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Gratuito patrocinio: redditi da considerare

3 Ottobre 2019
Gratuito patrocinio: redditi da considerare

Per stabilire se una persona ha diritto al patrocinio a spese dello Stato bisogna considerare tutti i redditi, anche se esclusi dalla base imponibile, persino quelli derivanti da attività illecita.

Per accedere al gratuito patrocinio – ossia all’avvocato pagato dallo Stato e all’esenzione delle spese di giudizio – bisogna presentare un reddito imponibile non superiore alla soglia fissata dalle legge per come aggiornata ogni due anni con decreto ministeriale. Attualmente, l’importo è di 11.493,82 euro.

Di recente, la Cassazione ha emesso un’interessante ordinanza [1] in cui spiega, quali sono, in caso di gratuito patrocinio, i redditi da considerare.

Alla Corte era stato chiesto se l’assegno di mantenimento erogato dall’ex coniuge dopo la separazione o il divorzio, debba essere considerato o meno ai fini del superamento della soglia. Il dubbio era sorto perché, come noto, i soldi del mantenimento non vanno dichiarati: su di essi, infatti, il percettore non paga tasse.

Per la Corte è stata l’occasione per tracciare la regola generale sui redditi da considerare ai fini dell’ammissione al gratuito patrocinio. Ecco cosa ha detto la Corte.

Ammissione al gratuito patrocinio: la regola generale

Per essere ammesso al gratuito patrocinio, il richiedente deve essere titolare di un reddito imponibile ai fini dell’imposta generale sul reddito, risultante dall’ultima dichiarazione, non superiore a 11.493,82 euro. Come anticipato sopra, il limite di reddito è adeguato ogni 2 anni, con decreto del ministero della giustizia, in relazione alla variazione dell’indice Istat dei prezzi al consumo.

La Legge (articolo 76 del Dpr n. 115/2002) stabilisce che «Può essere ammesso al patrocinio chi è titolare di un reddito imponibile ai fini dell’imposta personale sul reddito, risultante dall’ultima dichiarazione, non superiore a 11.493.82 euro».

Sono ammessi al gratuito patrocinio tutti i soggetti residenti e non residenti (per i redditi prodotti nel territorio italiano). Vi rientrano anche le persone fisiche con partita Iva (liberi professionisti e imprenditori), i soci di società di persone o capitali, le persone fisiche comunitarie ed extracomunitarie con permesso di soggiorno / studio.

Per calcolare il reddito si tiene conto anche dei redditi esenti dall’Irpef o che sono soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta o a imposta sostitutiva come ad esempio i redditi da lavoro dipendente o anche il reddito che proviene dall’assegno di mantenimento dell’ex coniuge o del genitore [2].

Difatti, stabilisce la Corte, al fine di stabilire se la persona possa o meno fruire del patrocino a spese dello Stato, il legislatore non si è limitato a prendere in considerazione i redditi dichiarati o da dichiararsi in un determinato periodo di imposta, ma ha preso in considerazione tutti i redditi dalla persona effettivamente percepiti o posseduti, anche se esclusi dalla base imponibile.

Sono ricompresi in questo calcolo quindi anche i redditi derivanti da attività illecite sui quali – come spiegato più volte dalla giurisprudenza – vanno comunque corrisposte le imposte.

Il testo unico sulle imposte sui redditi non dà una definizione generale di reddito fiscale, ma ne indica le categorie. In particolare, categorie di reddito rilevanti ai fini fiscali sono:

  • redditi d’impresa;
  • redditi fondiari;
  • redditi di lavoro dipendente;
  • redditi di lavoro autonomo;
  • redditi di capitale;
  • redditi diversi (categoria residuale con specifica elencazione di ulteriori fattispecie di reddito);
  • redditi da attività illecite;
  • redditi da risarcimento per lucro cessante (e non per danno emergente).

Gratuito patrocinio e convivenza

Nel calcolo della soglia ai fini dell’ammissione al gratuito patrocinio bisogna considerare anche i redditi di tutti i componenti della famiglia che convivono con l’interessato: quindi il coniuge, i genitori, i figli.

In tale calcolo, sono ricompresi anche i redditi di chi, pur non essendo legato da vincoli di parentela o affinità, convive con il richiedente e contribuisce dal punto di vista economico e collaborativo alla vita in comune [3]. Si pensi, ad esempio, al partner di una coppia di fatto o a un nonno assistito dai nipoti.

Non si sommano, invece, i redditi del familiare che, pur risultando fiscalmente a carico del richiedente, non convive con lui.

Ne deriva che, per ottenere il gratuito patrocinio, basterebbe staccarsi dal nucleo familiare – pur rimanendo a carico del genitore – e andare a vivere altrove [5].

Quando, però, sono in contestazione i diritti della personalità o quando gli interessi del richiedente sono in conflitto con quelli degli altri membri del nucleo familiare con lui conviventi, si tiene conto del solo reddito personale.

Gratuito patrocinio: quali redditi occorre tenere in considerazione? 

Il presupposto per l’ammissione al patrocinio è costituito dal reddito effettivamente percepito nell’anno precedente all’istanza, dovendosi al riguardo tenere conto anche dei redditi non rientranti nella base imponibile (o perché esenti o perché non risultati di fatto soggetti da alcuna imposizione), nonché delle variazioni di reddito avvenute dopo la presentazione della dichiarazione dei redditi per tutta la durata del procedimento e sino alla sua definizione [6].

Nella pronuncia in commento, la Corte di Cassazione rileva che, ai fini della determinazione dei limiti di reddito per l’ammissione al gratuito patrocinio, occorre tener conto, nel periodo di imposta in cui sono percepiti, di tutti i redditi, anche se non sottoposti a tassazione. Il legislatore, infatti, al fine di stabilire se la persona possa o meno fruire del patrocino a spese dello Stato, «non ha inteso limitarsi a prendere in considerazione i redditi dichiarati o da dichiararsi in un determinato periodo di imposta, ma ha voluto prendere in considerazione tutti i redditi (persino quelli derivanti da attività illecita) dalla persona effettivamente percepiti o posseduti, anche se esclusi dalla base imponibile».

Nel concetto di reddito imponibile rientrano anche i redditi non assoggettabili di per sé a imposta, ma indicativi delle condizioni personali, familiari e del tenore di vita dell’istante. Pertanto, per l’ammissione al gratuito patrocinio non si può tenere conto di detrazioni di imposta o deduzioni dal reddito stabilite dal Testo Unico Imposte sui redditi che servono solo per determinare in concreto l’imposta da pagare [7].

Ammissione al gratuito patrocinio senza limiti di reddito

Alcuni soggetti sono ammessi al patrocinio gratuito anche se hanno un reddito che eccede la soglia sopra indicata. Si tratta, in particolare:

  • della vittima di violenza sessuale, di stalking, di maltrattamenti contro familiari e conviventi, di pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili e di reati commessi in danno di minori;
  • dei figli minorenni o i figli maggiorenni economicamente non autosufficienti che sono rimasti orfani di un genitore a seguito di omicidio commesso alternativamente dal coniuge, anche legalmente separato o divorziato oppure dall’altra parte dell’unione civile, anche se l’unione civile è cessata o ancora dalla persona che è o è stata legata da relazione affettiva e stabile convivenza.

note

[1] Cass. ord. n. 24378/19 del 30.09.2019.

[2] Cass. 30 settembre 2019 n. 24378.

[3] Cass. pen. 13 novembre 2012 n. 44121, App. Trento 14 febbraio 2014 n. 6.

[4] Cass. 29 luglio 2014 n. 33428. La corte costituzionale ha rilevato tale mancanza di simmetria nella legge auspicando un intervento legislativo; non ritiene tuttavia ammissibile la questione di legittimità costituzionale in quanto in tal modo si finirebbe per rimettere la concessione del beneficio del gratuito patrocinio alla valutazione discrezionale del singolo giudice (C.Cost. 20 ottobre 2017 n. 219).

[6] Cass. 21 febbraio 2017 n. 4429

[7] Cass. pen. 4 giugno 2008 n. 22299; contraria: Ris. AE 21 gennaio 2008 n. 15/E.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 8 febbraio – 30 settembre 2019, n. 24378

Presidente Gorjan – Relatore Falaschi

Osserva in fatto e in diritto

Ritenuto che:

con delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Potenza M.A. veniva, in via anticipata e provvisoria, ammessa al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento penale in cui era costituita parte civile, che con decreto, in data 07.05.2014, il Giudice delle indagini preliminari revocava ritenendo che il reddito del nucleo familiare superava quello stabilito dal D.P.R. n. 115 del 2002, artt. 76 e 92;

– avverso il decreto di revoca la M. ha proposto reclamo dinanzi al Presidente del medesimo ufficio giudiziario, che con provvedimento del 27.05.2015 ha respinto l’impugnazione, confermando le ragioni della revoca;

– propone ricorso per cassazione, con atto notificato al Ministero della giustizia presso l’Avvocatura distrettuale dello Stato e l’Agenzia delle entrate locali, la medesima M. sulla base di un unico motivo;

– le amministrazioni intimate non hanno svolto attività difensiva in questa sede.

Atteso che:

– preliminarmente va rilevato che essendo avvenuta la notificazione del ricorso per cassazione al Ministero della giustizia e all’Agenzia delle entrate presso l’Avvocatura distrettuale dello Stato di Potenza, anziché presso l’Avvocatura generale dello Stato a Roma (come imposto dal R.D. 30 ottobre 1933, n. 1611, art. 11), è da ritenere nulla.

Tuttavia il Collegio ravvisa di non dovere emanare l’ordine alla ricorrente di procedere alla notifica del ricorso alle predette Amministrazioni, giacché per orientamento consolidato di questa Corte, cui si ritiene di dare continuità, occorre evitare un inutile dispendio di attività processuali e formalità superflue, non giustificate dalla struttura dialettica del processo e, in particolare, dal rispetto effettivo del principio del contraddittorio onde apprestare reali garanzie di difesa e del diritto alla partecipazione al processo in condizioni di parità ai soli soggetti nella cui sfera giuridica l’atto finale è destinato a produrre i suoi effetti: essendo, infatti, il ricorso per cassazione, come vedremo, prima facie infondato, appare superfluo, pur potendone sussistere i presupposti, disporre la fissazione di un termine per la notificazione del ricorso, atteso che la concessione di esso si tradurrebbe, oltre che in un aggravio di spese, in un allungamento dei termini per la definizione del giudizio di cassazione senza comportare alcun beneficio per la garanzia dell’effettività dei diritti processuali delle parti (Cass. Sez. Un. 22 marzo 2010 n. 6826; Cass. 17 giugno 2013 n. 15106; più di recente: Cass. 10 maggio 2018 n. 11287);

– con l’unico motivo la ricorrente lamenta la violazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 76, oltre a vizio di motivazione, in quanto sostiene che ai fini dell’ammissione al beneficio del patrocinio a spese dello Stato debba essere considerato il solo reddito del soggetto istante, non potendo gli assegni di mantenimento percepiti per i figli ricadere sulla base imponibile.

Il motivo è infondato.

In tema di condizioni per l’ammissione al patrocinio, al fine della determinazione dei limiti di reddito che segnano il requisito della non abbienza, il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 76 prevede che, se l’interessato convive con il coniuge o con altri familiari, il reddito è costituito dalla somma dei redditi conseguiti nel medesimo periodo da ogni componente della famiglia, compreso l’istante.

In questo contesto, il comma 4 della stessa disposizione stabilisce che “si tiene conto del solo reddito personale quando sono oggetto della causa diritti della personalità, ovvero nei processi in cui gli interessi del richiedente sono in conflitto con quelli degli altri componenti il nucleo familiare con lui conviventi”.

La ricorrente ha esposto nell’istanza relativa all’ammissione al patrocinio di non percepire alcun reddito, ricevendo dal coniuge separato solo un assegno di mantenimento di Euro 500,00 mensili. È stato, in seguito, precisato che il proprio nucleo familiare è composto, oltre che da lei stessa, anche da due figlie, per le quali il padre versa mensilmente un assegno di Euro 750,00 per ciascuna.

L’art. 92 dello stesso D.P.R., nei casi di ammissione al patrocinio a spese dello Stato nel processo penale, prevede che “Se l’interessato all’ammissione al patrocinio convive con il coniuge o con altri familiari, si applicano le disposizioni di cui all’art. 76, comma 2, ma i limiti di reddito indicati dall’art. 76, comma 1, sono elevati di Euro 1.032,91 per ognuno dei familiari conviventi”.

La questione posta con il ricorso è se tale somma – che attiene agli assegni di mantenimento percepiti mensilmente dalle componenti il nucleo familiare – vada a costituire reddito che deve essere indicato e considerato ai fini dell’ammissione al menzionato beneficio.

È noto che la giurisprudenza di questa Corte ritiene che, ai fini della determinazione dei limiti di reddito per l’ammissione al patrocinio, si deve tener conto, nel periodo di imposta in cui sono percepiti, di tutti i redditi, anche se non sottoposti a tassazione, perché il legislatore, al fine di stabilire se la persona possa o meno fruire del patrocinio a spese dello Stato, non ha inteso limitarsi a prendere in considerazione i redditi dichiarati o comunque da dichiararsi in un determinato periodo di imposta, ma ha voluto prendere in considerazione tutti i redditi (persino quelli derivanti da attività illecita) dalla persona effettivamente percepiti o posseduti, anche se esclusi dalla base imponibile. A quest’ultimo proposito il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 76, comma 3, stabilisce, infatti, che, ai fini della determinazione dei limiti di reddito per l’ammissione al patrocinio, si deve tenere conto non soltanto dei redditi “imponibili” ai fini IRPEF risultanti dall’ultima dichiarazione, ma anche di quelli esclusi dalla base imponibile, come i redditi “esenti”, soggetti a regime sostitutivo o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta.

Dunque, ai fini della determinazione della non abbienza (recte: dei limiti di reddito per l’ammissione al patrocinio) necessaria per fruire del beneficio, assumono rilievo persino i redditi esclusi dalla base imponibile dell’IRPEF (in particolare, i redditi esenti), a dimostrazione del fatto che il legislatore assume l’elemento del reddito complessivo effettivamente percepito o posseduto nel periodo d’imposta come indice della condizione dell’interessato.

Questa Corte ha già puntualizzato che lo scopo dell’istituto del patrocinio a spese dello Stato è quello di consentire l’accesso alla giustizia a chi non è in condizioni economiche idonee a sostenere il relativo costo. Sicché, ai fini della verifica di siffatta condizione di minorazione, non può non venire in considerazione ogni componente di reddito, imponibile o meno, siccome espressivo di capacità economica (Cass., Sez. IV pen., n. 23223 del 2016, ove si rammenta che in tal senso si è espressa, sia pure con riferimento alla L. 30 luglio 1990, n. 217, artt. 3 e 4, la Corte Cost. con sentenza n. 144 del 1992).

La decisione gravata poggia, dunque, su una corretta interpretazione della normativa di settore, laddove i giudici di merito, nel determinare l’ammontare del reddito complessivo ai fini dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, hanno tenuto conto anche dei redditi derivanti dagli assegni di mantenimento e ciò anche con il conforto di plurimi interventi della Corte costituzionale, che, ai fini dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, per la determinazione dei limiti di reddito ritiene che rilevino anche i redditi che non sono stati assoggettati ad imposte vuoi perché non rientranti nella base imponibile, vuoi perché esenti, vuoi perché di fatto non hanno subito alcuna imposizione;

– conclusivamente, il ricorso va respinto;

– nessuna pronuncia sulle spese processuali in mancanza di difese da parte delle amministrazioni;

– poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater dell’art. 13 del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 comma 1-qualer, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1 comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.


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5 Commenti

  1. Ho letto l’articolo, e mi sembra alquanto (demente) ora mi risulta che tutto il sistema italiano si basa e così deve essere sulla dichiarazione ISEE, di cui è l’unico sistema BASE del reddito. Ora perché e per quale motivo nella magistratura questo non è preso in considerazione, sono superiori?
    Inoltre, per quale motivo se un familiare maggiorenne DEVE per forza essere inserito nell’ISEE dei componenti della famiglia e non nucleo autonomo?
    Qui mi sembra nella chiara situazione ITALIA, che negli altri paesi del mondo non esiste.
    Ciò che mi fa male è che devono sottostare smpre e solo i poveri, e nessuno fa niente. Grazie

    1. Si tratta di giustizia di classe. Infatti, mentre in linea di principio il diritto al patrocinio è previsto a livello costituzionale, nella applicazione pratica, lo Stato, dal Ministero della Giustizia alla Magistratura fa quadrato contro la pratica applicazione dell’istituto. questo si spiega innanzitutto con la perdita della sovranità monetaria e la conseguenza crisi verticale delle finanze dello Stato. Oggi, i giudici sono consapevoli che ogni euro prelevato a favore dei cittadini dalle casse dell’erario, mette in discussione la loro fonte di entrate, cioè i loro stipendi, liquidazioni e pensioni future. Di conseguenza, poichè non puoi chiedere a nessuno di andare contro i propri interessi, la magistratura disapplica e ostacola in ogni modo l’effettività del patrocinio a spese dello Stato. Viene quindi a mancare la condizione fondamentale che il Giudice sia al di sopra delle parti e disinteressato al provvedimento che deve adottare. la stessa questione si ripropone se si parla di legge Pinto o di indennizzo per ingiusta detenzione e simili. Nello stesso modo, infine, tale conflitto di interessi si riverbera sui giudizi in cui il cittadino è contrapposto alla PA e agli altri enti chiedendo una somma di denaro o chiedendo di accertare che non deve una somma di denaro. Anche in questi casi il magistrato tende generalmente a limitare in tutti i modi la richiesta di giustizia che comporti un esborso o una mancata entrata nelle casse dell’erario.Si badi bene, tale modus si estende ben oltre la sua portata originaria. Ad esempio, posto che quando una banca va in difficoltà, prima o poi interviene lo Stato e il debito privato diventa pubblico, ancora una volta andando a gravare sull’Erario, anche in questi casi il magistrato tenderà a limitare il diritto del cittadino contro la banca. In varie decisioni viene richiamata la necessità di tutela e salvaguardia dell’Erario pubblico per giustificare limiti ai diritti dei cittadini: peccato che chi, con tanta facilità pone limiti ai diritti degli altri, giammai accetterebbe di vedersi decurtato di un solo euro il lauto stipendio e i privilegi di cui gode a spese dell’erario…..

      1. Bravissimo, condivido pienamente.
        Affinchè questo Paese si riprenda e ridiventi tra le prime al mondo, due sono le cose da fare:
        1 – ripresa della sovranità monetaria
        2 – riforma totale ed immediata della magistratura (sistemiamo, finalmente, una volta per tutti sti “grigi”!

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