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Editoriali Utilizzabili nel processo civile prove acquisite illecitamente tramite reato contro la privacy

Editoriali Pubblicato il 23 giugno 2013

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> Editoriali Pubblicato il 23 giugno 2013

Le prove acquisite in violazione dell’altrui privacy, e quindi commettendo un reato, possono essere prodotte – secondo l’interpretazione del tribunale di Torino – nell’ambito di un giudizio civile: un’interpretazione per niente convincente.

Nutro parecchie perplessità nei confronti dell’ordinanza emessa dal tribunale di Torino che ha ritenuto legittima la produzione, nel giudizio civile, di prove acquisite in modo illecito – ossia commettendo un reato – e, in particolare, in violazione alle norme sulla privacy.

Nel caso di specie, un coniuge aveva trafugato segretamente tra le email e gli sms del partner per acquisire prove circa l’infedeltà di quest’ultimo. Prove che, portate sul banco del giudice, sono state ammesse e hanno fondato il giudizio di colpevolezza a carico del fedifrago.

La pronuncia di cui abbiamo già parlato in due precedenti articoli (leggi “Password di email sottochiave: da oggi le “intercettazioni” sono prova nel processo civile” e “Attenzione a sms ed email: anche se acquisiti in violazione della privacy fanno prova”) è sconcertante perché manifesta l’ambiguità di uno Stato che non ha ben chiara la differenza tra lecito e illecito e che, pur di rispettare la forma, dimentica la sostanza.

Questa la motivazione che il magistrato usa a fondamento della propria ordinanza: non esistono norme esplicite, all’interno del codice di procedura civile, che vietino l’ingresso – nel processo civile – di prove acquisite commettendo un reato. Pertanto, nessuna preclusione potrebbe esservi – sempre secondo l’interpretazione in commento – a decidere una causa in base a tali documentazioni ottenute illecitamente. Il che equivale un po’ a dire che, sebbene un’azione possa essere considerata illecita dalla legge, il conseguente corpo del reato non è detto che lo sia; anzi, ben potrebbe essere utilizzato per scopi probatori (se spacciare cocaina è illecito, la cocaina è invece lecita?).

Secondo il Tribunale di Torino, non è sufficiente, a rendere inutilizzabile la prova acquisita in violazione della privacy, il semplice fatto che tale azione sia punita con il codice penale, né che la stessa Costituzione sancisca il principio di segretezza della corrispondenza. Il magistrato vuole anche leggere un’ulteriore ed espressa norma che ne vieti l’ingresso nel processo. Un formalismo estremo e, soprattutto, incoerente con l’intero ordinamento giuridico.

Questo crea, peraltro, un forte allarme sociale. Infatti, se prima di oggi, la consapevolezza dell’inutilizzabilità di prove acquisite illegalmente serviva soprattutto a scoraggiare la commissione di violazioni dell’altrui riservatezza (si pensi al datore di lavoro che voglia controllare il dipendente con una telecamera, sia pure in spregio dello statuto dei lavoratori), a seguire l’orientamento del magistrato torinese tale deterrente verrebbe presto meno. È vero: chi acquisisca la prova in modo illecito continuerebbe a commettere un reato, ma egli avrebbe in mano l’arma stessa del ricatto nei confronti della vittima: l’azione di risarcimento del danno nei suoi confronti!

Non resta che sperare nell’appello


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1 Commento

  1. Perchè, invece, non separare in modo netto le due situazioni? Una prova è tale in qualsiasi modo sia stata acquisita. L’illecito commesso non cambia certamente i fatti. Pertanto, basterebbe considerare la produzione di un elemento di prova illecitamente ottenuto come una confessione da utilizzare in un altro processo, assai probabilmente di natura penale, cui sottoporre chi ne trae vantaggio. In questo modo vi sarebbe giustizia per tutti e nessuna delle parti in causa potrebbe pensare di non dover pagare dazio per le proprie azioni ed omissioni. In particolare la parte che volesse utilizzare la prova illecita sarebbe messa di fronte ad una scelta chiara.

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