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I rischi e i paradossi dell’Italia

11 Ottobre 2019
I rischi e i paradossi dell’Italia

FMI: l’Italia deve ridurre i debiti ma non può farlo. Le banche sono ancora vulnerabili.

È uno dei tanti paradossi del nostro Paese: un’economia indispensabile per l’Ue, per questo forte, ma anche molto debole. La forza deriva dal risparmio delle famiglie, la debolezza invece da un debito dello Stato eccessivo. Se il deficit fosse ridotto, il nostro Paese si riprenderebbe. Ma proprio qui sta il paradosso: non abbiamo possibilità di eliminarlo, almeno nel breve periodo. Il nostro Stato spende, il popolo “vuole” che continui a spendere e nessuno è disposto a rinunciare ai propri piccoli benefici socio-assistenziali. Di qui, l’analisi impietosa del Fondo Monetario Internazionale: per l’Italia ci sono rischi con politiche fiscali poco credibili.

In paesi “come l’Italia, il forte legame fra banche e debito sovrano potrebbe avere ripercussioni sulla fiducia e portare a tensioni sui mercati finanziari, nel caso in cui la credibilità delle politiche fiscali a medio termine venga messa in discussione”. E’ il monito del Fondo Monetario Internazionale in un rapporto sulle prospettive crescita nei Paesi del G-20 che ci viene anticipato dalla nostra Agenzia stampa Adnkronos. Prospettive sulle quali – si ricorda- pesano anche i rischi al ribasso legati a una Brexit senza accordo. 

Fra i Paesi del G-20 l’Italia è fra quelli che trarrebbero beneficio da “ulteriori sforzi per ridurre gradualmente il debito” ma il nostro paese è una di quelle economie che ha “poco o nessuno spazio fiscale”, specifica il Fondo Monetario Internazionale, osservando come in questo gruppo “solo tre paesi – Australia, Germania, Corea – hanno margini di bilancio “sostanziali” per fornire ulteriore sostegno alla crescita, con “un sostegno aggiuntivo per la domanda interna”. L’Italia, invece, condivide l’assenza di margini di bilancio con Argentina, Brasile, India e Sudafrica.

L’analisi del Fondo evidenzia anche per il nostro Paese “le rigidità strutturali nel mercato del lavoro” che rendono difficile anche il recupero del reddito per chi viene escluso, con un aumento delle diseguaglianze.

Per la maggior parte delle economie più avanzate, peraltro, “le riforme del prodotto e del mercato del lavoro rimangono essenziali”, aggiunge l’Fmi che auspica l’eliminazione – in Italia, ma anche in Francia, Germania e Giappone – di regolamenti eccessivamente restrittivi, anche per i servizi professionali. Per il nostro Paese, infine, il fondo rinnova l’invito a sanare i bilanci e ad aumentare l’efficienza del settore bancario.

Le banche non statunitensi continuano a svolgere un ruolo chiave nei prestiti in dollari a livello globale con attività relative al biglietto verde salite a 12.400 miliardi a metà del 2018 dai 9.700 miliardi del 2012: un livello paragonabile – rispetto alle attività totali – alla situazione pre-crisi. Ma soprattutto sebbene le riforme introdotte dal 2008 abbiano rafforzato i sistemi bancari a livello globale le banche non-Usa rimangono vulnerabili a crisi legate al dollaro che potrebbe impattare sulle loro economie nazionali e su quelle dei paesi che sottoscrivono prestiti nel biglietto verde. Lo sottolinea il Fondo Monetario Internazionale in un capitolo del Global financial Stability Report, spiegando di avere elaborato un set di indicatori per analizzare l’esposizione delle banche non statunitensi ai finanziamenti in dollari e la loro vulnerabilità a crisi potenziali.

Dai dati viene fuori un divario tra attività e passività denominate in dollari cresciuto a circa 1.400 miliardi di dollari, pari al 13 percento delle attività, contro i 1000 miliardi (il 10%) di metà 2008. Un ‘deficit di finanziamento‘ che – osserva il Fondo – riflette la quantità di finanziamento che deve essere colmata utilizzando strumenti come gli swap in valuta estera e che rende le banche più vulnerabili.



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