Diritto e Fisco | Editoriale

Password di email sottochiave: da oggi le “intercettazioni” sono prova nel processo civile


> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 giugno 2013



Clonare la password dell’altrui email, frugare nella casella di posta elettronica altrui, spiare gli sms del marito o della moglie, se anche è un reato, consente al ficcanaso di ottenere il risarcimento del danno.

 

Gli sms e le email altrui, sebbene acquisiti di nascosto e in modo illegale (cioè commettendo un reato), possono essere valide prove in un processo civile. E ciò nonostante si tratti di strumenti tecnici non equiparati, dalla legge, alle “prove scritte”.

A dirlo è stato il Tribunale di Torino in una ordinanza che abbiamo commentato in questo articolo: “Attenzione a sms ed email: anche se acquisiti in violazione della privacy fanno prova”.

Si tratta di un principio che, tralasciando l’aspetto puramente giuridico, crea un certo allarme sociale.

Le possibili invadenze all’interno dell’altrui sfera privata sono sempre state inibite da una valutazione di carattere pratico: l’inutilizzabilità delle prove così acquisite. Se non per mera curiosità, infatti, a nulla valeva violare la legge sulla privacy per procurarsi un documento che poi, davanti al giudice, valeva quanto la carta straccia.

Ma, con la pronuncia del tribunale piemontese, sembra che la questione penale passi in secondo piano. Se è vero, infatti, che gli elementi di prova assunti in modo illecito (per esempio con la clonazione di una password dell’email) possono essere utilizzati – per esempio – all’interno di un processo di divisione tra coniugi, allora il diritto si capovolge e tutto si complica.

La complicazione deriva dal fatto che ciò che per la legge è un reato (l’invasione nella sfera della riservatezza altrui) per la tecnica moderna, invece, è un’attività estremamente facile. Addirittura si è anche persa la percezione dell’illiceità di tutto ciò che il computer consente. È un gioco da ragazzi mettere una sorta di programmino nascosto nel computer della moglie o un registratore nell’auto o ancora, una webcam a controllare il lavoratore dipendente.

Ma se è vero, come sostiene il tribunale di Torino, che il codice di procedura civile non contiene norme che vietino l’utilizzo di prove acquisite in modo illecito, ossia commettendo un reato contro l’altrui privacy, questo significa che, una volta che l’illecito è commesso, il ficcanaso ha comunque un’ulteriore arma per ricattare la propria vittima: l’utilizzo della prova nel processo civile di risarcimento del danno.

In questo modo, alla fine, la parte lesa – lesa due volte – potrebbe, seppur a fini conciliativi, rinunciare a far valere un proprio diritto (in sede penale, per la lesione della propria privacy), in cambio di una cattiva transazione in sede civile.

Echeggiano le parole di Cicerone: “sommo jus summa iniuria”, ossia “il massimo del diritto, il massimo dell’ingiustizia”.

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