HOME Articoli

Editoriali Avvocati dipendenti di altri avvocati: triste realtà o stortura del sistema?

Editoriali Pubblicato il 25 giugno 2013

Articolo di




> Editoriali Pubblicato il 25 giugno 2013

Tra fare l’avvocato e fare l’impiegato di un avvocato c’è una “sottile” differenza. Eppure la deriva verso la para-subordinazione degli avvocati è ormai in fase avanzata, con conseguenze sostanziali anche a livello di reddito e condizioni di lavoro.

Grande stupore mi ha colto per l’accoglienza calorosa (sia in termini di statistiche di lettura sia in termini di commenti ricevuti) raccolta dal mio precedente articolo sul tema delle spese fisse imposte ai liberi professionisti, e ciò mi fa capire quanto il tema sia delicato e sentito. Non posso quindi resistere alla tentazione di riprendere il discorso, focalizzandomi in particolar modo sul tema (più volte dibattuto anche in sede istituzionale) delle inique condizioni in cui versano molti avvocati che lavorano alle dipendenze di altri colleghi. Li chiamerò per semplificare (ma anche per per stigmatizzare) “avvocati para-dipendenti”: il “para” è d’obbligo, essendo tutt’ora vietato dalla legge che l’avvocato lavori come dipendente.

Una selezione “innaturale”

Alcuni (in verità pochi) non hanno colto appieno lo spirito del mio precedente articolo, che non era certo quello di fare vittimismo di categoria. E’ ovvio che tra gli avvocati c’è chi se la passa bene, anche molto bene. Ma come dimostrano recenti rilevazioni il gap tra chi vive e chi sopravvive si sta allargando eccessivamente.

Le cifre che avevo citato (i circa 5 mila euro annui di spese fisse imposte dalla legge per lo svolgimento della professione) di certo non creano scandalo se riferite ad un professionista con studio ben avviato e solida clientela; mentre risultano davvero inaccettabili per tutti quei meno fortunati (o – perché no – meno bravi) che stanno dall’altra parte della barricata e che, per mancanza di alternative, sono costretti a lavorare a condizioni a dir poco umilianti per chi ha comunque cinque anni di università e due anni di praticantato.

E altrettanto inaccettabile è sentir dire (guarda caso da chi sta dall’altra parte) che in fondo è una forma di selezione naturale, triste ma inevitabile, che permette di non far collassare l’intera categoria. Insomma, il classico: “Salviamo il salvabile. E chi è fuori… peggio per lui”.

No! un paese civile e socialmente avanzato non può legittimare una deriva del genere in cui la selezione è fatta unicamente su criteri di carattere economico senza il minimo riguardo a competenza e deontologia. Conosco personalmente avvocati che stanno dalla parte di chi se la cava che però, puntualmente, non pagano i domiciliatari, versano ai collaboratori compensi al di sotto di ogni standard di sopravvivenza, versano i contributi unificati quando hanno voglia, non frequentano i corsi di aggiornamento… in altre parole, hanno un’interpretazione un po’ elastica della deontologia professionale. Beh, vien da pensare: “Son capaci tutti a far quadrare i conti così!” Eppure quelli, proprio perché alla fine dell’anno i famosi 5 mila euro (di cui sopra) ce li hanno, non saranno di certo colpiti da questa imminente falce.

Gli avvocati para-dipendenti e il loro effettivo reddito

Torno quindi a fare un po’ di conti in tasca ai colleghi. Nota: forse questi conti risulteranno banali a chi ha provato l’ebbrezza di avere un’attività autonoma; ma dai commenti e le domande di chiarimento che ho ricevuto ho capito che forse è il caso di spiegare la situazione in termini molto grossolani e volgarmente monetari.

Prendiamo da un lato un laureato in giurisprudenza che, subito dopo la laurea, si è messo nell’ottica del lavoro impiegatizio ed è entrato in una banca o assicurazione: lo chiameremo “Legale 1”. Dall’altro lato prendiamo invece un suo omologo (stesso anno di laurea, stessa età, stesse potenzialità) che ha scelto la carriera da libero professionista (perdendo quindi almeno altri 3 anni per il praticantato e l’esame di abilitazione) e che comunque lavora come collaboratore para-dipendente presso uno studio associato: lo chiameremo “Legale 2”.

