Arriva l’avvocato in affitto

14 Ottobre 2019 | Autore:
Arriva l’avvocato in affitto

L’assistenza legale stragiudiziale cambia volto: avvocati in prestito e distaccati dagli studi nelle aziende, con possibilità di sceglierli anche su Amazon.

La novità arriva dal mondo anglosassone, ma adesso inizia a diffondersi anche tra le aziende e gli studi associati nostrani: è il fenomeno degli avvocati in affitto che potrebbe cambiare radicalmente il modo di esercitare la professione forense nel prossimo futuro. I cambiamenti economici e tecnologici stanno cambiando il modo di lavorare dell’avvocato ed il suo modello di relazioni con il cliente. La fidelizzazione passa in secondo piano, le qualità personali hanno meno importanza e ci si concentra sull’oggetto dell’attività, la prestazione richiesta, che diventa flessibile, adattabile in base alle esigenze della clientela. Dunque, più standardizzata e meno negoziabile.

La tendenza degli avvocati in affitto – detti anche on demand – riguarda già il settore della clientela business, quella più legata al mondo degli affari, imprenditoriale e commerciale: quindi, le piccole e medie imprese (le grandi aziende di solito hanno già un nutrito pool di legali interni e una rete di avvocati esterni convenzionati) che spesso hanno necessità di affidare ad un avvocato incarichi specifici che richiedono addirittura l’inserimento del professionista nella rete aziendale per un certo periodo di tempo. Così la prestazione professionale non riguarda più uno specifico quesito o una causa da instaurare, ma diventa sempre più assimilata ad un servizio continuativo di assistenza.

Non si tratta solo del fenomeno della sempre più marcata specializzazione richiesta ai legali: stavolta, si cambia proprio il modo di esercitare la professione, iniziando dal luogo di svolgimento dell’attività che passa dallo studio alla sede del cliente. Gli angloamericani lo hanno battezzato secondment, il distacco dell’avvocato, che quindi viene dato in prestito dallo studio associato di appartenenza in base a un contratto predeterminato che prevede le attività da svolgere, per periodi anche lunghi in base alla complessità, di solito parecchi mesi.

Si tratta, a seconda dei casi, di prestazioni legate al diritto commerciale (specialmente quello internazionale privato), societario, finanziario, bancario ed assicurativo; ma ci sono anche aziende energetiche, dei beni di lusso, della moda e del design che ricorrono all’avvocato in prestito quando devono risolvere problematiche di carattere legale, più o meno estese e che, talvolta, il contratto di servizi non definisce in maniera chiara nell’oggetto e nei precisi limiti; così, in certi casi, la prestazione assomiglia a un lavoro parasubordinato, dov’è l’azienda cliente ad affidare di volta in volta gli incarichi concreti da svolgere.

L’avvocato in affitto potrebbe, quindi, facilmente sconfinare in un supporto alle più varie attività aziendali, anche quelle che non riguardano l’ambito legale in senso stretto.  Già, perché il rischio incombente è che l’avvocato in affitto si trasformi, prima o poi, in un legale in house, cioè interno all’azienda (infatti, stando ad uno studio di inhousecommunity.it per la rivista Mag, più di un terzo decidono di rimanere nell’impresa, dalla quale vengono assunti) o che nasconda forme illecite di precariato che già affliggono la professione.

Il gioco è legato al sistema della domanda di servizi legali da parte delle imprese e dell’offerta da parte dei maggiori studi professionali, a partire da quelli di affari (come gli studi di M&A, specializzati in fusioni e acquisizioni societarie) che possono permettersi di distaccare avvocati presso le sedi aziendali. Presto, si potrebbe arrivare ad un mercato senza nemmeno più queste intermediazioni e così i servizi legali verranno considerati dal mercato alla stregua di un qualsiasi prodotto commerciale.

Il colosso Amazon è già sceso in campo: negli Stati Uniti d’America, la piattaforma consente di scegliere e di acquistare servizi legali, alla stregua di qualsiasi altra “merce”, attraverso il servizio «Amazon Ip Accelerator», dove Ip significa Intellectual property e, dunque, l’ambito della proprietà intellettuale che comprende la tutela di marchi, brevetti e altre opere dell’ingegno intellettuale, un’area di vitale interesse per molte aziende e in forte espansione.

Presto, questi servizi potrebbero sbarcare anche in Italia; non è difficile prevedere che, considerato il diverso tessuto produttivo, l’ambito del fenomeno da noi sarebbe ben più esteso e variegato e riguarderebbe, ad esempio, i settori della contrattualistica aziendale, della finanza agevolata, dei risarcimenti di danni da circolazione stradale o da responsabilità medica, dell’assistenza antiriciclaggio e molto altro ancora. Senza contare che questo nuovo modo di pensare la professione forense potrebbe estendersi anche ad altre realtà, a partire dalla consulenza fiscale e contabile e da quella in materia di lavoro e previdenza.

Il pericolo è che, in questo mercato professionale sempre più aperto e competitivo, la variabile dominante diventi il prezzo dei servizi anziché la qualità di chi li svolgere: basteranno le recensioni dei clienti, le stelline di Amazon, a garantire l’affidabilità di un avvocato?



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