Diritto e Fisco | Articoli

Investire una persona in bicicletta: conseguenze legali

6 Ottobre 2019
Investire una persona in bicicletta: conseguenze legali

Incidente con bici: chi paga? Se un bambino investe con la bicicletta qualcuno chi risarcisce i danni?

Una recente ordinanza della Cassazione [1] ha affrontato il tema dell’investimento di un pedone da parte di un ciclista distratto. Nel caso di specie, a spingere i pedali era un minorenne. Immediata la richiesta di risarcimento ai genitori. La vicenda è solo la scusa per affrontare il tema sotto ogni angolatura e spiegare quali sono le conseguenze legali dell’investire una persona in bicicletta. Ma procediamo con ordine.

Incidente con bicicletta: quali conseguenze

Esistono tre tipi di responsabilità per chi guida una bici, responsabilità che possono concorrere nello stesso momento.

C’è, innanzitutto, la responsabilità amministrativa. Gran parte delle norme del Codice della strada si applicano anche ai ciclisti, sicché questi ultimi devono rispettare le regole di prudenza, la precedenza e il divieto di superare i limiti di velocità o di circolare in stato di ebbrezza. In caso contrario, scattando le comuni “multe” stradali.

Da un punto di vista civilistico, invece, esiste una norma generale contenuta nel nostro Codice civile [2] in forza della quale chiunque procuri un danno ad altri – anche se involontariamente – è tenuto a risarcirlo e, a tal fine, risponde delle conseguenze con tutto il proprio patrimonio. Ciò implica l’obbligo per il ciclista che investe un pedone o un altro ciclista di pagare i danni arrecati al terzo; se non lo fa, può subire una causa civile, una condanna e il successivo pignoramento dei beni.

Sotto un profilo penale, infine, si risponde del reato di lesioni colpose (lievi, gravi e gravissime). Anche in questo caso, non importa se il danno è stato causato senza alcuna intenzione. Tuttavia, il reato scatta non per qualsiasi tipo di lesione (ad esempio una sbucciatura del ginocchio) ma solo per quelle ferite che comportano una imitazione funzionale o un significativo processo patologico ovvero una compromissione delle funzioni dell’organismo, anche non definitiva, ma comunque significativa [3]. In buona sostanza, anche il reato di lesioni lievi non scatta per qualsiasi tipo di ferita ma solo per quelle più consistenti. In questo, ha fondamentale importanza il certificato medico rilasciato al pronto soccorso e i giorni di prognosi in esso riportati.

Incidente con bicicletta: chi paga?

Nel caso in cui il ciclista sia soggetto maggiorenne, la responsabilità amministrativa, civile e penale ricade su di lui e su nessun altro. Anche nell’ipotesi in cui questi conviva ancora con i genitori e sia inserito nel loro stato di famiglia, padre e madre non potranno mai subire un pignoramento a causa dell’illecito commesso dal figlio.

Per gli incidenti stradali avvenuti alla guida della bici non c’è alcuna copertura assicurativa salvo che il ciclista abbia stipulato un’apposita polizza non obbligatoria. Sicché tutti i danni, a persone o a cose, devono essere risarciti dal conducente. È possibile limitare o escludere il risarcimento a seconda del grado di colpa che abbia il soggetto danneggiato nell’incidente.

Per far scattare l’obbligo del risarcimento del danno, però, non è necessario che vi sia uno scontro.

Domenico sta guidando la propria bici ma, per salutare un amico, ha lo sguardo girato verso dietro; non vede, pertanto, che ha invaso la corsia opposta di marcia. Un’auto, per non andargli incontro, fa un’improvvisa sterzata, andando a urtare contro un motorino che si trovava a bordo strada. Il motociclista ha diritto ad essere risarcito dal ciclista, nonostante tra i due non vi sia stato alcun contatto.

Investimento pedone da parte del ciclista

Il ciclista è responsabile sia se commette un incidente stradale con un altro veicolo – a motore o non – che se finisce addosso a un pedone. Anche se è molto difficile che un automobilista dimostri la responsabilità del ciclista, l’ipotesi non è impossibile (si veda l’esempio del paragrafo precedente). Meglio va al passante che viene investito da un ciclista. In tal caso, quest’ultimo risponde sia dei danni fisici, in termini di risarcimento del danno, che del reato di lesioni quando l’infortunio abbia determinato una menomazione e un’alterazione funzionale, anche se non definitiva.

Bambino fa incidente in bicicletta: di chi è la responsabilità?