Dato che “Legale 1” prende uno stipendio da 1200 euro al mese, alla fine dell’anno risulta avere un introito netto di circa 15600 euro (1200 per 13 mensilità); i contributi previdenziali e assicurativi sono già stati versati e non ha altre spese particolari imposte per legge per lo svolgimento del suo lavoro. Non deve affidarsi a un commercialista ma gli basta l’assistenza di un CAF (spesso offerto direttamente dal datore di lavoro), non ha quote annuali da versare all’ordine professionale; anzi, se è fortunato, ha pure in dotazione un cellulare con abbonamento offertogli dal datore di lavoro e magari il rimborso dell’abbonamento dei mezzi; senza poi considerare le ferie obbligatorie o retribuite previste dal contratto nazionale di lavoro cui fa capo.

Anche “Legale 2” quando è fuori con gli amici, un po’ per semplificare e un po’ per orgoglio, dichiara di prendere 1200 euro al mese; tuttavia molti dei suoi amici non sanno che quella non è la cifra netta che gli rimane in tasca. Infatti basta ragionare su base annua e si capisce la sostanziale differenza. Legale 2 infatti, alla fine dell’anno, ha in tasca circa 14400 euro lordi (sì, perché la tredicesima non è contemplata per i liberi professionisti); e da quella cifra deve sottrarre i circa 5 mila euro di spese (imposte per legge) che abbiamo già descritto. Risultato: 9400 euro di effettivo introito. Non solo: a volte le mensilità diventano undici perché ad agosto l’attività giudiziale si ferma e lo studio rimane chiuso. In sostanza, delle ferie forzate e non retribuite.

Aggiungiamo anche la regola comunemente accettata della non concorrenza; cioè “o lavori per lo studio, o non lavori affatto”. La prassi degli studi legali vuole, infatti, che se lo zio di Legale 2 fa un tamponamento in auto e ha bisogno un legale, Legale 2 non possa tenerlo come cliente personale ma al massimo lo “acquisisca” come cliente dello studio. D’altronde, il titolare dello studio non gradirebbe iniziative personali di questo tipo, viste come concorrenza e fonte di distrazione, e probabilmente lo “licenzierebbe”.

C’è una via d’uscita?

Ecco spiegata l’assurdità e l’iniquità della situazione in cui versano molti, moltissimi avvocati italiani, i quali da un lato hanno un trattamento lavorativo equivalente o spesso peggiore di quello riservato a un normale impiegato, dall’altro hanno gli stessi oneri previdenziali, fiscali e deontologici del loro datore di lavoro.

È una situazione intollerabile su cui bisogna intervenire tempestivamente. Non si può pensare che il mercato faccia il suo corso o che la categoria si auto-regoli. Il risultato sarebbe deleterio; troppo delicati gli equilibri tra gli interessi in gioco, troppo forte in Italia la tendenza alla conservazione.

Chi dice “alla fine hanno scelto loro di fare la libera professione” è gente che forse ha perso il polso con quello che attualmente è il mercato del lavoro dei servizi legali. Non c’è scelta. Gli uffici legali delle aziende sono “intasati” da anni ormai; e appunto gli studi legali non accettano dipendenti, ma solo para-dipendenti, sia per loro comodità (meno scocciature fiscali e contrattuali), sia – banalmente – perché la figura dell’avvocato dipendente non è prevista dalla legge (anzi, è proprio vietata).

Beh, allora direi che forse è arrivato il momento di realizzare che siamo di fronte ad una situazione ormai irreversibile e radicata di fatto nel mercato; e quindi di ratificarla per legge, creando così un’apposita categoria professionale di legali dipendenti e stabilendo le relative norme fiscali, previdenziali e giuslavoristiche che la tutelino (come qualcuno ha già più volte proposto).

Assurdo continuare a nascondere la testa sotto la sabbia facendo finta che questa sia solo un temporanea stortura del sistema; decisamente auspicabile invece accettarla e regolamentarla.

– – – – – – – – – – – – –

Articolo sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

di SIMONE ALIPRANDI


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

22 Commenti

  1. Al di là delle lamentele (giustissime! ) bisogna agire nel concreto soprattutto con gli ordini locali e con il CNF. Io sono a disposizione di chi vuole agire

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI