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Così cambiano le sentenze: in motivazione basta il richiamo ai precedenti

25 giugno 2013 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 giugno 2013



Così cambiano le sentenze dopo il decreto “del fare”: le motivazioni possono limitarsi a richiamare i precedenti conformi o a indicare i soli fatti decisivi o rinviare genericamente agli atti di causa.

Da oggi, le sentenze potranno essere motivate semplicemente facendo riferimento ai precedenti conformi. A stabilirlo è il “Decreto del Fare” [1], entrato in vigore e divenuto vincolante sabato 22 giugno 2013.

Per velocizzare la redazione degli atti giudiziari e agevolare la definizione del contenzioso arretrato, il giudice, nel motivare la propria sentenza, non deve più dare, necessariamente, tante spiegazioni, ma può limitarsi a richiamare precedenti conformi: sia che si tratti di precedenti dello stesso magistrato decidente, sia che si tratti di pronunce della Cassazione.

La novità inciderà anche sugli avvocati che, nel redigere i propri atti, dovranno principalmente tenere conto della giurisprudenza in materia e, in particolar modo, quella del giudice istruttore.

Per effetto della riforma, dunque, le pronunce dovranno essere motivate in tre diverse e alternative forme:

1) con la concisa esposizione dei fatti decisivi e dei principi di diritto su cui la decisione è fondata;

2) anche con esclusivo riferimento a precedenti conformi;

3) oppure con il rinvio a contenuti specifici degli scritti difensivi o di altri atti di causa [2].

Già con la riforma del 2009 [3], era stato eliminato l’obbligo di inserire, tra i passaggi della motivazione, l’indicazione dello svolgimento del processo (ossia le richieste delle parti, le difese, l’attività istruttoria). La stessa riforma aveva consentito al giudice di motivare la sentenza con la “succinta esposizione dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche della decisione, anche con riferimento a precedenti conformi”.

Ora il decreto del fare spinge ancor di più sul tasto della semplicità: il giudice, sin da oggi, può limitarsi a indicare non più i fatti “rilevanti”, ma quelli “decisivi”, ossia quelli che hanno una funzione effettivamente determinante e risolutiva ai fini della ragione e del torto.

In alternativa, il giudice può motivare la sentenza richiamando i precedenti conformi.

La nuova struttura della sentenza potrebbe, quindi, assomigliare più a quella di un’ordinanza, strutturata secondo i classici “considerato che” e “ritenuto che”: in modo del tutto simile all’ordinanza di appello emessa, a seguito del cosiddetto “filtro”, nel caso in cui il giudice dichiari inammissibile l’impugnazione.

In ultima istanza, il giudice potrebbe motivare richiamando i contenuti specifici degli scritti difensivi o di altri atti di causa (per es. i verbali di udienza, la relazione del Ctu, i documenti prodotti dalle parti). In pratica, il magistrato potrà rinviare genericamente al contenuto di uno di questi atti, senza doverne riprodurre il contenuto (per esempio: “…aderendo al parere espresso dal Ctu, cui si rinvia, questo Tribunale così decide …”).

Il restyling della motivazione non riguarderà le sentenze decise secondo equità. Infatti, per esse il giudice ha il dovere di esporre le ragioni di equità sulle quali è fondata la decisione.

note

[1] Dl 69/2013 che ha modificato l’art. 118 disp. att. cod. proc. civ.

[2] Art. 118 disp. att. cod. proc. civ.

[3] L. 69/2009.

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