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Collaboratori: trasformazione in dipendenti a tempo indeterminato

12 Agosto 2018 | Autore:
Collaboratori: trasformazione in dipendenti a tempo indeterminato

In quali casi il rapporto di collaborazione può essere trasformato in contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato?

Hai un contratto di collaborazione, ma il tuo committente si comporta come se fosse il tuo datore di lavoro? Ad esempio, sei tenuto a rispettare un determinato orario di lavoro, hai una postazione nell’azienda del tuo committente, che ti impartisce ordini e direttive, e non si limita a fornirti semplici direttive? Molto probabilmente hai diritto alla trasformazione del tuo rapporto di collaborazione in contratto di lavoro subordinato, cioè dipendente, a tempo indeterminato. Devi infatti sapere che il decreto di riordino dei contratti di lavoro [1], attuativo del Jobs Act, ha attuato una stretta sulle collaborazioni irregolari, che in realtà mascherano un rapporto subordinato: a questo proposito, il ministero del Lavoro, con una nota circolare [2], ha spiegato quali sono le situazioni in cui le collaborazioni sono ricondotte al lavoro dipendente, ed in che modalità e misura avviene la conversione del contratto. Facciamo allora il punto della situazione sui collaboratori: trasformazione in dipendenti a tempo indeterminato, quando può avvenire, come avviene la riconduzione del rapporto di collaborazione al contratto di lavoro subordinato.

Che cos’è il contratto di collaborazione e quali sono le differenze col lavoro autonomo?

Il contratto di collaborazione, o collaborazione coordinata o continuativa, è un rapporto in cui chi presta l’attività lavorativa, cioè il collaboratore, analogamente ad un lavoratore autonomo si impegna a compiere un’opera o un servizio a favore del committente, senza alcun vincolo di subordinazione. A differenza del lavoratore autonomo, però, il collaboratore deve svolgere la propria attività in modo funzionale, coordinato con l’organizzazione del committente, non in modo totalmente indipendente: per questo motivo, al collaboratore, o co.co.co., vengono estese delle prestazioni e delle tutele tipiche dei lavoratori subordinati (quali, ad esempio, gli assegni per il nucleo familiare, l’indennità di malattia, l’indennità di maternità, la tutela in caso di infortunio).

Gli elementi che contraddistinguono il contratto di co.co.co. sono dunque:

  • la collaborazione, intesa come svolgimento di attività finalizzata al raggiungimento di scopi determinati da altri; il collaboratore è autonomo nella scelta delle modalità di adempimento della prestazione, ma deve svolgere la stessa in funzione delle finalità e delle necessità organizzative del committente);
  • il coordinamento: il committente ha la possibilità di fornire direttive al collaboratore nei limiti dell’autonomia professionale di quest’ultimo;
  • la continuità: si tratta di una prestazione che non è occasionale ma perdura nel tempo;
  • la natura prevalentemente personale della prestazione (vi è una prevalenza del carattere personale dell’apporto lavorativo del collaboratore rispetto all’impiego di mezzi e/o altri soggetti).

Nella prestazione d’opera, o contratto di lavoro autonomo, il rapporto lavorativo termina con il raggiungimento del risultato concordato nel contratto e l’avvenuto pagamento, mentre nella collaborazione coordinata continuativa (co.co.co.), il rapporto con il committente viene svolto in modo continuativo e coordinato con le sue esigenze organizzative e produttive.

Collaborazioni non genuine

Il ministero del Lavoro ha chiarito la definizione delle co.co.co. (collaborazioni coordinate e continuative) non genuine, chiamate anche co.co.pe, per la prevalenza del carattere personale della prestazione.

Parliamo di collaborazione non genuina, cioè riconducibile al lavoro subordinato, quando:

  • -la prestazione di lavoro è esclusivamente continuativa e personale (cioè non viene effettuata con l’ausilio di altri soggetti);
  • le modalità di esecuzione devono essere organizzate dal committente, anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro (etero-organizzazione).

In pratica, perché la collaborazione possa essere ricondotta al lavoro subordinato, basta che il lavoratore sia tenuto ad osservare determinati orari, o sia tenuto a prestare la propria attività presso una sede individuata dallo stesso committente, se la prestazione è esclusivamente personale e continuativa.

Ma che cosa succede quando è verificata la non genuinità di una collaborazione?

Trasformazione della collaborazione in lavoro subordinato

Quando la collaborazione non è genuina, in quanto si ravvisa il requisito della etero-organizzazione, la collaborazione, secondo la normativa sui contratti, è ricondotta al lavoro subordinato.

La legge, però, non parla di una vera e propria riqualificazione del contratto, ma soltanto dell’applicazione della disciplina del lavoro subordinato; dal punto di vista pratico, tuttavia, nulla cambia, anche se non è effettuata la riqualificazione formale, in quanto l’applicabilità delle regole del lavoro dipendente produce un effetto identico alla conversione.

La circolare del ministero del Lavoro in materia, nel dettaglio, esclude che la mancata previsione legislativa della riqualificazione comporti un’applicazione delle regole del lavoro subordinato solo parziale, ma ribadisce che debba essere applicato qualsiasi istituto, legale o contrattuale, normalmente applicabile ai lavoratori dipendenti.

Sulla base di questa previsione, il ministero ha ricordato che la riconduzione al lavoro dipendente comporta anche l’irrogazione delle sanzioni per le violazioni degli obblighi in materia di collocamento (comunicazione di assunzione e dichiarazione di assunzione) in quanto inerenti alla disciplina del lavoro subordinato.

Trasformazione del contratto con la conciliazione

Considerati gli assidui controlli effettuati sulle collaborazioni, e la facile riconducibilità delle cococo al lavoro subordinato, è allora conveniente, per il datore, trasformare spontaneamente la collaborazione. Grazie a un accordo di conciliazione in sede protetta, il datore di lavoro ha la possibilità di regolarizzare gli illeciti amministrativi, contributivi e fiscali riguardanti l’erronea qualificazione del rapporto.

Collaborazioni escluse dalla presunzione

Restano comunque escluse dalla presunzione di subordinazione le seguenti collaborazioni:

  • collaborazioni disciplinate, dal punto di vista economico e normativo, dai contratti collettivi (stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale), finalizzati a particolari esigenze produttive ed organizzative di settore;
  • collaborazioni svolte da professionisti iscritti ad albi o ordini, prestate nell’esercizio della professione per la quale è richiesta l’iscrizione (ad esempio, una collaborazione nell’ambito della consulenza legale per un avvocato);
  • collaborazioni effettuate da amministratori e sindaci di società, e da partecipanti a collegi e commissioni;
  • collaborazioni prestate in favore di associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate al Coni.

Un’altra modalità per “salvare” la collaborazione, al di fuori di queste ipotesi, consiste nella certificazione del contratto. Il contratto di collaborazione, difatti, può essere verificato presso un’apposita commissione di certificazione: tuttavia, pur in presenza della certificazione (che deve essere sottoscritta da datore di lavoro e lavoratore), la co.co.co. è assimilata al lavoro subordinato, se, nel concreto, l’attività è svolta in maniera esclusivamente personale, continuativa, e con modalità, tempo e sede di lavoro decisi dal committente.


note

[1] D.lgs. 81/2015.

[2] Mlps, Circ. n. 3/2016.


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