La Cassazione ricorda che, se il ciclista è minorenne, dei danni da questi compiuti ne rispondono sempre i genitori i quali saranno tenuti a risarcire, con i propri soldi, il danneggiato. La responsabilità dei genitori scatta anche se questi non erano presenti. Madre e padre, infatti, sono colpevoli – spiga la Corte – per «non avere impartito al figlio una educazione sufficiente ad impostare una corretta vita di relazione» e per «non avere svolto una vigilanza adeguata in relazione all’età, all’indole e al carattere del figlio». La «precoce emancipazione» dei bambini non può né escludere né attenuare «la responsabilità dei genitori», i quali, anzi, «hanno l’onere di impartire ai figli l’educazione necessaria per non recare danni a terze persone nella loro vita di relazione» e «debbono rispondere delle carenze educative a cui l’illecito commesso dal figlio sia riconducibile».

Per quanto, invece, riguarda la responsabilità penale, del reato di lesioni commesso dal minorenne risponde quest’ultimo solo se ha compiuto 14 anni. Fino a 13, invece, il minore non può subire alcun procedimento penale. Non ne rispondono però neanche i genitori. Leggi sul punto la nostra guida Fino a che età i genitori son responsabili dei figli?


note

[1] Cass. ord.  n. 24907/2019 del 4.10.2019.

[2] Art. 2043 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 40428/2009.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 12 aprile – 4 ottobre 2019, n. 24907

Presidente Frasca – Relatore Pellecchia

Rilevato che:

1. Nel 2004, Ra. Sc. e Ro. Ma., nella qualità di genitori esercenti la podestà genitoriale sul minore Lu. Sc., convenivano in giudizio, Pa. Do. e Lu. Ca., per essere risarciti di tutti i danni derivanti dalle lesioni personali subite dal figlio di 4 anni, in seguito al sinistro verificatosi in data 06/05/2003. La parte ricorrente esponeva che il minore Lu. Sc., mentre era tenuto per mano dalla madre, veniva investito dalla bicicletta condotta da An. Do., di anni (omissis), figlio dei convenuti. A seguito dell’incidente, Lu. Sc. riportava lesioni personali (frattura gomito sinistro) dalle quali erano derivanti postumi permanenti.

Si costituivano i convenuti che chiedevano il rigetto della domanda.

Il Tribunale di Napoli- Sezione distaccata di Marano, con sentenza n. 502 del 09/05/2012, accoglieva la domanda attorea e condannava i convenuti al pagamento del risarcimento dei danni subiti dal minore Lu. Sc., con refusione delle spese di lite in favore del procuratore degli attori.

Avverso tale sentenza i coniugi Do. – Ca. proponevano rituale appello, chiedendone l’integrale riforma.

2. La Corte di appello di Napoli, con sentenza n. 1378/2018 del 16/03/2018, rigettava l’appello e condannava gli appellanti al pagamento delle spese del giudizio in favore degli appellanti, ritenendo sussistente la “culpa in educando” ex art. 2048 dei genitori di An. Do..

3. Avverso tale pronuncia, Pa. Do. e Lu. Ca., propongono ricorso per cassazione sulla base di due motivi. Ra. Sc. e Ro. Ma. resistono con controricorso.

4. È stata depositata in cancelleria ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ., e regolarmente notificata ai difensori delle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza, la proposta di inammissibilità del ricorso. 1 ricorrenti hanno depositato memoria.

Considerato che:

5. A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, reputa il Collegio, con le seguenti precisazioni di condividere la proposta del relatore.

6. Con il primo motivo di ricorso, parte ricorrente lamenta la “Violazione dell’art. 2048 c.c. (in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.) in riferimento alle conseguenze derivanti dall’assenza di prova certa in ordine alle modalità dell’evento, nonché alla falsa applicazione dell’art. 2048 c.c. concernente la responsabilità genitoriale”.

La Corte non avrebbe interpretato correttamente l’art. 2048, il quale presuppone l’esistenza di un fatto illecito commesso dal figlio minore. Nel caso di specie, parte ricorrente ritiene che non si sia raggiunta la prova dell’illiceità dell’accaduto. Inoltre, si sostiene che la responsabilità genitoriale, prevista dal 2048 c.c., fondata su una presunzione di cupla in educando o in vigilando, verrebbe superata quando l’illecito del figlio minore sia commesso nell’ambito della sua sfera di autonomia, la cui attività è sottratta al costante controllo dei genitori. Pertanto, essendo il sinistro avvenuto all’interno di un parco, in cui il bambino svolgeva solite attività di svago, risultava impossibile per il genitore vigilare il proprio figlio.

