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Come comportarsi con il capo

15 Ottobre 2019
Come comportarsi con il capo

Doveri del dipendente verso il datore di lavoro: obbedienza, fedeltà, rispetto, diligenza e riservatezza. Le indicazioni dei giudici.

I doveri di un dipendente sono improntati alla fedeltà (ossia all’obbedienza) e alla diligenza. Egli deve quindi rispettare le direttive del datore (è proprio questa, del resto, la distinzione tra lavoro subordinato e autonomo) e svolgere le proprie attività con scrupolo e professionalità. 

Questi concetti potrebbero apparire teorici. Solo conoscendo la casistica giurisprudenziale è possibile avere un’idea pratica e concreta di come comportarsi con il capo. 

Abbiamo perciò deciso di estrapolare, da alcune massime della giurisprudenza, le indicazioni che la Cassazione ha voluto fornire in tutti questi anni proprio in merito ai doveri del dipendente nei confronti del proprio datore di lavoro. Ma procediamo con ordine.

L’obbedienza

Il primo, naturale, obbligo di ogni lavoratore dipendente è l’obbedienza alle direttive impartitegli dal capo. Obbedienza pedissequa che non giustifica però la commissione di illeciti. Se, ad esempio, il tuo datore di lavoro dovesse chiederti di frodare un cliente o di emarginare un tuo collega sei tenuto a non farlo. Il rispetto delle direttive dal vertice non giustifica la violazione della legge di cui, altrimenti, saresti direttamente responsabile. 

L’obbedienza alle direttive significa anche rispettare quelle che, in prima battuta, potrebbero apparire illegittime. Se ritieni che il tuo capo stia sbagliando non puoi farti giustizia da solo decidendo cosa fare e cosa no; sei piuttosto tenuto a ricorrere al giudice affinché annulli eventuali ordini illegittimi. Metti, ad esempio, che il tuo datore ti trasferisca in un luogo lontano senza che ve ne siano i presupposti, solo allo scopo di danneggiarti; o che ti neghi i permessi a cui hai diritto: in entrambi i casi non puoi fare di testa tua e smettere di lavorare. Devi prima avviare un giudizio in tribunale per ottenere l’eliminazione dell’ordine contrario a legge. Questa regola trova un’eccezione solo quando la direttiva del datore è contraria alla buona fede: si pensi a un trasferimento di un dipendente che, titolare della legge 104, è l’unico familiare che si prende cura del padre malato e bisognoso di assistenza.

Il rispetto del capo e dell’azienda

Il rispetto del capo non significa solo avere un atteggiamento mite nei suoi riguardi, non usare linguaggio forte o sconveniente (specie in pubblico), non assumere atteggiamenti ribelli o di insubordinazione. Vuol dire anche non comportarsi, fuori dall’orario di lavoro, in modo da ledere il decoro e la rispettabilità dell’azienda. Il che significa, ad esempio, non pubblicare post offensivi sui social network nei confronti dei propri superiori o dei prodotti commercializzati. Il tutto nel rispetto del normale diritto di critica e di satira che la costituzione riconosce a chiunque, anche ai lavoratori dipendenti. Il lavoratore può senz’altro attaccare anche con toni aspri le scelte aziendali e quando ricorre alla satira deve ritenersi fisiologico l’utilizzo di immagini e espressioni forti.

Questo non significa che il dipendete ha il dovere di stimare il proprio capo, ma non perciò lo può insultare. Il rispetto non significa ossequio. Si tratta di due cose ben diverse. «Non comprerei mai i prodotti dell’azienda dove lavoro» perché sono cari o non valgono il prezzo richiesto è una critica normale che non finisce per trasbordare nella diffamazione. Diffamazione che scatta quando, nella frase, sono contenute «attribuzioni specifiche e disonorevoli», un attacco gratuito cioè alla moralità altrui. Dire «il capo è un corrotto» o «un imbroglione» non ha nulla a che vedere con l’ossequio ed è certo vietato non solo dalle norme sul lavoro, ma anche da quelle penali. 

Leggi anche Bisogna rispettare il datore di lavoro? e Critiche al datore di lavoro: cosa si rischia?

Le reazioni alle ingiustizie del capo

È vero: abbiamo appena detto che il dipendente non può ribellarsi e non può usare un linguaggio offensivo, meno che meno aggredire fisicamente il capo. Ma quando il clima in azienda è particolarmente teso – si pensi alla minaccia di tagliare i posti di lavoro o a una situazione in cui non vengono pagati gli stipendi – lo sfogo, se anche non è consentito, può essere giustificato e perdonabile. E se anche la reazione è superiore alla causa che l’ha giustificata – come nel caso del dipendente che utilizzi parole di minaccia – c’è comunque la causa di giustificazione della provocazione.

Il rispetto degli obblighi del contratto di lavoro

Prima di iniziare a lavorare, leggi bene il contratto che ti è stato fatto firmare, il regolamento aziendale e il contratto collettivo nazionale della tua categoria. Specie in quest’ultimo troverai tutte le condotte sanzionatili con il licenziamento o con altre punizioni meno gravi. Si tratta di una sorta di codice comportamentale che potrà aiutarti a capire meglio come comportarsi con il capo. 

Sappi che se il Ccnl prevede, per un determinato comportamento, una sanzione diversa dal licenziamento, il capo non potrà risolvere il contratto di lavoro.

Ricordati, ad esempio, in presenza di una malattia, che devi immediatamente comunicare in azienda la tua assenza (nel Ccnl troverai indicato come farlo: se con sms, email, telefonata, ecc.). Devi poi farti visitare al più presto dal medico che dovrà inviare il certificato all’Inps in via telematica. Durante la malattia devi: a) rispettare le fasce di reperibilità per consentire la visita fiscale; b) non allontanarti neanche dopo la prima visita fiscale, potendo intervenirne una seconda anche nell’arco della stessa giornata; c) giustificare immediatamente eventuali assenze urgenti; d) non compiere un secondo lavoro in concorrenza con quello dell’azienda; e) non svolgere attività che potrebbero allungare i tempi di guarigione; f) rientrare in azienda non appena terminata la malattia, anche se il certificato medico dovesse prevedere un periodo di assenza più lungo.

Dovere di riservatezza

Tutto ciò che ti dice il capo deve rimanere in azienda. Non puoi rivelare a terzi le informazioni riservate o i processi produttivi conosciuti nell’esercizio delle tue mansioni. Allo stesso modo non puoi fare uscire dall’azienda documenti o file riservati: rischieresti altrimenti il licenziamento. 

Dovere di diligenza

Il lavoratore non viene pagato “a cottimo” ossia in base a quanto produce. Ciò nonostante non può poltrire. Chi viene colto a rallentare il proprio o l’altrui lavoro può essere “diffidato” e, se non c’è ravvedimento, licenziato. La giurisprudenza ha ormai aperto la strada al licenziamento per scarso rendimento tutte le volte il cui la resa del lavoratore è inferiore rispetto alla media dei colleghi addetti allo stesso settore e con la medesima esperienza. 

La Cassazione ha ammesso il licenziamento anche per comportamenti colpevoli e non semplicemente in mala fede. Questo ti obbligherà a svolgere correttamente le tue mansioni senza tralasciare nulla che ci si potrebbe aspettare da una persona con la tua perizia. 

Approfondimenti

Leggi anche:

Obbligo di fedeltà del dipendente; 

Bisogna rispettare il datore di lavoro;

Obbligo di diligenza del dipendente. 



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