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Pensione part time pubblico impiego

8 Novembre 2019
Pensione part time pubblico impiego

Lavorare per un numero ridotto di ore può essere, sicuramente, vantaggioso per la propria vita personale e familiare, ma occorre considerare quali effetti può produrre il lavoro a tempo parziale sulla propria futura pensione.

Sei un dipendente pubblico? Lavori a tempo parziale? Guadagni meno dei tuoi colleghi e ti chiedi come questo possa incidere sulla tua pensione? La domanda è opportuna in quanto il reddito percepito durante il rapporto di lavoro incide direttamente sull’assegno pensionistico che si riceve alla fine della propria vita lavorativa.

E’ evidente che la pensione di un dipendente part time nel pubblico impiego risente del ridotto numero di ore lavorate e della ridotta retribuzione ricevuta, in rapporto ad un altro dipendente pubblico che ha, invece, lavorato a tempo pieno.

Come vedremo, tuttavia, il riflesso del part-time sul raggiungimento dell’età pensionabile non desta invece particolari preoccupazioni. Inoltre, l’ordinamento da al dipendente degli strumenti per integrare i contributi versati e innalzare la futura pensione.

Che cos’è il part-time?

La legge prevede che ci sia un numero di ore di lavoro massimo oltre il quale non si può andare. In particolare, la normativa sull’orario di lavoro [1] prevede che il dipendente non possa lavorare, in linea generale, più di 40 ore settimanali e più di 8 ore giornaliere.

In alcuni casi, i contratti collettivi di lavoro prevedono che l’orario normale di lavoro sia ridotto rispetto a 40 ore. Questo accade anche nel pubblico impiego dove la settimana lavorativa standard è di 36 ore settimanali.

Il lavoratore che deve lavorare per contratto l’intero orario di lavoro massimo (ossia 40 ore o il minor numero di ore previste nel Ccnl) viene detto lavoratore full-time o a tempo pieno.

Il lavoratore part-time o a tempo parziale, invece, è colui che per contratto di lavoro deve lavorare un numero di ore settimanali, giornaliere o annue inferiore rispetto al tempo pieno.

Anche una sola ora di riduzione rispetto all’orario di lavoro pieno determina la natura a tempo parziale del rapporto di lavoro.

Ovviamente, la retribuzione del lavoratore part time è riproporzionata all’effettivo numero di ore prestate. Se, tanto per fare un esempio, un lavoratore full-time guadagna 1.500 euro al mese, il lavoratore part-time al 50% (cioè che lavora la metà delle ore standard) guadagnerà 750 euro al mese.

In realtà, in busta paga, la riduzione dello stipendio del dipendente part-time non è sempre così proporzionale e lineare. Ciò in quanto, al ridursi del reddito percepito, diminuiscono anche le tasse da pagare ed aumentano le detrazioni. Ne consegue che, per effetto dell’impatto fiscale e contributivo, spesso la riduzione del part-time è inferiore a quella che deriverebbe dalla matematica pura.

Ovviamente, considerando che i contributi previdenziali vengono pagati applicando una determinata aliquota sulla retribuzione del dipendente, il lavoratore part-time, prendendo uno stipendio più basso, paga anche meno contributi previdenziali all’Inps.

Il part time pubblico impiego incide sulla pensione?

Molto spesso i dipendenti pubblici si chiedono in quale misura il fatto di lavorare part-time possa incidere sul loro trattamento pensionistico futuro.

Da questo punto di vista, occorre fare una distinzione tra accesso ai requisiti per il pensionamento, ossia la cosiddetta età pensionabile, e ammontare dell’assegno pensionistico cui si avrà diritto dopo il pensionamento.

Sotto il primo profilo, a differenza di quanto si possa pensare, il rapporto di lavoro a tempo parziale non sempre rende meno agevole l’accesso all’età pensionabile.

Quel che, invece, è certo ed incontestabile è che il part-time influisce sempre negativamente sulla quantificazione dell’ammontare dell’assegno pensionistico. Ciò deriva da quello che abbiamo appena detto: lo stipendio del dipendente part-time è riparametrato alle ore di lavoro effettivamente prestate dal lavoratore. Ne consegue che per un dipendente part-time verranno versati all’Inps meno contributi rispetto ad un dipendente full-time e, con il criterio di calcolo della pensione contributivo, non può che derivarne una riduzione della prestazione pensionistica cui il dipendente avrà diritto.

Ovviamente, la riduzione sarà tanto più marcata quanto più ridotto è il numero di ore lavorate. Un part-time al 90% avrà una riduzione irrisoria dei contributi versati e, dunque, della misura della pensione. Un part-time al 30%, invece, subirà una riduzione sensibile.

Part-time: come vengono conteggiati gli anni di lavoro ai fini pensionistici?

Per i dipendenti di aziende del settore privato, ai fini del raggiungimento dell’età utile per la quiescenza, le settimane, i mesi e gli anni di lavoro lavorati con contratto di lavoro a tempo parziale (sia orizzontale che verticale) vengono conteggiati al pari dei periodi lavorati a  tempo pieno, a condizione che sia rispettato il minimale Inps [2] per il lavoro dipendente, cioè a dire un valore che, per  l’anno 2019,  si  attesta, come minimale di retribuzione giornaliera, ad euro 48,74.