6.2. Con il secondo motivo, parte ricorrente si duole della “Violazione e falsa applicazione degli artt. 352, 357, 115 e 116 c.p.c. 2697 c.c., omessa e contraddittoria motivazione su di un punto controverso del giudizio (artt. 360 n.3 e n. 5 c.p.c.)”. La Corte avrebbe commesso un’ulteriore violazione dell’art. 2048, nella parte in cui ritiene che l’evento si sia verificato per unica e sola responsabilità del piccolo An. Do.. Si sostiene che non si sarebbe raggiunta prova certa della causazione dell’evento dannoso, il cui onere è a carico degli attori. Il Giudicante non avrebbe soddisfatto le condizioni di cui all’art. 2697 c.c. nel ragionamento logico-giuridico articolato nella impugnata sentenza, nonché di quelle di cui all’art. 116 c.p.c. in quanto lacunosa e contraddittoria.

7. Il ricorso è inammissibile. Entrambi i motivi sono inammissibili in quanto volti ad ottenere una nuova e diversa valutazione dei dati processuali e a contestare sul piano meramente fattuale – al di là della veste formale conferita alla censura – il contenuto della motivazione della sentenza di appello che appare, di converso, immune da vizi logico-giuridici. Sono anche fuori dai limiti posti da Cass. S.U. 8053-8054/2014, e si traducono in una critica generica alla sentenza d’appello, peraltro diretta ad ottenere una rivalutazione dei fatti, attività che oltrepassa i limiti del sindacato di legittimità.

La Corte di cassazione ha più volte affermato che il vizio di motivazione deducibile con il ricorso ex art. 360 c.p.c. n. 5, non può consistere nella difformità dell’apprezzamento dei fatti e delle prove dato al giudice di merito rispetto a quello preteso dalla parte, essendo riservati esclusivamente al Giudicante l’individuazione delle fonti del proprio convincimento, la valutazione delle prove, il controllo della loro attendibilità e la scelta fra le risultanze istruttorie ritenute idonee ad acclarare i fatti oggetto della controversia, con l’unico limite di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento od a confutare ogni deduzione difensiva (Cass. 1554/2004; 129/2004; 16034/2002).

Al riguardo, si ricorda il principio affermato dalle Sezioni Unite secondo cui la riformulazione dell’art. 360 c.p.c. n. 5) «deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 disp. prel. cod. civ., come riduzione al minimo costituzionale del sindacato sulla motivazione in sede di giudizio di legittimità, per cui l’anomalia motivazionale denunciabile in sede di legittimità è solo quella che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e attiene all’esistenza della motivazione in sé, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali, e si esaurisce, con esclusione di alcuna rilevanza del difetto di “sufficienza”, nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili”, nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”» (cfr. Cass. civ., Sez. Unite, 22/09/2014, n. 19881).

Inoltre i motivi sarebbero comunque inammissibili per violazione dell’art. 366 n. 6 c.p.c. ( Cass. S.U. n. 7161/2010 ; Cass. S.U. n. 28547/2008; Cass. n. 19157/12; Cass. n. 22726/11; Cass. n. 19069/2011).

Invero, non è dato riscontrare vizi dell’iter argomentativo della sentenza di appello, avendo il giudice interpretato correttamente la giurisprudenza di legittimità in tema di responsabilità genitoriale ex art. 2048, applicandola al caso di specie. Infatti sulla base dell’istruttoria, il giudice del merito ha valutato come negligente la condotta di guida della bicicletta da parte del Do. che ha determinato lo scontro con il minore Sc. Lu. ed ha ritenuto, sulla base dei principi di questa Corte, i genitori responsabili di non aver impartito al figlio un’educazione sufficiente ad impostare una corretta vita di relazione né di aver svolto una vigilanza adeguata in relazione all’età all’indole e al carattere del figlio.

La precoce emancipazione dei minori frutto del costume sociale non esclude né attenua la responsabilità che l’art. 2048 cod. civ. pone a carico dei genitori, i quali, proprio in ragione di tale precoce emancipazione, hanno l’onere di impartire ai figli l’educazione necessaria per non recare danni a terzi nella loro vita di relazione, dovendo rispondere delle carenze educative a cui l’illecito commesso dal figlio sia riconducibile (Cass. n. 3964/2014). Né alcun rilievo ha la sentenza (Cass. n. 10516/2017) indicata nella memoria ex art. 378 c.p.c. depositata dai ricorrenti in quanto il giudice del merito ha accertato il nesso causale tra la condotta del Do. e l’evento dannoso senza che ci sia stata alcuna interruzione dello stesso.

8. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento in favore dei controricorrenti, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 1.300,00, per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200, ed agli accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17 della L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis del citato art. 13.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube