Malati reumatici: quanto durano le liste d’attesa?

10 Ottobre 2019
Malati reumatici: quanto durano le liste d’attesa?

L’80% dei pazienti deve aspettare almeno 5 mesi per avere una visita o per fare un esame. E molti denunciano la carenza di strutture.

Liste d’attesa incubo per oltre i 5 milioni di persone che convivono con malattie reumatiche. Quasi 8 su 10 (il 77%) sono costrette a ‘subire’ lunghe liste d’attesa prima di poter fare una visita o un esame specialistico in una struttura pubblica: i tempi vanno dai 5 mesi in su. Oltre la metà (57%), inoltre, lamenta l’insufficienza nel numero di centri di reumatologia presenti sul territorio. Quasi 4 persone su 10 faticano a trovare uno specialista reumatologo per le cure. Sono alcuni dei dati emersi dal II rapporto Apmarr-WeResearch ‘Vivere con una malattia reumatica’, che ha coinvolto oltre 1.020 persone con patologie reumatiche, presentato a Roma.

Tra i 5 milioni di italiani con malattie reumatiche, ben 700 mila sono quelli colpiti da patologie gravi che comportano problemi di disabilità. Considerando anche quanti si occupano dei malati, i numeri delle persone coinvolte in questo tipo di patologie raddoppiano e si arriva a un esercito di quasi 1 milione e mezzo di persone che tutti i giorni devono lottare con i disagi e la sofferenza che derivano da queste malattie.

“In Italia le persone con una malattia reumatica devono affrontare numerosi problemi e difficoltà per poter accedere alle cure – spiega Antonella Celano, presidente di dell’Associazione nazionale persone con malattie reumatologiche e rare (Apmarr) – Primo fra tutti quello delle liste d’attesa”. La ragione alla base dei lunghi tempi di attesa è, soprattutto, la scarsa diffusione sul territorio dei Centri di reumatologia: nel 69% dei casi sono completamente assenti o presenti in numero insufficiente.

“Le persone affette da patologie reumatiche – prosegue Celano – non possono essere considerate di serie B e invito pertanto le Istituzioni ad ascoltare i bisogni e le esigenze di queste persone in modo tale che, conoscendo da vicino le loro problematiche quotidiane, possano aiutarle a risolverle. Spesso per loro è difficile anche solo alzarsi dal letto la mattina, allacciarsi le scarpe e tenere in braccio i propri figli”.

“Faccio appello poi al ministro della Salute Roberto Speranza affinché, facendosi portavoce delle esigenze delle persone con malattie reumatiche – spiega – possa aiutarle a ottenere diagnosi precoci in tempi certi con l’apertura di nuovi centri per la diagnosi e la cura, garantendo loro cure vicino a casa o a domicilio e una rete organizzativa e assistenziale che le supporti”.

Il problema della lunghezza delle liste d’attesa è particolarmente grave nel centro-sud Italia dove in 9 casi su 10 (90,6%) i tempi di attesa sono eccessivamente e/o abbastanza lunghi. Ciò costringe le persone a doversi rivolgere a strutture private o lontane dal luogo di residenza, con conseguente aggravio di costi e sviluppo del fenomeno delle migrazioni sanitarie.

Lo stesso discorso vale per la diffusione sul territorio dei centri di reumatologia: al centro-sud nell’84,4% dei casi sono completamente assenti o in numero insufficiente con le persone costrette a dover percorrere lunghe distanze, facendosi accompagnare da qualcuno per raggiungerli. Qui a risultare più svantaggiate sono le persone che non abitano nelle grandi città o in zone limitrofe.

“I centri di reumatologia, nelle zone in cui sono presenti – afferma Matteo Santopietro, managing director di WeResearch – sono considerati confortevoli da 8 persone su 10 rispetto a pulizia dei locali, posti a sedere liberi e comodi, servizi igienici. Non si può dire la stessa cosa per le barriere architettoniche che in 4 casi su 10 rendono
difficoltoso l’accesso dei pazienti ai centri di reumatologia. In quasi 3 casi su 10 esistono anche barriere visive e uditive”.

Un’altra barriera da abbattere, prosegue Santopietro, è quella della comunicazione tra medico e paziente. “La maggior parte delle persone giudica positivamente la capacità di ascolto e la comunicazione con i medici. Tuttavia un quarto riferisce di aver avuto esperienze negative con i medici a causa della scarsa empatia che li ha fatti sentire
spesso come un numero, delle difficoltà di comunicazione dei problemi correlati all’uso dei medicinali e della sofferenza provata oltre ai problemi di comprensione lessicale”, conclude.



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