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Cosa spetta alla moglie in caso di divorzio

8 Ottobre 2019
Cosa spetta alla moglie in caso di divorzio

L’assegno divorzile mira ad assicurare esigenze di vita dignitose e non la ricostituzione del tenore di vita matrimoniale.

Dopo la separazione, il coniuge con il reddito più alto deve versare all’ex meno agiato un assegno mensile che miri a ricostituire lo «stesso tenore di vita» di cui quest’ultimo godeva durante il matrimonio. Si tratta di un “cuscinetto” volto a tutelare, nei primi mesi successivi alla disgregazione del matrimonio, chi ha poche risorse economiche e si trova, sul più bello, ad affrontare da solo la vita e le spese che questa comporta. In tal senso, il mantenimento viene calcolato in modo da rendere sostanzialmente uguali i redditi dei due coniugi, al netto delle spese che deve sostenere chi versa l’assegno (ad esempio, tenendo conto dell’affitto per una nuova abitazione o del pagamento delle rate del mutuo sull’ex casa coniugale).

Quando, però, la coppia procede al divorzio, le regole cambiano. Scopo dell’assegno divorzile non è più mantenere una sostanziale uguaglianza di capacità economiche tra gli ex, ma garantire a quello più debole un’esistenza dignitosa.

A spiegare cosa spetta alla moglie in caso di divorzio è una recente sentenza della Cassazione [1] che fa il punto sull’attuale stato della giurisprudenza. Una giurisprudenza che, dal 2017 ad oggi, si è rapidamente evoluta.

L’attuale situazione non è un’assoluta negazione del mantenimento all’ex, ma un riconoscimento di tale misura solo in chiave meritrocratica. Ha diritto ai cosiddetti alimenti solo chi, durante un lungo matrimonio, ha rinunciato alla carriera per badare alla casa e ai figli, contribuendo così all’arricchimento della famiglia e dell’ex; chi ha raggiunto un’età avanzata che non gli consente di impiegarsi più nel lavoro o chi si trova in condizioni di salute tali da impedirgli di mantenersi da solo.

In questo senso, l’assegno di divorzio ha una funzione “assistenziale”: serve cioè a tutelare chi è più debole.

Questi concetti, che a prima vista potrebbero sembrarti astratti e poco comprensibili, sono invece di facile comprensione. Cercherò di spiegarli in modo pratico qui di seguito. Ma procediamo con ordine e vediamo meglio, alla luce dei chiarimenti espressi dalla recente giurisprudenza, cosa spetta alla moglie in caso di divorzio.

Cos’è l’assegno di mantenimento?

L’assegno di mantenimento è la misura che scatta dopo la separazione se le condizioni economiche dei due coniugi sono sostanzialmente differenti. Non è sufficiente un divario minimo, ma sostanziale, tanto da garantire all’uno un tenore di vita che l’altro non potrebbe più permettersi. Per evitare sperequazioni, quindi, la legge stabilisce che i due redditi devono restare sostanzialmente identici: il giudice – se le parti non trovano un accordo diverso – deve eliminare ogni differenza economica tra marito e moglie.

In questa valutazione, il giudice tiene innanzitutto conto della forbice tra i due redditi: tanto più è elevata, tanto maggiore sarà l’assegno di mantenimento. Vengono però considerate le spese che deve sostenere il coniuge più agiato: si pensi al caso in cui la casa coniugale venga assegnata alla moglie a cui sono stati affidati i figli o alla presenza di un mutuo o un finanziamento ancora da estinguere.

Il secondo punto che viene in rilievo è la durata del matrimonio: tanto più è stato breve tanto minori possono essere le aspettative di un coniuge. Non c’è da tutelare alcun affidamento del coniuge più debole dopo solo 6 mesi o 1 anno di matrimonio. Il suo stile di vita, infatti, non può aver ormai consolidato abitudini nuove.

Il terzo aspetto che contribuisce a determinare l’assegno di mantenimento è l’età del coniuge beneficiario e le sue attitudini professionali: se si parla di una giovane donna, con una laurea o una formazione che le consente di occuparsi, il giudice – anche se disoccupata – non potrà garantirle un mantenimento elevato, essendo quest’ultima in grado di sorreggersi già con le proprie forze.

