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Minacciare di rigare la macchina è reato?

6 Ottobre 2019
Minacciare di rigare la macchina è reato?

Reato di minaccia anche sulle cose purché sia credibile e si limiti la libertà psichica della vittima.

Quando sei tornato a casa, per la fretta, hai lasciato l’auto nel cortile senza seguire l’ordine stabilito dal condominio; così hai intralciato il parcheggio a un altro condomino. Quest’ultimo, appena ti ha visto, ti ha investito di insulti fino a minacciare di rigarti la macchina non appena ti saresti allontanato. Col timore di trovare la fiancata danneggiata, sei stato un giorno intero in apprensione, affacciandoti di tanto in tanto dal balcone per controllare la situazione. Alla fine, hai anche deciso di posizionare una piccola telecamera puntata sul cortile. Ciò nonostante, hai intenzione di agire contro il tuo vicino e denunciarlo per minaccia.

Secondo un tuo amico, il reato di minaccia si commette solo quando l’azione paventata si riversa contro una persona e non contro un oggetto come, ad esempio, l’automobile, i pneumatici o la carrozzeria. Insomma, a suo dire, non è possibile parlare di un illecito penale. Chi dei due ha ragione? Minacciare di rigare la macchina è reato? Sul punto, ha fornito una risposta la Cassazione [1].

Il reato di minaccia: cosa dice la legge?

Come sempre, per dipanare ogni dubbio in merito all’interpretazione di una legge, bisogna partire sempre dal dato letterale della stessa. Solo leggendo la norma del Codice penale che sanziona il delitto di minaccia si può, cioè, comprendere se minacciare di rigare l’auto altrui è reato o meno. La disposizione [2] è, tuttavia, molto generica. Essa dispone che «chiunque minaccia ad altri un ingiusto danno è punito, a querela della persona offesa, con la multa fino a 1.032 euro».

Nel momento in cui si parla di «ingiusto danno», non ci si riferisce se l’oggetto su cui esso si riversa deve essere una persona o una cosa.

Come anticipato, però, la Cassazione ha chiarito il dubbio.

Minacciare di rompere l’auto altrui è reato?

Secondo la Corte Suprema, bisogna privilegiare un’interpretazione lata della norma e ricomprendere anche la minaccia che, seppur rivolta al proprietario, intende riversare la futura azione su un oggetto. Quindi, tra le frasi di minaccia vietate dalla legge, non c’è solo «Ti uccido», «Ti spacco la testa», «Non sai che cosa ti farò» oppure «Ti resta poco da vivere…». Potrebbe configurare una minaccia anche «Ti rigo la macchina», «Ti brucio il negozio», «Ti rompo la porta di casa» e così via.

A conferma di questa visione il fatto che «il comportamento» tenuto da chi proferisce la frase minacciosa, seppur rivolta contro un oggetto, mina «la libertà psichica della vittima», tanto da indurla a «non allontanarsi dai pressi della sua vettura, parcheggiata sulla pubblica via, per evitare che essa possa subire le conseguenze dannose» prospettate dal responsabile.

Del resto, presupposto chiave per la minaccia è anche la credibilità dell’azione prospettata. Dire «Ti spedisco sulla luna con un calcio» non può essere una minaccia perché non si tratta di un pericolo effettivo e plausibile. Sarebbe illogico pensare che la vittima, per timore che la condotta si concretizzi, si leghi a un palo della luce per non volare in cielo. Così come non può essere una minaccia quella proferita da un anziano, capace di camminare con un bastone, il quale dica a un giovanotto di volergli rompere le ossa.

Dall’altro canto, è una minaccia credibile quella che si può riversare su un bene come la macchina, la casa, la bicicletta, l’attività economica, ecc.

Minacciare è reato, danneggiare no

I paradossi del diritto portano a un’ulteriore conclusione. Come visto, la minaccia integra sempre un reato. Ma è altrettanto noto che il danneggiamento è stato depenalizzato (a meno che la cosa danneggiata non sia esposta alla fede pubblica, ad esempio su una strada comunale). Questo significa che se il vicino, anziché minacciare, passa direttamente ai fatti e buca una gomma non commette reato. Può essere punito solo con una sanzione di carattere civile e il risarcimento del danno.

Le altre azioni che possono configurare reato

Nei mesi passati, la giurisprudenza ha avuto modo di individuare altre ipotesi di reato commessi con l’uso dell’auto. Ad esempio, bloccare il passo di un cancello privato o di un garage, impedendo al proprietario di entrare o uscire è violenza privata. Così com’è violenza privata parcheggiare a filo con un’altra macchina con l’intenzione di impedire al titolare di aprire lo sportello per entrare; non importa se è libero lo sportello del lato passeggero. Leggi Quando parcheggiare male è reato.


note

[1] Cass. sent. n. 38088/19 del 13.09.2019.

[2] Art. 612 cod. pen.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 7 maggio – 13 settembre 2019, n. 38088

Presidente Sabeone – Relatore Mazzitelli

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza, emessa in data 21 maggio 2018, il Giudice di Pace di Vasto ha condannato Ab. Ra., per il reato, di cui all’art. 612 c.p., commesso in danno di Pi. La. Ga., in occasione di un diverbio stradale (fatto avvenuto, in Vasto, in data 25/07/2014).

