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Buoni pasto: quando spettano al lavoratore?

21 agosto 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 agosto 2018



In quali casi il datore di lavoro deve riconoscere il buono pasto o l’indennità di mensa ai lavoratori dipendenti?

Se il dipendente lavora per almeno 6 ore ha sempre diritto al buono pasto? Ha diritto al buono pasto chi lavora durante l’ora di pranzo o l’ora di cena, anche se non fa la pausa? I lavoratori part time hanno diritto ai buoni pasto? Se non ci sono bar o ristoranti vicino all’azienda si deve erogare l’indennità di mensa? Sono davvero numerose le domande che le aziende si pongono in materia di buoni pasto ed indennità di mensa: non esistendo una disciplina normativa unitaria, bisogna seguire quanto previsto dai contratti collettivi, facendo anche affidamento sui principali orientamenti della giurisprudenza. Sbagliare è molto facile, e non riconoscere al lavoratore una prestazione spettante espone, ovviamente, al rischio di contenzioso. Facciamo allora il punto della situazione sui buoni pasto: quando spettano al lavoratore, a quali dipenenti  spettano, quando deve essere riconosciuta l’indennità di mensa, come sono tassati questi strumenti.

Che cosa sono i buoni pasto?

Il buono pasto è un mezzo di pagamento che consiste in un tagliando, cartaceo o elettronico, con un valore assegnato, riconosciuto da ristoranti, bar, mense e simili esercizi, per acquistare pasti o prodotti alimentari.

I buoni pasto, conosciuti anche come ticket restaurant, dal nome di alcuni dei voucher più diffusi, costituiscono un reddito esente da tassazione e da contribuzione Inps, sino al valore, per singolo buono, di 5,29 euro; se il ticket, però, è elettronico, grazie alla legge di stabilità 2015 [1], risulta esentasse sino all’ammontare di 7 euro.

Quali dati vanno indicati nei buoni pasto?

Nei buoni pasto devono essere indicati:

  • il codice fiscale o la ragione sociale del datore di lavoro;
  • la ragione sociale e il codice fiscale della società che emette i buoni;
  • il valore facciale del ticket, in valuta corrente;
  • il termine massimo entro cui utilizzare il buono;
  • deve poi essere presente uno spazio riservato all’apposizione della data di utilizzo, della firma del titolare e del timbro dell’esercizio convenzionato presso il quale il buono pasto viene utilizzato;
  • infine, al ticket va apposta la dicitura seguente «il buono pasto non è cedibile, né cumulabile oltre il limite di otto buoni, né commercializzabile o convertibile in denaro; può essere utilizzato solo se datato e sottoscritto dal titolare».

Se il buono pasto è elettronico, i dati sono associati elettronicamente al carnet, mentre la data di utilizzo e i dati identificativi dell’esercizio presso il quale il buono è speso sono associati elettronicamente in fase di utilizzo; l’obbligo di firma del titolare del buono pasto è assolto associando il numero o il codice identificato riconducibile al titolare.

Che cos’è l’indennità sostitutiva di mensa

Quando manca la mensa o un servizio di somministrazione diretta in azienda, e non sono presenti servizi di ristorazione nelle vicinanze, il buono pasto risulta, di fatto, inutilizzabile.

In questi casi, il datore di lavoro deve corrispondere al dipendente l’indennità sostitutiva di mensa: si tratta di un reddito esente sino a 5,29 euro al giorno.

Quest’indennità non deve essere confusa con l’indennità di mensa, che è interamente imponibile, sia dal punto di vista contributivo che fiscale.

Quando spettano indennità di mensa e buoni pasto?

Non è sempre obbligatorio, per l’azienda, corrispondere i buoni pasto, l’indennità sostitutiva di mensa o simili agevolazioni, perché questi benefici non hanno natura retributiva ma assistenziale e sono erogati obbligatoriamente solo se previsti dal contratto collettivo.

La corresponsione dei buoni e dell’indennità è obbligatoria anche quando sono previsti dagli accordi collettivi per una determinata categoria di dipendenti: in questo caso, all’interno della categoria non è possibile fare discriminazioni e riconoscere i buoni, o l’indennità, solo ad alcuni, se l’orario copre la fascia dei pasti.

Indennità di mensa e buoni pasto spettano ai lavoratori part time?

Hanno diritto ai buoni pasto anche i lavoratori part time, quando non solo l’orario di lavoro copre la fascia dei pasti, pranzo o cena, ma anche quando, a causa della distanza tra l’abitazione e l’azienda, non sia possibile, per il dipendente, consumare il pasto a casa propria: è quanto confermato da una recente sentenza della Corte di Cassazione [4], che ha condannato una nota società al risarcimento di un lavoratore che terminava il servizio prima dell’ora di pranzo, ma che, impiegando oltre un’ora per raggiungere casa propria, non poteva consumare il pasto né in azienda, né per conto proprio. In ogni caso, è necessario che ci sia un accordo collettivo che ne preveda la corresponsione.

Buoni pasto e indennità sostitutiva di mensa sono sempre esentasse?

Secondo le indicazioni dell’Agenzia delle Entrate [2], l’esenzione dalla tassazione dei buoni pasto e dell’indennità sostitutiva di mensa vale soltanto quando i benefici sono offerti alla generalità dei dipendenti o a categorie omogenee di lavoratori.

A tal fine, non è rilevante che poi siano utilizzati, in concreto, solo dai dipendenti aventi diritto in base all’orario effettuato.

Se i buoni sono poi offerti anche ai lavoratori part time che non ne avrebbero diritto, secondo quanto precisato dalle entrate [3], sono comunque esenti da imposizione.

Che cosa succede se il dipendente utilizza impropriamente un buono pasto?

La normativa non specifica né chi deve vigilare sull’utilizzo dei buoni, né quali sono le sanzioni per l’uso improprio.

Non è quindi chiaro se il mancato rispetto degli obblighi da parte del lavoratore, compreso il nuovo limite massimo di utilizzo (attualmente è possibile utilizzare sino a 8 ticket cumulativamente), possa avere delle conseguenze.

note

[1] L.190/2014.

[2] Circ. 188E/1998; Circ.326E/1997.

[3] Circ.118E/2006.

[4] Cass, sent. 22702/2014.

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