In tutto questo, bisogna sempre verificare se la separazione avviene per colpa di uno dei due coniugi. Se infatti il tribunale pronuncia il cosiddetto “addebito” a carico della moglie, quest’ultima non ha diritto al mantenimento. L’addebito comporta infatti la perdita del diritto al mantenimento.

Se, invece, l’addebito viene pronunciato a carico del marito più benestante, quest’ultimo sarà comunque tenuto a versare il mantenimento: difatti, l’assegno all’ex non è una misura punitiva, ma solo la conseguenza delle diversità di reddito, che scatta con o senza colpa per la separazione.

Cos’è l’assegno di divorzio

L’assegno di divorzio scatta, invece, subito dopo il divorzio e, chiaramente, sostituisce l’assegno di mantenimento. Per molti anni l’importo dell’assegno di divorzio è sempre stato calcolato secondo le stesse regole previste per l’assegno di mantenimento (quello cioè dopo la separazione). Nel 2017 e nel 2018, però, la Cassazione ha emesso due pronunce che hanno letteralmente stravolto tale principio.

Con la prima sentenza [2], la Corte ha detto che l’assegno di divorzio non mira a garantire lo stesso tenore di vita tra i due coniugi ma solo un’autosufficienza economica, un’esistenza dignitosa. Risultato: il marito molto ricco non è tenuto a versare un sostanzioso assegno all’ex moglie ma solo lo stretto necessario per garantirle l’indipendenza. Ed ancora, se già la moglie ha un proprio stipendio che le consente di andare avanti da sola, non può pretendere un’aggiunta dall’uomo, neanche se questi è più benestante di lei.

Con la seconda sentenza [3], le Sezioni Unite della Cassazione hanno parzialmente corretto il tiro, pensando a tutte quelle coppie in cui uno dei due coniugi – di solito la moglie – ha deciso, di comune accordo con l’ex, di dedicarsi alla casa, badare alla famiglia e ai figli. Una tale scelta, che annienta le capacità di reddito della casalinga e la esclude definitivamente dal mercato del lavoro, si riversa però in un vantaggio per l’uomo il quale, in tal modo, può concentrarsi sulla propria carriera e aumentare le proprie aspettative di reddito. In situazioni di tale tipo, con matrimoni di lunga data, la Corte ha quindi spiegato che l’assegno divorzile deve “ripagare” i sacrifici che l’ex ha fatto dedicandosi al ménage domestico. Anch’esso, del resto, è un lavoro.

Che differenza c’è tra l’assegno di mantenimento e l’assegno divorzile?

Alla luce di quanto detto, le differenze tra assegno di mantenimento e assegno di divorzio (o divorzile) sono abbastanza semplici:

  • l’assegno di mantenimento vale dalla separazione fino al divorzio; l’assegno divorzile vale, invece, dal divorzio in poi e sostituisce l’assegno di mantenimento;
  • l’assegno di mantenimento mira a riequilibrare i redditi dei due coniugi garantendo ad entrambi lo stesso tenore di vita; l’assegno di divorzio invece è del tutto svincolato dal tenore di vita e mira solo a garantire l’autosufficienza, tenendo però conto del contributo prestato alla ricchezza familiare dal coniuge più debole.

Entrambi gli assegni possono essere sempre rivisti dal giudice se sopraggiungono nuovi elementi che mutano le condizioni economiche di uno dei due coniugi.

Cosa spetta alla moglie in caso di divorzio?

In caso di divorzio, all’ex moglie spetta l’assegno divorzile calcolato in base ai criteri appena indicati. Ha sempre diritto all’assegno la donna che non può lavorare non per sua colpa ma per:

  • difficoltà fisiche o di salute;
  • impossibilità a trovare lavoro: a dimostrare l’assenza di colpa per la disoccupazione deve essere la moglie stessa, dando prova di aver inviato il curriculum alle aziende, aver chiesto colloqui di lavoro, essersi iscritta alle liste di collocamento, aver partecipato a bandi di concorso;
  • sopraggiunti limiti di età (individuati in circa 50 anni);
  • aver badato sempre alle faccende domestiche.