2. L’imputata, tramite difensore di fiducia, ha proposto ricorso per cassazione, con cui ha dedotto i seguenti motivi.

2.1 Vizio di motivazione, ex art. 606, comma 1, lett. e), codice di rito, per illogicità e carenza della motivazione, travisamento della prova, nonché omissione di valutazione di tutte le prove testimoniali. Il giudice avrebbe reso una motivazione illogica, posto che l’esponente non aveva alcun motivo di chiedere alla parte lesa di spostare la macchina, avendo già parcheggiato il proprio mezzo. La stessa parte lesa non aveva mai sostenuto che il parcheggio di tale veicolo fosse irregolare. Le risultanze dibattimentali dimostrerebbero un sorpruso, commesso dal Pi., che voleva ottenere lo spostamento del veicolo della ricorrente, e non il contrario, come invece sostenuto dalla tesi accusatoria.

Considerato in diritto

1. Secondo il costante insegnamento di questa Suprema Corte, esula dai poteri della Corte di cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (per tutte: Sez. Un., 30/4-2/7/1997, n. 6402, Dessimone, riv. 207944; tra le più recenti: Sez. 4, n. 4842 del 02/12/2003 – 06/02/2004, Elia, Rv. 229369).

La novella codicistica, introdotta con la L. del 20 febbraio 2006, n. 46 ,che ha riconosciuto la possibilità di deduzione del vizio di motivazione anche con il riferimento ad atti processuali specificamente indicati nei motivi di impugnazione, non ha mutato la natura del giudizio di cassazione, che rimane pur sempre un giudizio di legittimità, sicché gli atti eventualmente indicati, che devono essere specificamente allegati per soddisfare il requisito di autosufficienza del ricorso, devono contenere elementi processualmente acquisiti, di natura certa ed obiettivamente incontrovertibili, che possano essere considerati decisivi in rapporto esclusivo alla motivazione del provvedimento impugnato e nell’ambito di una valutazione unitaria, e devono pertanto essere tali da inficiare la struttura logica del provvedimento stesso. Resta, comunque, esclusa la possibilità di una nuova valutazione delle risultanze acquisite, da contrapporre a quella effettuata dal giudice di merito, attraverso una diversa lettura, sia pure anch’essa logica, dei dati processuali o una diversa ricostruzione storica dei fatti o un diverso giudizio di rilevanza o attendibilità delle fonti di prova.

Ed è stato ulteriormente precisato che la modifica dell’art. 606 lett. e) cod. proc. pen., per effetto della legge n. 46 del 2006, non consente alla Cassazione di sovrapporre la propria valutazione a quella già effettuata dai giudici di merito mentre comporta che la rispondenza delle dette valutazioni alle acquisizioni processuali può essere dedotta nella specie del cosiddetto travisamento della prova, a condizione che siano indicati in maniera specifica e puntuale gli atti rilevanti e sempre che la contraddittorietà della motivazione rispetto ad essi sia percepibile “ictu oculi”, dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato ai rilievi di macroscopica evidenza, senza che siano apprezzabili le minime incongruenze. (Sez. 4, n. 20245 del 28/04/2006, Francia, Rv. 234099)

A ciò si aggiunga inoltre che, secondo la giurisprudenza di legittimità, in tema di ricorso per cassazione, non è possibile dedurre come motivo il “travisamento del fatto”, giacché è preclusa la possibilità per il giudice di legittimità di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi di merito. E’ consentito, (art. 606 lett. e cod.proc.pen.), dedurre il “travisamento della prova”, che ricorre nei casi in cui si sostiene che il giudice di merito abbia fondato il suo convincimento su una prova che non esiste o su un risultato di prova incontestabilmente diverso da quello reale. In quest’ultimo caso, infatti, non si tratta di re interpreta re gli elementi di prova valutati dal giudice di merito ai fini della decisione, ma di verificare se questi elementi esistano. (Sez. 4, n. 4675 del 17/05/2006 – dep. 06/02/2007, P.G. in proc. Bartalini e altri, Rv. 235656)

2. Ciò posto, in linea generale, va osservato che i motivi proposti tendono, appunto, ad ottenere un’inammissibile ricostruzione dei fatti mediante criteri di valutazione diversi da quelli adottati dal giudice di merito, il quale, con motivazione esente da vizi logici e giuridici, ha esplicitato le ragioni del suo convincimento.

Ed invero, dalla sentenza impugnata si evince che a seguito di un diverbio stradale, di per sé non rilevante, il Pi., la vittima del reato, fu destinatario di espressioni minatorie, ad opera dell’odierna ricorrente, in compagnia di altra coimputata, poi prosciolta dal reato di lesioni.

Sia il comportamento minaccioso dell’esponente sia il comportamento aggressivo della sua accompagnatrice, secondo il giudice del merito, minarono la libertà psichica del Pi., che fu indotto a non allontanarsi dai pressi della sua vettura, parcheggiata sulla pubblica via, per evitare conseguenze dannose alla stessa, così come paventato dall’attuale ricorrente.

Sia il Pi. che l’odierna ricorrente hanno riportato conseguenze fisiche durante la colluttazione e a seguito della stessa il primo ha subito in separata sede altro procedimento, il che rende ulteriormente irrilevanti le circostanze dedotte dalla parte ricorrente, residuando, invece, in via esclusiva, l’accertamento, sorretto da adeguata motivazione, della valenza intimidatoria delle espressioni utilizzate dalla Ab. Ra..

Le censure sono manifestamente infondate.

2. Sulla base delle considerazioni esposte, si deve dichiarare inammissibile il ricorso, con contestuale condanna della ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al pagamento di una somma, che si reputa equo determinare in Euro 3.000,00, in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle ammende.


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