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Offrire soldi a un poliziotto: cosa si rischia

14 Ottobre 2019
Offrire soldi a un poliziotto: cosa si rischia

Si può parlare di un tentativo di corruzione per chi vuole offrire il caffè a un agente o interviene in favore di un amico?

Un tuo collega di lavoro ti sta dando un passaggio sulla sua macchina per recarvi in azienda. D’un tratto, vi ferma un poliziotto per un normale controllo. L’agente si accorge che l’assicurazione dell’auto del tuo amico è ormai scaduta da diversi mesi. Così inizia a compilare il verbale per la contravvenzione. L’importo da pagare – vi anticipa a voce – è particolarmente elevato e va da 849 a 3.396 euro. Più di uno stipendio. E siccome di questi tempi il capo non vi sta pagando, decidi di correre in soccorso del tuo collega. Apri il portafogli, prendi due biglietti da 20 euro e li piazzi in mano del vigile dicendogli «Siamo in difficoltà, aiutateci. Anche noi abbiamo una famiglia». L’agente, però, si ritrae e, guardando inorridito le banconote, ti preannuncia che ti denuncerà per «tentata corruzione». 

Dal tuo canto, osservi che non può esserci alcuna corruzione visto che non sei tu l’interessato alla contravvenzione (l’auto non è tua); gli stai solo “offrendo il caffè” senza pretendere alcun tornaconto personale. Lui non ne vuol sapere e acquisisce anche i tuoi dati della carta d’identità. 

Cosa succede in un caso come questo? Cosa si rischia ad offrire soldi a un poliziotto? L’eventuale giustificazione derivante da uno stato di necessità economica potrebbe attenuare la sanzione?

Sul punto, si è espressa la Cassazione penale proprio di recente [1]. Ecco cosa hanno detto in merito i giudici supremi.

Dare soldi a un poliziotto è corruzione?

Il Codice penale [2] punisce chiunque offra o prometta denaro o altra utilità non dovuta ad un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio, per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri.

Pertanto, secondo la Cassazione, si può ben essere condannati per il reato di «tentata corruzione» nel caso in cui si offrano dei soldi a un pubblico ufficiale affinché questi non faccia un atto che gli è dovuto. Il fatto che l’espediente non sia andato a buon fine non rileva: in tal caso, si parlerà del reato “tentato” e non “consumato”. La sanzione è meno grave, ma resta sempre di carattere penale. 

Neanche l’eventuale giustificazione di una difficoltà economica da parte del colpevole potrebbe consentirgli un’assoluzione.

Quale entità della somma fa scattare la corruzione al poliziotto?

Il reato di corruzione prescinde dal valore del bene offerto al pubblico ufficiale. Dunque, potrebbe rischiare una condanna anche chi offre al vigile 20 euro così come chi gli lascia una busta con 500 euro. Lo scarso valore dell’importo offerto non può rendere meno grave la tentata corruzione. L’importante – dice la Cassazione [3] – è che la somma non sia «irrisoria», quale ad esempio potrebbe essere l’offerta di un caffè al bar.

In tema di istigazione alla corruzione – si legge in un altro precedente – dinanzi a un’offerta di una utilità economica di per sé non priva di qualunque consistenza, spetta al giudice stabilire se la proposta sia stata seriamente operata ovvero abbia una valenza di puro dileggio [4]. La serietà dell’offerta va, infatti, correlata alla controprestazione richiesta, alle condizioni dell’offerente e del soggetto pubblico nonché alle circostanze di tempo e di luogo in cui l’episodio si colloca. 

Sul punto, secondo il tribunale di Urbino [5], «non integra gli estremi del delitto di istigazione alla corruzione l’offerta di 20 euro a un carabiniere al fine di dissuaderlo dal contestare una contravvenzione al Codice della strada, trattandosi di un’offerta del tutto inidonea a produrre una eventuale accettazione».

È sempre la Cassazione a spiegare [6] che, per far scattare il delitto di istigazione alla corruzione occorre, tra l’altro, che l’offerta o la promessa di denaro o di altra utilità sia idonea alla realizzazione dello scopo, cioè sia tale da indurre il destinatario al compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio; idoneità che va valutata tenendo conto dell’entità del compenso, dell’importanza della controprestazione richiesta, delle qualità personali del destinatario e della sua posizione economica e che deve essere tale da determinare una rilevante probabilità di causare un turbamento psichico nel pubblico ufficiale (nel caso di specie la Cassazione ha considerato “inidonea” l’offerta di cinquemila lire fatta dall’imputato a due agenti della polizia stradale affinché si astenessero dal contestargli una contravvenzione al Codice della strada: l’offerta è stata ritenuta irrisoria sicché sarebbe stato inverosimile pensare che  gli agenti si sarebbero venduti per un nonnulla).

Particolare tenuità del fatto

Piuttosto è possibile evitare quantomeno la sanzione penale (ferma restando la menzione del reato nel casellario giudiziario) grazie al beneficio della cosiddetta «particolare tenuità del fatto». Si tratta di un meccanismo previsto dal Codice di procedura penale [7] per tutti quei reati puniti con la reclusione fino a cinque anni e/o con la sanzione pecuniaria.


note

[1] Cass. sent. n. 41973/19 dell’11.10.2019.

[2] Art. 322 cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 2831/2003: Ai fini della configurabilità del delitto di istigazione alla corruzione per un atto contrario ai doveri di ufficio (art. 322 comma 2 c.p.), l’idoneità dell’offerta deve essere valutata con giudizio “ex ante”, sicché il reato può essere escluso solo se manchi l’idoneità potenziale dell’offerta o della promessa a conseguire lo scopo perseguito dall’autore, non rilevando la tenuità della somma di denaro offerta, che, in ogni caso, non si connoti dei caratteri della assoluta risibilità e la relativa indagine costituisce apprezzamento di fatto, insindacabile in sede di legittimità. (In applicazione di tale principio la S.C. ha ritenuto integrato il reato di cui all’art. 322 c.p. nella condotta dell’imputato che aveva offerto a due agenti della Polizia di Stato la somma di cinquantamila lire affinché eliminassero un verbale di contravvenzione elevata a suo carico).

[4] Cass. sent. n. 7836/2000.

[5] Trib. Urbino, sent. n. 265/2004.

[6] Cass. sent. Del 15.12.1989

[7] Art. 131 bis cod. pen. 


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