All’ex moglie spetta poi una quota del Tfr (di norma il 40%) solo se:

  • titolare dell’assegno di mantenimento e sempre che detto mantenimento non sia stato pagato con un unico assegno (cosiddetto «una tantum»);
  • non risposatasi;
  • il Tfr deve essere stato liquidato dall’azienda dopo la sentenza di divorzio, ma deve essere il frutto del lavoro svolto (anche solo in parte) quando la coppia era ancora sposata.

L’ex moglie, il più delle volte, ottiene la collocazione dei figli presso di sé e, in tal caso, in automatico, anche l’assegnazione della casa coniugale (come diretta conseguenza della collocazione dei figli).

Dopo il divorzio, la moglie perde i diritti successori sull’ex marito e la pensione di reversibilità di quest’ultimo.

Maggiori approfondimenti in Diritti della moglie in caso di separazione e divorzio.

L’uomo ricco non deve mantenere la moglie con uno stipendio

Con una recente sentenza [1], la Cassazione ha accolto il ricorso di un consulente che dichiarava diecimila euro al mese, condannato in appello a versare all’ex, un’impiegata con uno stipendio di duemila, l’assegno di divorzio. Gli Ermellini hanno affermato a più riprese che l’unica cosa che dev’essere garantita al coniuge debole è una vita dignitosa.

Infatti, si legge in questa interessante motivazione, il parametro della inadeguatezza dei mezzi o della impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive va riferito sia alla possibilità di vivere autonomamente e dignitosamente (e, quindi, all’esigenza di garantire detta possibilità al coniuge richiedente), sia all’esigenza compensativa del coniuge più debole per le aspettative professionali sacrificate, per avere dato, in base ad accordo con l’altro coniuge, un dimostrato e decisivo contributo alla formazione del patrimonio comune e dell’altro coniuge.

In altri termini, lo squilibrio economico tra le parti e l’alto livello reddituale del coniuge destinatario della domanda non costituiscono, da soli, elementi decisivi per l’attribuzione e la quantificazione dell’assegno. E infatti, l’attribuzione e la quantificazione dello stesso non sono variabili dipendenti soltanto dall’alto (o dal più alto) livello reddituale di uno degli ex coniugi, non trovando alcuna giustificazione l’idea che quest’ultimo sia comunque tenuto a corrispondere all’altro tutto quanto sia per lui “sostenibile” o “sopportabile”, quasi ad evocare un prelievo forzoso in misura proporzionale ai suoi redditi.

Mantenimento figli

Per quanto concerne il contributo in favore di figli minorenni e maggiorenni non ancora economicamente indipendenti, per i Supremi giudici sussiste sempre l’obbligo di garantire loro lo stesso tenore di vita goduto quando i genitori stavano insieme. Il mantenimento viene calcolato in base alle effettive esigenze dei giovani, non solo quelle di sopravvivenza (vitto e alloggio) ma anche quelle rivolte alla formazione (libri, gite scolastiche, sport), comunicazione (computer, cellulare, ecc.), spostamenti (auto o motorino, ecc.).

Tale situazione permane finché questi diventino indipendenti, a prescindere se già maggiorenne. In buona sostanza, il genitore deve mantenere il figlio già grande se ancora non lavora, a meno che il suo stato di disoccupazione dipenda da inerzia e pigrizia. La non meritevolezza del mantenimento deve essere dimostrata dal genitore che chiede la cancellazione del mantenimento, ma si presume una volta superati i 35 anni. In pratica, dopo tale età la giurisprudenza ritiene – salvo adeguata prova contraria – che l’assenza di un’occupazione dipenda dal volere del giovane, revocandogli così l’assegno.

note

[1] Cass. sent. n. 24932/2019

[2] Cass. sent. n. 11504/2017.

[3] Cass. S.U. sent. n. 18287/18.


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