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Editoriali L’alunno può filmare un video con l’esame se il professore abusa del potere: il lato tecnico

Editoriali Pubblicato il 24 giugno 2013

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> Editoriali Pubblicato il 24 giugno 2013

Al di là degli umori del docente di turno, è diritto di ogni alunno essere esaminati in modo equo, imparziale e su domande coerenti e aderenti al programma svolto: pertanto l’eventuale registrazione può costituire una valida prova da presentare al giudice onde ottenere tutela.

 

Dott. Filippo Lombardi

 

Abbiamo visto, in un precedente articolo, che l’alunno ben può registrare o filmare l’esame che sta per sostenere: il documento sarebbe infatti una valida prova affinché – in caso di abuso da parte della commissione d’esami – l’esaminato possa chiedere successivamente tutela a un giudice (leggi: Si può registrare un video con l’esame universitario se il prof boccia senza motivo?)

In detta sede, abbiamo infatti detto che – al di là degli umori del docente di turno – è diritto di ogni alunno essere esaminati in modo equo, imparziale e su domande coerenti e aderenti al programma svolto. Pertanto, in caso di abuso di ufficio o di potere da parte del docente o di qualsiasi altro membro della commissione d’esame, ogni studente ha il diritto sacrosanto di tutelarsi: la registrazione di un filmato con il proprio esame non è, infatti, illecito, né può essere ostacolato.

Affrontiamo ora alcune importanti precisazione in merito a tale situazione che, per quanto insolita e rara, rientra invece nella piena legalità: ossia il diritto a una tutela giurisdizionale nei confronti di chiunque, anche l’alunno in sede di esame.

Non c’è interferenza illecita nella vita privata

Il delitto di “Interferenze illecite nella vita privata” è posto dal codice penale a tutela dell’inviolabilità del domicilio privato e punisce chi, con l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata, svolgentesi nell’altrui abitazione o in altro luogo di privata dimora.

Quanto detto basta a fugare ogni dubbio: lo studente che registri la conversazione tra sé e il professore, in sede di esame, non commette il reato appena descritto, per tre motivi.

 

 

1) l’occasione di un esame non rientra nella “vita privata”, bensì nella “vita pubblica”. In altri termini, l’università è un luogo pubblico o aperto al pubblico e, di conseguenza, in essa non si verificano fatti di “intima appartenenza” bensì di dominio pubblico, salvo che tali fatti avvengano in luoghi, assorbiti dalla struttura universitaria, connessi ad esigenze di riservatezza (es. bagni, uffici privati dei professori e degli assistenti, ecc.), cioè luoghi in cui un soggetto, abilitato a realizzarvi attività personali, ha il potere di escludere un soggetto terzo dal farvi ingresso.

 

2) lo studente – corollario di quanto appena detto – non si trova né in una abitazione, né in una privata dimora.

 

3) Seppure l’aula ove si svolga l’esame universitario venisse, per assurdo, considerata luogo di privata dimora, la giurisprudenza ha consacrato un importante principio: il membro di una conversazione è abilitato a registrarla, in quanto il delitto scatta nel momento in cui a registrare la conversazione sia un terzo. Ciò perché la captazione delle parole e dei gesti dell’interlocutore, da parte del destinatario degli stessi, non può essere considerata indebita, in quanto costituisce semplicemente una documentazione lecita di quanto già appreso [1].

 

 

Quindi se a registrare l’esame universitario è un soggetto che non sta sostenendo l’esame si configura il reato?

 

No. Abbiamo detto che la conversazione non può essere registrata da un terzo, ma ci riferiamo al caso in cui ciò sia avvenuto in una privata dimora.

Per l’esame universitario, che viene effettuato in un’aula pubblica, non c’è nessuna punibilità.

Se il professore utilizza toni minacciosi e atteggiamenti abusivi poco consoni al proprio ruolo, è configurabile un reato?

Dipende dal caso concreto. L’eventuale comportamento del professore potrebbe integrare, in astratto, diversi tipi di reato. Potrebbero verificarsi, per esempio: ingiuria, diffamazione, minacce, molestie (trovandoci in un luogo pubblico o aperto al pubblico), violenza privata.

In particolare: l’ingiuria e la diffamazione si perfezionano quando, ad essere leso, è l’onore dello studente. La minaccia si configura quando allo studente viene prospettato un danno ingiusto nel caso in cui  lo stesso non si sottoponga alla volontà dell’interlocutore. Le molestie si verificano quando il comportamento del professore è teso a recare fastidio, mettere a disagio, turbare l’animo dello studente e quindi ledere la sua libertà di autodeterminazione e la sua serenità psichica. La violenza privata si verifica quando un soggetto costringe un’altra persona, con forza fisica o minaccia, a fare, non fare o tollerare (cioè patire, sopportare) qualcosa.

Bisogna aggiungere che il professore, in sede di esame, assume la qualifica di pubblico ufficiale poiché assume poteri certificativi (dell’andamento dell’esame, attraverso il voto) e questo causa un aumento della pena nel caso in cui egli abbia commesso un reato con “abuso di potere” e sia condannato per questo.

Il comportamento però potrebbe non integrare un reato. Questo avviene quando tale comportamento, pur essendo “rude”, non sia particolarmente grave.

Il fatto che la condotta non costituisca reato non vuole però dire che lo studente non possa tutelarsi in sede civile (per l’eventuale danno subito ingiustamente) o amministrativa con appositi ricorsi.

Egli potrà anche riportare l’accaduto ai vertici dell’Università, per rivendicare il diritto a un migliore rapporto col corpo docente e alla naturale prosecuzione della carriera universitaria.

In casi comunque gravi, si potrebbe arrivare all’irrogazione di sanzioni disciplinari [2].

I file audio e video registrati in modo lecito possono essere usati come prova nel processo?

 

Sì. Lo ha anche confermato la Cassazione. [3]. Dunque esse potranno “entrare” nel processo penale a supporto delle argomentazioni dello studente che ha subito comportamenti offensivi o prepotenti da parte del professore.

Potranno essere utilizzate anche nel processo civile [5], ma come semplici riproduzioni meccaniche, che possono essere contestate dalla controparte.

 

note

[1] In tal senso, Cass. pen., sez. V, 14 gennaio 2008, n. 1766; si veda anche Cass. pen., sez. VI, 15 giugno 1981, n. 5934.

[2] L’esclusione dall’ambito di applicazione del T.U.P.I. è effettuata dall’art. 3 comma 2, D.Lgs. 165/2001 – Tali sanzioni, però, non sono disciplinate dal Testo Unico in materia di Pubblico Impiego (D.Lgs. 165/2001) e restano regolate dalla Legge 168/1989, la quale prevede che la disciplina sulle Università sia fornita dagli Statuti e dai Regolamenti di Ateneo. È dunque ad essi che bisogna fare riferimento per comprendere cosa rischia, dal punto di vista disciplinare il professore “indisciplinato”.

[3] “Le videoregistrazioni in luoghi pubblici, ovvero aperti o esposti al pubblico, vanno incluse nella categoria dei documenti di cui all’art. 234 c.p.p” Così, Cass. pen., sez. VI, 8 febbraio 2010; cfr. Sezioni Unite, 28 luglio 2006. L’art. 234 c.p.p. consente l’acquisizione di scritti o altri documenti che rappresentano fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la fonografia o qualsiasi altro mezzo.

[5]. Artt. 2712 cod. civ.; artt. 163 co. 3, n. 5 c.p.c.; 183 co. 7 c.p.c.; 184 c.p.c.


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