Camere di commercio ribelli: le ipotesi di commissariamento

15 Ottobre 2019
Camere di commercio ribelli: le ipotesi di commissariamento

In anteprima, il documento con le ipotesi di commissariamento delle Camere di Commercio ribelli.

In un documento che La Legge per Tutti è in grado di anticipare grazie alla nota ricevuta dall’agenzia di stampa Adnkronos, le 18 Camere di Commercio che si oppongono alla riforma del sistema Camerale hanno dichiarato che: “Apprendiamo da fonti certe, perché direttamente interessate, che ci sia un imminente (ed in verità anche reiterato) tentativo di bloccare le Camere di Commercio che hanno fatto ricorso contro la riforma del sistema camerale scritta nel 2015 sotto condizioni di riordino del sistema istituzionale del paese totalmente diverse. In primis, la cancellazione delle Province, che come ben sappiamo poi non è avvenuta. Il tentativo consiste nel “commissariare” le Camere che non si sono ancora accorpate in forza di un atto delegato del Governo uscito a dicembre 2016 (DLgs n. 219/2016) e del relativo decreto ministeriale del 16/2/2018″.

Secondo queste Camere “tale commissariamento verrebbe inserito con una norma specifica nel convertendo Decreto Legge 3 settembre 2019, n. 101, recante disposizioni urgenti per la tutela del lavoro e per la risoluzione di crisi aziendali” che è attualmente in discussione ed approvazione in Senato. Consideriamo questo tentativo come un ultimo, disperato ed antidemocratico atto di Unioncamere (perché è di lei che stiamo parlando) suggerito al Ministero dello Sviluppo Economico, per bloccare quello che in democrazia ed in uno “Stato di diritto” è l’ordinario e corretto controllo, costituzionalmente riconosciuto (art. 25), sulle norme che il Parlamento approva che se da chiunque ritenute contrarie all’ordinamento, sono impugnabili davanti alla magistratura che ha il potere di valutare se siano tali o meno. Ebbene siamo in questa situazione”.

“Alcune Camere di Commercio, una Regione ed alcune associazioni di categoria – prosegue la nota – hanno legittimamente fatto ricorso contro la normativa che vuole che le loro Camere si accorpino con altre e che di fatto scompaiano a beneficio, si fa per dire, di enti “monstre” racchiudenti da 2 a 3 territori provinciali, distanti tra loro 200/300 km anche non confinanti, con assetti istituzionali e relazionali completamente diversi e soprattutto con sistemi produttivi totalmente differenziati, in termini di settori, numero imprese, loro dimensioni, quindi esigenze di aiuto e servizi specifici. I territori, specialmente quelli più piccoli, più deboli e più in crisi sarebbero i primi a soffrirne”.

Secondo le Camere, cosiddette “ribelli”,  “il ricorso ha prodotto che la magistratura amministrativa abbia ravvisato il fumus di incostituzionalità rimandando la decisione su un punto che è a forte rischio di illegittimità, perché attiene la leale e corretta collaborazione tra Stato e Regioni, sulla materia delle Camere di Commercio, che è considerata concorrente. Complessivamente il numero delle Camere che si stanno opponendo in sede giudiziaria o con comportamenti concludenti è di 18. Questa è la storia ad oggi”.

“Allora perché Unioncamere – attaccano ancora le Camere di commercio ribelli – vuol portare avanti questo maldestro e scorretto Commissariamento delle Camere che ad oggi non hanno concluso il processo di accorpamento, pur in presenza di una sospensiva per una decisione davanti alla Corte Costituzionale e poi eventualmente nel merito davanti al TAR del Lazio?”

“L’obiettivo è chiaro ed è quello di eliminare gli organi ribelli, sostituendoli con un organo commissariale individuato ”ad hoc” che ritiri i ricorsi (sia presso la Corte Costituzionale che il Tar) e proceda speditamente nella chiusura del procedimento di accorpamento. Bell’idea (dal loro punto di vista s’intende), che non ha scontato molti fattori: in primis la correttezza legale ed istituzionale di una tale norma che porti al Commissariamento”.

Unioncamere, spiegano ancora le Camere ribelli, “deve evidentemente avere la certezza granitica, che chi attualmente ha fatto ricorso non faccia un ulteriore ricorso contro questa norma, compresa la Regione e le associazioni di categoria ricorrenti, che vedranno ledere loro diritti. Se il Tar del Lazio e prima il Consiglio di Stato hanno riconosciuto il fumus di incostituzionalità, dobbiamo credere che questi magistrati abbiano ravvisato qualcosa di illegittimo, giusto?”.

“Unioncamere sottace che le rimanenti procedure di accorpamento non concluse siano in tale situazione o perché, appunto, sospese dalla magistratura o perché sospese di fatto o con propri atti dalle Regioni interessate, in quanto in attesa delle decisioni giurisdizionali. Forzare la mano rappresenta uno sgarbo istituzionale anche nei confronti di questi soggetti; Unioncamere deve avere la certezza che al gruppo degli attuali ricorrenti, a fronte del Commissariamento, non si aggiungano anche altri soggetti istituzionali (leggasi Regioni) o privati (leggasi associazioni di categoria) che darebbero forza ad un vento che si trasformerebbe in tornado”.

E ancora per le Camere di Commercio ribelli  “Unioncamere deve avere la certezza che una volta concluso velocemente il procedimento di accorpamento, le decisioni della Corte Costituzionale e del Tar del Lazio, che potrebbero determinare la riforma illegittima, siano irrilevanti, tanto la riforma è stata realizzata. Ciò con evidente disprezzo dell’operato di un potere dello Stato. Che la Corte Costituzionale si esprima sull’illegittimità delle norme impugnate è molto probabile, perché questa si è già espressa in tal senso a fine 2018 riconoscendo l’illegittimità del Decreto Ministeriale previdente il parere delle Regioni e non l’intesa, proprio perché materia concorrente”.

“Oggi la materia del contendere – spiegano ancora le Camerec- è sulla stessa questione relativa però alla legge delega ed al relativo decreto legislativo. Una volta dichiarata l’illegittimità costituzionale della norma (che agisce ex tunc), che farebbe crollare tutta la riforma del 2015, cosa succerebbe se gli accorpamenti fossero forzosamente stati realizzati? Come può un ordinamento istituzionale rimanere in piedi se dichiarato illegittimo? Non valgono più i principi stabiliti dall’art. 97 della Costituzione, riguardanti la ”legalità” ed il ”buon funzionamento” delle Amministrazioni pubbliche?”, si chiedono ancora le Camere.

“Come fa Unioncamere a proporre ed il Mise ad accettare una modifica dell’attuale normativa, che è sub iudice in quanto non ha avuto la necessaria intesa tra Stato e Regioni, e non aver ottenuto che anche sulle modifiche l’intesa ? Perché siamo arrivati a questo punto e perché il Sistema camerale è spaccato al suo interno tra le grandi Camere ed Unioncamere, governata da queste, che vogliono che la riforma degli accorpamenti sia conclusa e le medie e piccole Camere, che scomparendo, giustamente e stoicamente si oppongono?”, continuano a chiedersi le Camere nel loro documento.

“Semplicemente perché – proseguono le Camere ribelli – la riforma degli accorpamenti non tocca le grandi Camere, che pertanto non ne avrebbero nessun danno. Neppure dalla riduzione del Diritto annuale, neppure dal contingentamento delle funzioni e compiti, neppure dalla riduzione dei compensi degli organi; tutte norme per le quali si prevede una cancellazione e ritorno ante normativa 2015 a riforma conclusa. L’unica riforma che chiedono rimanga è proprio quella degli accorpamenti, tanto non avviene a loro spese”.

“Allora ed in conclusione: 1) la proposta di commissariamento è evidentemente illegittima, stante la sospensione dei giudizi davanti alla magistratura o le decisioni assunte dalle Regioni; 2) il tentativo di estromettere gli organi legittimamente eletti con un Commissario che provveda a ritirare i ricorsi è conseguentemente illegittimo; 3) tali tentativi genereranno ancora più problemi rispetto ai benefici attesi dai promotori; 4) se il tentativo di Commissariamento portato avanti immotivatamente ed improvvidamente da Unioncamere dovesse andare a buon fine, stante il perseguimento di un fine illegittimo, comporterebbe le necessarie ed immediate dimissioni del Presidente e degli Organi in carica di questa, per giusta causa”.

“Unioncamere – sottolinea il documento delle camere ribelli – è l’ente di rappresentanza e di tutela degli interessi di tutte le Camere di Commercio. È finanziata da queste con risorse che non incidono sul bilancio dello Stato, ma delle comunità su cui insistono e queste hanno l’aspettativa che l’Unione svolga bene la propria missione che è sicuramente difficile e complicata. La ricchezza viene prodotta dai territori e qua deve essere riallocata sulla base delle decisioni assunte dai territori stessi. No taxation without representation”, conclude il documento.

Sono 18 le Camere di commercio cosiddette ribelli, che non accettano la riforma del sistema camerale del 2015 e che denunciano, come anticipato da Adnkronos, che ci sia in atto un tentativo di commissariarle, proprio per il loro ‘no’ all’accorpamento con altre Camere. Nello specifico: Antonio Campese, presidente Camera di Commercio di Benevento; Alfredo Malcarne, presidente Camera di Commercio di Brindisi; Daniele Rossi, presidente Camera di Commercio di Catanzaro; Alfio Pugliese, presidente Camera di Commercio di Crotone; Paolo Govoni, presidente Camera di Commercio di Ferrara; Giorgio Bartoli, presidente Camera di Commercio di Lucca; Dino Sodini, presidente Camera di Commercio di Massa Carrara; Ferdinando Faedda, presidente Camera di Commercio di Oristano; Andrea Zanlari, presidente Camera di Commercio di Parma; Franco Bosi, presidente Camera di Commercio di Pavia; Valter Tamburini, presidente Camera di Commercio di Pisa; Giorgio Guberti, presidente Camera di Commercio di Ravenna; Vincenzo Regnini, presidente Camera di Commercio di Rieti; Luigi Sportelli, presidente Camera di Commercio di Taranto; Gloriano Lanciotti, presidente Camera di Commercio di Teramo; Giuseppe Flamini, presidente Camera di Commercio di Terni; Cesare Goggio, presidente Camera di Commercio di Verbano Cusio Ossola; Sebastiano Caffo, presidente Camera di Commercio di Vibo Valentia.



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