lavoro.

Facciamo un esempio per capire meglio: il signor Rossi ha lavorato per 10 anni per la ditta Verdi. Viene licenziato nel 2018. Il contributo che la ditta Verdi deve pagare all’Inps ammonterà a 495,34 x 3, cioè a 1.486,02 euro.

Se nell’anno sono lavorati meno di 12 mesi, l’importo annuale deve essere suddiviso per 12 e moltiplicato per il numero di mesi lavorati: il ticket (per il 2018), dunque, ammonta a 41,28 euro per ogni mese di lavoro.

Attenzione: l’Inps ha recentemente chiarito [1] che i valori utilizzati nel passato sono errati e che la tassa sul licenziamento, per il 2020 ed il 2021, ammonta a 547,51 euro per ogni anno di anzianità del lavoratore, sino a un massimo di 3 anni, quindi di 1.642,54 euro.

Il valore è infatti pari al 41% del massimale mensile di Naspi (pari a 1.335,40 euro per il 2020 e il 2021) per ogni 12 mesi di anzianità aziendale negli ultimi tre anni.

La circolare ha spiazzato molti datori di lavoro, in quanto lo stesso istituto, con circolari precedenti [2], aveva affermato che «il riferimento legislativo va inteso come richiamo alla somma limite di retribuzione per il calcolo del massimale, non al massimale stesso».
In questi otto anni, dunque, seguendo quanto affermato dall’Inps si è sempre calcolato il ticket in misura pari al 41% della retribuzione limite (retribuzione imponibile massima, pari per il 2020 e il 2021 a 1227,55 euro) e non del massimale. In buona sostanza, chi ha licenziato nel 2020 e 2021 ha versato, per ogni anno di anzianità contributiva del lavoratore, 503,30 euro anziché 547,51 euro.

A breve un messaggio dall’Inps fornirà le istruzioni per la regolarizzazione.

Un mese si considera interamente lavorato se la durata del contratto, in quella mensilità, è pari ad almeno 15 giorni, diversamente si considera non lavorato. Dunque, a contare non sono le ore effettive di svolgimento dell’attività lavorativa: l’Inps, a questo proposito, ha specificato che il ticket è dovuto in misura piena anche se il dipendente lavora per una sola ora settimanale.

Come si paga la tassa di licenziamento

La tassa deve essere pagata, tramite modello F24, assieme ai contributi obbligatori del mese: in pratica, il ticket va sommato, nell’F24, ai contributi mensili e indicato, assieme alla contribuzione, con la causale DM10.

Il pagamento va effettuato entro il 16 del 2° mese successivo al licenziamento: ad esempio, se un dipendente viene licenziato il 20 ottobre, il datore deve pagare il ticket entro il 16 dicembre.

Il ticket deve poi essere esposto nella denuncia contributiva (Uniemens) corrispondente a quella relativa al mese successivo alla cessazione del rapporto di lavoro.

Nel modello Uniemens, il contributo dovrà essere esposto in questo modo:

  • <DatiRetributivi>
  • <CausaleADebito>
  • <CausaleADebito>
  • <M400>
  • <ImportoADebitoXXX> (qui dovrà essere indicato l’importo calcolato).

Le sanzioni per il mancato versamento sono pari al 5,75% in ragione d’anno; sono dovuti gli interessi nella misura dello 0,25%, maggiorato di 5,5 punti.

Come funziona la tassa di licenziamento per i licenziamenti collettivi?

Se l’azienda, interessata da una procedura di cassintegrazione straordinaria (Cigs), effettua dei licenziamenti collettivi, il ticket sul licenziamento raddoppia. Il ticket viene dunque a costare 990,68 euro per ogni anno lavorato, fino a un massimo di 3. Se il licenziamento collettivo viene. intimato senza aver preventivamente raggiunto un accordo sindacale, invece, l’importo del ticket viene triplicato, ed arrivo a costare oltre 1486 euro per ogni anno di lavoro.

La misura si accompagna, però, a dei notevoli vantaggi previsti per i lavoratori cassintegrati: il raddoppio del ticket sul licenziamento, difatti, finanzierà delle nuove misure di ricollocazione anticipata. I lavoratori, cioè, potranno accedere a dei corsi di formazione e riqualificazione durante i periodi di sospensione dell’attività e potranno trovare un nuovo impiego ancora prima di essere licenziati, grazie a degli incentivi previsti a loro favore e a favore delle aziende che li assumeranno. Per approfondimenti: Bonus cassintegrati.

La situazione, per il 2021, è variata. Per saperne di più: Ticket licenziamento 2021.


note

[1] Circ. Inps 137/2021.

[2] Circ. Inps 44/2013.


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