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Diffamazione generica: è reato?

12 Ottobre 2019
Diffamazione generica: è reato?

Tramite un profilo Facebook ho pubblicato un post in cui offendevo genericamente gli omosessuali. In realtà non volevo offendere nessuno, ma soltanto provocare una reazione che, infatti, c’è stata. Ebbene, pur non avendo utilizzato un linguaggio aggressivo e violento, temo che questo comportamento possa essere considerato come un reato: è così?

Attraverso i social network, quale ad esempio Facebook, è possibile commettere il reato di diffamazione [1]. Come potrà leggere più approfonditamente nella mia pubblicazione come denunciare una diffamazione su facebook, si tratta di un reato attraverso il quale si offende l’onore e la dignità di un persona, mediante una comunicazione espressa a più persone. In particolare, secondo la Cassazione [2], si tratterebbe un’ipotesi aggravata del predetto reato, così come se fosse stata realizzata a mezzo stampa o attraverso altre fonti di pubblicità similari, quali, ad esempio, proprio un social network.

La predetta precisazione non è di poco conto. La responsabilità penale che ne deriva sarebbe, infatti, più grave rispetto all’ipotesi più semplice di diffamazione, e la competenza a giudicare l’autore del post offensivo sarebbe del Tribunale territorialmente competente, invece che del Giudice di Pace. Il reato sarebbe, comunque, perseguibile a querela della persona offesa, entro tre mesi dalla pubblicazione incriminata o da quando la parte offesa sarebbe venuta a conoscenza della medesima.

Fatta questa dovuta quanto breve premessa, il reato in esame non sembra configurabile nel caso concreto descritto in quesito.

Lei ha, infatti, espresso un’affermazione dall’accezione sicuramente offensiva nei riguardi degli omosessuali, ma certamente senza rivolgersi ad un soggetto determinato. Trattasi di un aspetto particolarmente importante ed in grado di escludere la responsabilità dell’autore del post a titolo di diffamazione aggravata. È la suprema Corte di Cassazione [3] a raggiungere la predetta conclusione, precisando che la presunta vittima del reato di diffamazione deve essere un soggetto individuabile con una determinata certezza, alla luce di come e quando è stata espressa la comunicazione diffamatoria. Per configurare il predetto reato, non è sufficiente, prosegue la Suprema Corte, che la persona offesa, dinanzi ad una generica affermazione offensiva, avverta di essere uno dei destinatari.

Pertanto, appurato che per le predette ragioni il reato di diffamazione non è riconoscibile nel suo caso, resta da chiarire se siano prevedibili altre ipotesi di reato.

In particolare, si potrebbe pensare al reato, appena introdotto, di propaganda per motivi di discriminazione [4], dove viene punito chi propaganda idee fondate sulla superiorità di una razza, piuttosto che di una certa etnia o appartenenza religiosa, ma, anche in tal caso, l’applicazione della norma appena citata al caso concreto apparirebbe come una forzatura.

Come infatti è stato chiarito dalla Cassazione citata in precedenza, a proposito della cosiddetta “propaganda di idee” (ipotesi di reato abrogata e, in sostanza, sostituita dal Decreto legge [5] che ha introdotto il reato qui in esame), la condotta illecita deve concretizzarsi nella pubblicazione di opinioni fatta allo scopo di influenzare il comportamento o le idee di un ampio pubblico, convogliando molteplici adesioni. Trattasi, inoltre, di reato che non può essere configurato, semplicemente, se è stata espresso un generico sentimento di antipatia o insofferenza verso la categoria destinataria della propaganda illecita. Ebbene, il suo, isolato quanto episodico post su Facebook, per quanto poco opportuno, non sembra presentare gli elementi appena descritti e necessari alla configurabilità del reato qui in discussione.

Tuttavia, al di là di quanto appena espresso, è comunque consigliabile non ripetere il comportamento descritto in quesito, per evitare che l’abitualità dello stesso possa, in qualche misura, rappresentare un’illecita propaganda di idee oppure un’occasione per commettere una diffamazione più specifica.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Marco Borriello


note

[1] Art. 595 cod. pen.

[2] Cass. pen. sent. n. 24431/2015 del 28.04.2015

[3] Cass. pen. sent. n. 24065/2016

[4] Art. 604bis cod. pen.

[5] D.lvo 21/2018


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