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Stipendio e pensione azzerati dalle tasse: è legale?

19 Ottobre 2019
Stipendio e pensione azzerati dalle tasse: è legale?

Percepisco uno stipendio e un assegno di invalidità, facendo questi cumulo redditi puntualmente ogni anno faccio il 730 per saldare L’Irpef dovuta in più. Quest’anno il 730 relativo al 2018 che mi è arrivato è di circa 3000 euro, chiedendo delucidazioni all’inps mi hanno così risposto: Dall’1.1.2018 sulle pensioni erogate dall’Inps vengono applicate le detrazioni fiscali d’ufficio, pertanto nel suo caso applicando le detrazioni (che percepisce anche sullo stipendio) l’assegno di invalidità non viene tassato. Tralasciando il fatto che potevano informare il cittadino a priori di questo nuovo modus operandi, ho quindi provveduto a fare richiesta a Inps e al datore di lavoro di applicarmi l’aliquota corretta al 38%

Ad oggi quindi mi ritrovo a pagare le rate del 730 relativo al 2018 che sono di più di 600 euro al mese, da ottobre mi tratterranno le rate irpef 2019 non ancora versata fino ad oggi che ammontano a 360 euro al mese e mi decurteranno l’assegno di invalidità che passa da 538 euro a 334 euro. Vi segnalo che questo mi metterà in condizioni di estrema povertà e Vi chiedo se sia legalmente possibile trattenere più di mille euro al mese ad un’impiegata.

Sfortunatamente, una volta presentato il modello 730, il sostituto d’imposta è obbligato a trattenere gli importi a debito scaturiti dalla dichiarazione fiscale, così come è obbligato, sulla base di quanto dichiarato dal contribuente, a trattenere gli importi a conguaglio, sino alla capienza dello stipendio o della pensione (come peraltro confermato dalla circolare Inps 122/2018).

In sostanza, quindi, stipendio e pensione possono essere anche azzerati a causa della tassazione. La problematica è stata affrontata più volte dai sindacati competenti. In occasione dell’intervento del sindacato dei pensionati italiani Spi-Cgil, avvenuto nel mese di marzo 2017, in merito ai conguagli fiscali relativi all’anno 2016, l’ex presidente dell’Inps Tito Boeri ha chiarito, con un comunicato ufficiale, che la legge prevede la possibilità di rateizzare il conguaglio fiscale solo per i pensionati con redditi di pensione entro i 18.000 euro lordi annui (art. 38, comma 7, della legge n. 122/2010), per i quali viene effettuata d’ufficio una dilazione senza interessi per 11 rate di uguale importo.

Evitare le trattenute dirette su stipendio e pensione derivanti dalla dichiarazione dei redditi è possibile, entro certi limiti, presentando il modello Redditi persone fisiche o il modello 730 senza sostituto d’imposta.

In questi casi, ad ogni modo, le imposte dovute risultanti dalla dichiarazione devono essere comunque corrisposte dal contribuente, tramite modello F24; nella sostanza, dunque, cambia poco: l’importo delle uscite è il medesimo, a prescindere dal fatto che le imposte siano trattenute dalla pensione o dallo stipendio, o che siano versate autonomamente dal contribuente.

È anche vero che alcuni contribuenti che si trovano in difficoltà, con i redditi azzerati, o quasi, a causa delle imposte dovute, optano per il pagamento tramite F24 per poter utilizzare il cosiddetto “ravvedimento operoso frazionato”.

A questo proposito, è bene ricordare che il ravvedimento operoso è uno strumento che consente al contribuente di rimediare in caso di omissioni, errori o ritardi nel pagamento delle imposte, versandole con interessi e sanzioni in misura ridotta

Il ravvedimento frazionato consente al contribuente di aderire al ravvedimento operoso suddividendo in più rate il debito fiscale, ma non va confuso con il pagamento rateale. L’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 67/E del 23 giugno 2011, ha difatti precisato che il ravvedimento operoso non può essere rateizzato, a meno che la rateazione non sia espressamente prevista dalla legge.

Tuttavia, nella stessa risoluzione, le Entrate ammettono che il contribuente, se si trova in una situazione di temporanea difficoltà monetaria e desidera rimediare in caso di omissioni, errori o ritardi nel pagamento delle imposte, può effettuare più ravvedimenti parziali consecutivi calcolando, di volta in volta, la sanzione, graduandola in base ai giorni di ritardo, e gli interessi legali sull’importo del tributo che s’intende regolarizzare.

In pratica, attraverso questo ravvedimento “parziale” o “frazionato”, si può superare il numero massimo di rate consentito derivanti dalla dichiarazione fiscale, purché per ogni versamento siano corrisposti, oltre all’imposta, anche gli interessi e le sanzioni commisurati alla frazione di debito d’imposta versato, con relativa indicazione degli stessi all’interno del F24 o del modello F23.

Ad ogni modo, il beneficio del ravvedimento frazionato è ad alto rischio, da utilizzare con molta cautela: procrastinare l’integrale pagamento nel tempo, difatti, espone il contribuente al rischio di ricevere la notifica di un atto di liquidazione o di accertamento, che comporta la perdita della possibilità di avvalersi dell’istituto del ravvedimento per la sanzione ancora dovuta.

Bisogna peraltro considerare che, a prescindere dalla scelta della modalità di pagamento delle imposte a debito risultanti dalla dichiarazione dei redditi, vi sono delle trattenute fiscali operate comunque dall’Inps.

Nello specifico, come precisato dalla circolare Inps 122/2018, ogni anno l’Inps calcola la tassazione dovuta con riferimento alle somme imponibili erogate dall’Istituto ad una stessa persona, a qualunque titolo.

Se le ritenute erariali (Irpef) non sono state effettuate mese per mese in misura congrua rispetto a quanto dovuto, l’Inps recupera le differenze a debito sulle rate di pensione di gennaio e febbraio dell’anno successivo, concedendo la rateazione sino al mese di novembre soltanto in presenza di trattamenti complessivi sino a 18mila euro, come già esposto.

Esclusa l’agevolazione esposta, non esiste purtroppo una legge che preveda la possibilità di evitare l’azzeramento o la forte riduzione della pensione ad opera della tassazione.

Lo stesso vale per il datore di lavoro: sono infatti obbligati al conguaglio e alle ritenute Irpef tutti i sostituti d’imposta, in base agli artt. 23 e susseguenti del DPR n. 600/1973, sino ad azzeramento del dovuto (stipendio o pensione).

In presenza di stipendio e pensione azzerati, o fortemente ridotti, è lecito domandarsi se le leggi che consentono queste forti riduzioni a causa della tassazione siano costituzionalmente legittime.

Il problema dei conguagli fiscali nasce in quanto, per determinati periodi, sono trattenute imposte in misura minore al dovuto, quindi il contribuente ha ricevuto somme in più: per la normativa non rileva che non sia stato il dipendente, o il pensionato, ad aver determinato questa situazione. L’indebito, anche se causato da previsioni errate del sostituto d’imposta, deve essere restituito, sino a capienza dello stipendio o della pensione.

Articolo tratto da una consulenza della dott.ssa Noemi Secci



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