Per quanto riguarda i dipendenti del comparto pubblico, invece,  le norme sono più favorevoli rispetto al settore privato.

La normativa specifica relativa ai dipendenti pubblici [3], infatti, prevede che, ai fini della maturazione dei requisiti per l’esercizio del diritto alla pensione a carico della Pubblica Amministrazione interessata e del diritto all’indennità di fine servizio, gli anni di servizio lavorati nell’ambito di un rapporto di lavoro part-time sono da considerarsi utili per intero.

Se, dunque, lavorare part-time non allunga il periodo di lavoro necessario ad acquisire i requisiti per l’accesso al pensionamento, l’effetto negativo di avere lavorato di meno lo si vede sulla misura dell’assegno pensionistico che sarà ridotta rispetto a quella di un lavoratore full-time.

Questo effetto era meno evidente per i lavoratori che andavano in pensione con il sistema di calcolo retributivo. In questo caso, infatti, la misura della pensione dipendeva soprattutto dal reddito percepito (e dunque dai contributi versati) nell’ultimo periodo di impiego.

Già la riforma Dini del 1995 e, più incisivamente, la riforma Fornero del 2011 hanno introdotto il sistema di calcolo contributivo della pensione che tiene conto dei contributi versati dal lavotore durante tutta la sua storia lavorativa e contributiva.

Partendo dal presupposto che, nel sistema di calcolo contributivo, l’accantonamento dei contributi previdenziali dipende unicamente dalla retribuzione del dipendente, il minore stipendio percepito dal dipendente part-time determinerà per forza di cose un assegno pensionistico più basso.

La pensione calcolata con metodo contributivo si determina, infatti, moltiplicando il montante contributivo individuale per il coefficiente di trasformazione. E’ chiaro che il dato di partenza, ossia il montante contributivo individuale, nel lavoro part-time sarà più basso e si tradurrà, dunque, in una pensione più magra.

Part time pubblico impiego: come incrementare la pensione?  

A questo punto, se sei un dipendente pubblico part-time, ti chiederai cosa puoi fare per evitare un vistoso dimagrimento della tua pensione oppure se sei inerme nei confronti di questo effetto paradossale.

E’ chiaro che, in questi casi, si pone anche una esigenza di tipo sociale. Il pensionato, infatti, se ha guadagnato poco durante tutta la vita e non è quindi riuscito a crearsi una propria rendita personale, deve la sua sussistenza e la possibilità di vivere con dignità unicamente alla sua pensione mensile.

Se questo assegno è particolarmente basso il pensionato rischia di piombare nell’emergenza sociale.

L’ordinamento offre degli strumenti per limitare i danni e preservare l’ammontare della futura pensione del dipendente pubblico part-time. In ogni caso, tuttavia, non si tratta di strumenti a costo zero.

Un primo strumento che il dipendente pubblico part-time può valutare è il riscatto contributivo dei periodi di lavoro part-time: questi periodi lavorativi, infatti, possono essere riscattati, ai fini della misura del trattamento pensionistico, a condizione che risultino non lavorati e che siano collocati entro il periodo temporale del rapporto di lavoro.

Se non si vuole optare per il riscatto, il dipendente part-time pubblico può richiedere la prosecuzione volontaria della contribuzione [4] ad integrazione della retribuzione persa.

Per poter ottenere l’autorizzazione dall’Inps alla prosecuzione volontaria della contribuzione, il richiedente deve far valere almeno un anno di contribuzione effettiva nel quinquennio antecedente la data di presentazione della domanda. Per determinare il requisito contributivo di un anno devono essere utilizzate le settimane utili ai fini del diritto alla pensione nel rispetto del minimale retributivo.

Ma quanti soldi devono essere versati all’Inps a titolo di prosecuzione volontaria della contribuzione? L’importo del contributo da versare deve essere determinato sulla base della retribuzione media settimanale che si ottiene dividendo:

  • la retribuzione imponibile corrisposta nel periodo di attività lavorativa part-time per il quale è richiesta l’integrazione con contribuzione volontaria; escludendo, quindi, dal calcolo le eventuali retribuzioni percepite nello stesso anno per altra attività lavorativa a tempo pieno o part-time;
  • per le settimane utili ai fini della misura a pensione accreditate nel periodo di riferimento.

L’importo del contributo volontario dovuto si ottiene, quindi, applicando alla retribuzione media settimanale l’aliquota contributiva prevista nello stesso anno di riferimento per la gestione interessata.

A questo punto, la sede Inps competente, esaminata la domanda del lavoratore, invia direttamente al richiedente, con raccomandata con avviso di ricevimento, il provvedimento di accoglimento della domanda con il bollettino Mav che deve essere utilizzato per effettuare il versamento entro e non oltre la fine del trimestre successivo a quello di notifica dell’accoglimento.

Gli strumenti per aumentare l’ammontare della futura pensione del dipendente part-time ci sono, ma sono sempre e comunque a carico del richiedente sotto il profilo economico.

note

[1] D. Lgs. n. 66/2003.

[2]  Art. 7 D.L. n. 463/1983).

[3] Art. 8 co. 2 L. n.554/1988.

[4] Art. 8 D. Lgs. n. 564 del 16.09.1996; Art. 3 D. Lgs. n. 278 del 29.06.1998.


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