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Dopo impugnazione licenziamento cosa succede?

17 Ottobre 2019
Dopo impugnazione licenziamento cosa succede?

La contestazione del licenziamento: l’invio della lettera al datore di lavoro, il deposito del ricorso, la notifica e la costituzione dell’azienda. Le varie fasi.

Hai ricevuto una lettera di licenziamento che hai portato subito al tuo avvocato. Questi ti ha anticipato il da farsi: ci sono sessanta giorni di tempo per contestare la decisione del tuo datore di lavoro. Contestazione che deve avvenire con una raccomandata di risposta, recapitata alla sede legale dell’azienda. 

Di tanto si è occupato il legale. Da allora, però, non hai avuto più notizie della pratica. Temi che possano “scadere i termini” per difendere i tuoi diritti. Così vuoi sapere cosa succede dopo l’impugnazione del licenziamento.

In questo articolo, ti farò una breve sintesi della procedura da seguire quando è in contestazione la risoluzione del rapporto di lavoro decisa unilateralmente dal datore di lavoro. Si tratta – come comprenderai a breve – di attività che deve svolgere l’avvocato, ma proprio per questo hai bisogno di sapere come questi si muoverà e quali termini deve rispettare per non subire preclusioni e decadenze. In tal modo, ti sarà più facile controllare il suo operato.

Prima, però, di scoprire cosa succede dopo l’impugnazione del licenziamento, sarà bene partire da una fase anteriore.

Impugnazione licenziamento: quando?

Le regole sull’impugnazione del licenziamento si applicano tutte le volte in cui il dipendente intende contestare la decisione del datore di lavoro; pertanto, valgono sia nel caso del licenziamento disciplinare (licenziamento per giusta causa e per giustificato motivo soggettivo) che di licenziamento per motivi aziendali (licenziamento per giustificato motivo oggettivo). 

Come vedremo a breve, per impugnare il licenziamento sono necessarie due attività, la prima di tipo “stragiudiziale” (ossia che si svolge senza il giudice) e la seconda di tipo “giudiziale” (ossia in tribunale). Per ognuna di esse, la legge assegna dei termini di decadenza ben precisi: non rispettarli significa non potersi più difendere e soccombere al licenziamento benché illegittimo. 

Ecco che allora sapere cosa succede dopo l’impugnazione del licenziamento diventa quantomai essenziale.

La lettera di contestazione del licenziamento

La prima cosa da fare se si intende contestare il licenziamento e sperare di ottenerne l’annullamento dal giudice o quantomeno il risarcimento del danno, è inviare la lettera di impugnazione del licenziamento. Bisogna farlo entro massimo 60 giorni da quando si è ricevuta la comunicazione definitiva di licenziamento (non si prende in considerazione quindi la precedente lettera di avvio del procedimento disciplinare che dà il via alla procedura di accertamento dell’infrazione nel caso di licenziamento disciplinare).

In teoria, questa comunicazione non è necessaria se, entro 60 giorni, il dipendente agisce direttamente in tribunale per impugnare il licenziamento, cosa però che difficilmente gli avvocati sono disposti a fare, atteso il breve lasso di tempo disponibile per redigere l’atto di ricorso.

Nella lettera di impugnazione stragiudiziale del licenziamento, il dipendente può essere generico: non deve spiegare per quali ragioni ritiene illegittimo il licenziamento, potendo lasciare tali questioni alla successiva fase giudiziale. L’importante è che renda chiara la sua volontà di contestare la risoluzione del rapporto di lavoro. 

I sessanta giorni decorrono dal ricevimento della comunicazione del recesso presso l’indirizzo del lavoratore e non dal momento, eventualmente successivo, di cessazione dell’efficacia del rapporto di lavoro come nel caso in cui vi sia stato il preavviso.

Se il dipendente è stato, senza sua colpa, nell’impossibilità di ricevere la lettera (si pensi a chi si trova in stato di detenzione o ricoverato in ospedale), il termine dei sessanta giorni decorre dall’effettiva conoscenza del licenziamento. 

La lettera può essere scritta direttamente dal lavoratore o anche da un sindacalista o da un avvocato; in questi ultimi due casi, però, è necessario che il rappresentante sia munito di procura, il che significa che il lavoratore dovrà sottoscrivere la lettera a tergo, per accettazione e ratifica.

Che succede dopo la lettera di impugnazione del licenziamento?

