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Taglio dei parlamentari: ora cosa succede?

9 Ottobre 2019 | Autore:
Taglio dei parlamentari: ora cosa succede?

La riforma approvata ieri non entrerà subito in vigore. Bisogna aspettare l’eventuale referendum, modificare la legge elettorale, ridisegnare i collegi.

Il taglio dei parlamentari è legge: deputati e senatori ridotti da 630 a 400 alla Camera e da 315 a 200 al Senato. L’approvazione è definitiva ed il voto di ieri è stato quasi all’unanimità (553 voti favorevoli e 14 contrari). Adesso adesso le forze politiche esultano: «Vittoria per i cittadini», proclama Luigi di Maio, il leader del Movimento 5 Stelle che ha ideato e promosso questa riforma, e sono poche ed isolate le voci fuori dal coro di generale soddisfazione.

Tutti d’accordo quindi sul progetto finalmente approvato; ma ora le strade per l’attuazione effettiva si dividono. Fermo restando che la riduzione dei parlamentari avrà effetto dal primo scioglimento delle Camere che avverrà dopo l’entrata in vigore della legge approvata ieri (ma non prima dei 60 giorni successivi), ci sono infatti parecchi modi diversi per realizzare la riforma e tutte le strade passano per il nodo della legge elettorale che dovrà essere emanata per consentire di andare al voto del nuovo Parlamento in composizione ridotta. Tra le varie cose da fare in questo ambito, ci sarà sicuramente da rivedere il meccanismo del Rosatellum che dovrà per forza di cose essere modificato in maniera da adeguare i sistemi di presentazione delle liste; ma se sarà in senso maggioritario oppure proporzionale è ancora tutto da decidere.

Prima ancora di questo passaggio c’è da aspettare l’eventuale referendum confermativo della legge costituzionale appena approvata: potrebbero chiederlo un quinto dei membri di uno dei due attuali rami del Parlamento (126 deputati o 64 senatori) oppure 5 consigli regionali o anche 500mila cittadini elettori. Sono numeri non difficili da raggiungere, se si vuole. Il deputato renziano Roberto Giachetti ha già annunciato l’intenzione di iniziare a raccogliere le firme necessarie. Ma la stessa maggioranza di governo, a partire dal M5S, potrebbe richiederlo per irrobustire, attraverso il voto popolare che dovrebbe esprimere il suo consenso, la riforma approvata ieri dal Parlamento.

Ci sono tre mesi di tempo a partire da oggi per presentare le proposte referendarie e nel frattempo bisogna attendere prima di poter promulgare la riforma approvata ieri.  Se il referendum venisse chiesto, occorrerebbero almeno altri due mesi per arrivare al voto sul quesito proposto. Così si arriva già a primavera 2020.

Solo a quel punto si potrebbe varare la nuova legge elettorale, in modo da adattare i meccanismi di voto alla nuova composizione parlamentare ridotta. D’ora in poi ci sarà un deputato ogni 151 mila abitanti (rispetto agli attuali 96mila) e un senatore ogni 302mila (adesso sono 188mila): la rappresentatività sarà molto più alta, ogni parlamentare “peserà” di più rappresentando un numero maggiore di cittadini e si teme, tra l’altro, che questo allenterà i rapporti diretti intrattenuti con la base elettorale. Si tratta quindi di ridisegnare i collegi elettorali garantendo la necessaria rappresentatività alle diverse aree territoriali (quelle più piccole rischiano di essere penalizzate: ad esempio Umbria e Basilicata avranno solo 3 senatori ciascuna, con il rischio di non avere eletti i loro rappresentanti dell’opposizione) e di modificare i regolamenti parlamentari: quelli vigenti non sono più adatti alla nuova composizione e andranno rivisti, altrimenti il nuovo Parlamento non potrebbe funzionare.

Ci sono parecchi modi per realizzare questi punti e ovviamente le vedute delle varie forze politiche sono diverse; non sarà facile trovare una convergenza tra le varie posizioni. Per approvarle servirà poi la maggioranza assoluta e dunque sarà necessario coinvolgere nei progetti e disegni del nuovo sistema anche le opposizioni per acquisire il loro necessario consenso e evitare rischi di scivoloni quando si arriverà in vista del traguardo del voto definitivo sulla proposta presentata, che a oggi è ancora tutta da disegnare.

Comunque c’è già un documento “sottotraccia” che rimasto in ombra in questi giorni di clamore che hanno portato all’approvazione del taglio dei parlamentari: è stato approvato lunedì scorso dalla maggioranza e prevede che entro ottobre vengano portate avanti altre tre riforme in corso, il voto ai diciottenni in Senato, l’elezione dello stesso Senato su base pluriregionale (anziché regionale come avviene oggi) e la modifica del sistema di elezione del Presidente della Repubblica, che si prevede molto impegnativa anche perché con la riduzione dei parlamentari eletti c’è un’incidenza maggiore, stando alle regole attuali, dei rappresentanti delle Regioni che contribuiscono a scegliere il Presidente. Si dovrà quindi intervenire per ristabilire la proporzione.

Sono tutte riforme costituzionali che quindi necessitano di tempi abbastanza lunghi di approvazione, proprio come è stato per quella che ha portato ieri al taglio dei parlamentari; ma l’intenzione è quella di portarle avanti in parallelo, in maniera da arrivare nel giro di qualche mese a un nuovo sistema costituzionale dei meccanismi elettorali unico e sperabilmente definitivo. Intanto con tutto questo si arriverà alle soglie della prossima estate; senza dimenticare l’incognita del referendum elettorale proposto dalla Lega di Matteo Salvini per una riforma del sistema in senso maggioritario, che sta proseguendo il suo iter e che, se dovesse passare, potrebbe scompaginare le trame tessute dalla attuale maggioranza e rimettere in discussione tutte le soluzioni diverse nel frattempo adottate.

Così paradossalmente proprio dopo l’approvazione della riforma del taglio dei parlamentari l’attuale Parlamento si rafforza e la vita della legislatura in corso si allunga: per i motivi e le esigenze che abbiamo esposto, non sarà possibile andare al voto prima dell’anno prossimo, neppure se i tempi dei vari iter approvativi dovessero essere accelerati e ristretti al massimo. Nel frattempo le forze politiche sono costrette a convivere ancora per parecchi mesi e forse un anno intero nella stessa casa parlamentare, senza possibilità concrete di sciogliersi e andare a votare prima: è da vedere se sarà un’occasione per essere coesi oppure per litigare.


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