Una volta spedita la lettera di impugnazione del licenziamento al datore di lavoro, inizia a decorrere un ulteriore termine di 180 giorni entro i quali l’avvocato del dipendente dovrà depositare in tribunale il ricorso. È questa la cosiddetta fase dell’impugnazione giudiziale del licenziamento, chiamata così proprio perché viene instaurata la causa. 

In alternativa al ricorso in tribunale, e sempre nell’arco dei predetti 180 giorni, è possibile comunicare alla controparte la richiesta di tentativo di conciliazione presso l’Ispettorato Territoriale del Lavoro [1].

Con il deposito del ricorso in tribunale inizia la causa vera e propria con i tempi e le regole stabilite dal Codice di procedura civile. 

La causa può essere instaurata davanti al giudice del luogo in cui è sorto il rapporto, cioè dove chi ha fatto la proposta di assunzione riceve l’accettazione.

La caratteristica principale del processo del lavoro consiste nell’obbligo di indicare, già nell’atto di ricorso tutti i mezzi di prova di cui ci si vuole avvalere (ad esempio i testimoni) e di allegare la documentazione necessaria alla decisione. In caso contrario, la parte decade dalla prova.

Che succede dopo il deposito del ricorso in tribunale?

Il ricorrente, con il deposito, si costituisce in giudizio. Pertanto, non può mai essere contumace.

Entro 5 giorni dal deposito del ricorso, il giudice fissa, con proprio decreto, l’udienza di discussione. In verità, tale termine non è perentorio e spesso succede che l’udienza venga fissata molto tempo dopo.

Tra il deposito del ricorso e l’udienza di discussione non devono trascorrere più di 60 giorni; il termine è di 80 giorni nel caso in cui la notificazione al resistente debba effettuarsi all’estero. Anche questi termini non sono perentori. I giudici hanno, quindi, la facoltà di fissare le udienze a seconda dei carichi di lavoro. La loro violazione non determina alcuna conseguenza.

Poiché la cancelleria non comunica l’emissione del decreto di fissazione dell’udienza, il ricorrente deve informarsi con appositi controlli presso di essa.

Una volta che il giudice ha emesso il decreto con la fissazione della prima udienza, spetta all’avvocato del ricorrente far notificare tale atto alla controparte, ossia al datore di lavoro, insieme al ricorso. Lo deve fare entro 10 giorni dalla data di pronuncia del decreto. Anche tale termine non è perentorio e può slittare: l’importante, però, è che tra la data di tale notificazione e quella dell’udienza non intercorrano meno di 30 giorni per permettere al resistente di predisporre le proprie difese.

Il ricorrente ha l’onere di dimostrare di aver effettuato tempestivamente la notifica esibendo la copia notificata del ricorso alla prima udienza.

L’azienda deve costituirsi in giudizio almeno 10 giorni prima dell’udienza indicata nel decreto emesso dal giudice e notificatogli dal ricorrente. Se fa scadere il termine non può più allegare documenti né fornire mezzi di prova. Anche il datore di lavoro deve indicare, nel proprio atto di costituzione, tutte le eccezioni e i mezzi di prova a pena di decadenza. 

Il lavoratore che agisce in giudizio contro il suo licenziamento può produrre la lettera di impugnazione stragiudiziale del recesso anche in una fase successiva alla presentazione del ricorso: il giudice può autorizzare il ricorrente a produrre tale documento dopo che si è costituito il datore di lavoro, qualora questi eccepisca la mancata impugnazione stragiudiziale del licenziamento.

Secondo la Cassazione [2] è sicuramente vero che nel rito del lavoro l’omesso deposito di un documento contestualmente all’atto introduttivo del giudizio determina la decadenza dal diritto alla produzione, ma precisa che tale principio trova delle eccezioni. In particolare, il principio trova eccezione nel caso in cui la produzione tardiva sia giustificata dal tempo di formazione del documento oppure, come nel caso considerato, sia resa necessaria dall’evolversi della vicenda processuale successivamente alla presentazione del ricorso.


note

[1] Nelle controversie di lavoro il tentativo di conciliazione è facoltativo, chi intende proporre in giudizio una domanda può, prima di procedere al deposito del ricorso, alternativamente:

a) promuovere (anche tramite l’associazione sindacale alla quale aderisce o conferisce mandato) il tentativo di conciliazione davanti alla Commissione di conciliazione (di seguito la “Commissione”) costituita presso l’ITL (c.d. conciliazione amministrativa);

b) avvalersi delle procedure di conciliazione previste dai contratti e dagli accordi collettivi (c.d. conciliazione sindacale).

[2] Cass. sent. n. 25346/2019.

Autore immagine: 123rf com


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