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Devo restituire i soldi ricevuti senza un atto scritto?

17 Ottobre 2019
Devo restituire i soldi ricevuti senza un atto scritto?

Regalo o prestito, mutuo o donazione? Se manca la prova della finalità della consegna del denaro, come ottenerne la restituzione?

Se è vero che, per la validità di un prestito tra privati, non è necessario un atto scritto è, tuttavia, innegabile che un contratto può prevenire le classiche incomprensioni dell’ultimo momento. 

In questo breve articolo, voglio metterti a conoscenza di un problema non di poco conto: quello della prova della finalità per cui è avvenuta la consegna di soldi. Non pochi, infatti, dopo aver ricevuto del denaro da un amico o da un parente senza la firma di una scrittura privata si chiedono: devo restituire i soldi ricevuti senza un atto scritto? Come fare a stabilire, a posteriori e in assenza di un contratto, se la disponibilità economica è frutto di un regalo o di un prestito? Lo vedremo a breve.

Prestito verbale: quali rischi?

Per comprendere meglio la questione ricorreremo al consueto esempio pratico.

Saverio manifesta all’amico Fabio delle grosse difficoltà economiche. Fabio, mosso a compassione, preleva dalla banca duemila euro e le consegna al compagno il quale, grato, gli spiega: «Non posso accettare… Non avrei come restituirteli». Fabio, invece, insiste e fa capire che la questione della restituzione va in secondo piano dinanzi ai rapporti tra i due. Saverio intuisce nelle parole di Fabio l’intenzione di fare un regalo e così prende i contanti spendendoli per le proprie necessità. Dopo qualche mese, però, Fabio reclama la restituzione del denaro. Saverio è trasecolato: «Ma come?» gli dice «non era un regalo?». Fabio esprime le sue perplessità: «Non ho mai parlato di una donazione». Tra i due nasce una discussione. Chi ha ragione? 

Il problema è, quindi, stabilire come comportarsi in assenza di un contratto scritto che sancisca a che titolo viene consegnato il denaro, se, cioè, a titolo di mutuo o di donazione: prevale la finalità altruistica o no? 

La questione si prospetta non solo quando c’è il classico “equivoco” tra le parti in buona fede, ma anche in presenza di furbetti che, proprio facendo leva sull’assenza di documenti, potrebbero rigirare “la frittata” a proprio favore. 

Nell’esempio di sopra, dinanzi alla richiesta di restituzione del prestito avanzata da Fabio, Saverio potrebbe fingere di aver creduto che la consegna fosse stata fatta a titolo di donazione e, contando sull’assenza di prove da parte dell’amico, rifiutarsi di restituire il denaro ricevuto in prestito.

Tutti questi problemi si potrebbero risolvere agevolmente con un documento scritto ove le parti stabiliscano i termini di restituzione del denaro. 

In assenza, il giudice potrebbe consentire di dimostrare l’esistenza del credito tramite testimoni, ma solo laddove i rapporti tra le parti e l’entità della somma rendano giustificabile il mancato ricorso alla forma scritta. Eh già: perché il Codice civile stabilisce, in generale, il divieto di testimoni per contratti di importo superiore a 2,58 euro. Ossia sempre. Il magistrato può derogare a tale limitazione quando la situazione concreta renda verosimile uno scambio di denaro eseguito senza precauzioni. Ne abbiamo parlato nell’articolo Come dimostrare un prestito che ti consiglio di leggere per avere un quadro più chiaro della materia. 

Insomma, il rischio di non aver firmato un contratto non è solo quello di non riuscire a dimostrare l’avvenuta consegna del denaro o l’importo stesso, ma anche la natura di tale scambio. 

I soldi ricevuti senza atto scritto vanno restituiti?

A questo punto, non resta che verificare cosa ha detto la giurisprudenza e, in particolare, la Cassazione [1]. Dinanzi a un soggetto che sostenga che il denaro è stato solo prestato e l’altro che, invece, giuri che si è trattato di un regalo, quale dichiarazione prevale? Per i giudici, in mancanza di prove certe, la consegna dei soldi si presume avvenuta a titolo di donazione. Questo per una ragione molto semplice. 

Chi vuol far valere un diritto deve anche provarlo. Così chi chiede la restituzione di un prestito deve dimostrare l’esistenza del diritto di credito e, quindi, del contratto di mutuo. La prova spetta sempre a chi agisce, il cosiddetto attore.

La Cassazione osserva, infatti, che «l’attore che chiede la restituzione di somme date a mutuo è tenuto a provare gli elementi costitutivi della domanda, e quindi non solo la consegna del denaro ma anche il titolo [la ragione] della stessa, da cui derivi l’obbligo della restituzione. L’esistenza di un contratto di mutuo non può essere desunta dalla semplice consegna» di contanti o «di assegni bancari» che ben può avvenire per svariate ragioni.

Risultato: i soldi ricevuti, per i quali non v’è alcuna prova della natura del prestito, possono anche non essere restituiti. La possibilità di perdere la causa è tutt’altro che remota!

note

[1] Cass. sent. n. 180/18 dell’8.01.2018.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 21 settembre 2017 – 8 gennaio 2018, n. 180

Presidente Matera – Relatore Picaroni

Fatti di causa

1. La Corte d’appello di Lecce, con sentenza depositata il 19 dicembre 2012, ha accolto l’appello proposto da Perrino s.r.l. avverso la sentenza del Tribunale di Brindisi – sezione distaccata di Ostuni n. 41 del 2010, e nei confronti di Le. Pa. s.r.l., e, per l’effetto, ha rigettato la domanda proposta dalla società Le. di condanna della società Perrino alla restituzione dell’importo di Euro 51.645,60, ritenendo non raggiunta la prova del sottostante contratto di mutuo.

2. Per la cassazione della sentenza Pa. Le. ha proposto ricorso sulla base di due motivi. Resiste con controricorso Perrino srl.

Ragioni della decisione

1. Il ricorso è infondato.

1.1. Con il primo motivo è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 2729 cod. civ., 115, secondo comma, 116 cod. proc. civ. e 6 Cedu, e si contesta che la Corte d’appello avrebbe applicato la regola del riparto dell’onere probatorio senza esaminare le numerose emergenze processuali che il Tribunale, viceversa, aveva ritenuto sufficienti a dimostrare in via presuntiva che la dazione di danaro, documentata e non contestata dalla convenuta, era avvenuta a titolo di mutuo.

2. Con il secondo motivo è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 cod. civ. e 116, secondo comma, cod. proc. civ. e si lamenta che la Corte d’appello aveva ritenuto erronea l’applicazione della regola di riparto dell’onere probatorio da parte del giudice di primo grado. Al contrario, correttamente il Tribunale aveva ritenuto che la mancata produzione, da parte della Perrino srl, di fatture o altri documenti contabili comprovanti la vendita di olive a Le., dedotta come causale della dazione di danaro, costituiva comportamento processuale che, unitamente alle altre emergenze, contribuiva alla formazione del convincimento riguardo alla individuazione del titolo della dazione di danaro nel mutuo.

3. Le doglianze, che possono essere esaminate congiuntamente, sono infondate.

3.1. Secondo la giurisprudenza costante di questa Corte regolatrice, l’attore che chiede la restituzione di somme date a mutuo è tenuto, ai sensi dell’art. 2697, primo comma, cod. civ., a provare gli elementi costitutivi della domanda, e quindi non solo la consegna ma anche il titolo della stessa, da cui derivi l’obbligo della vantata restituzione. L’esistenza di un contratto di mutuo non può essere desunta dalla mera consegna di assegni bancari o somme di denaro (che, ben potendo avvenire per svariate ragioni, non vale di per sé a fondare una richiesta di restituzione allorquando l’accipiens -ammessane la ricezione – non confermi anche il titolo posto dalla controparte a fondamento della propria pretesa ma ne contesti la legittimità), essendo l’attore tenuto a dimostrare per intero il fatto costitutivo della sua pretesa, senza che la contestazione del convenuto (il quale, pur riconoscendo di aver ricevuto la somma ne deduca una diversa ragione) possa tramutarsi in eccezione in senso sostanziale e come tale determinare l’inversione dell’onere della prova (ex plurimis, Cass. 14/02/2010, n. 3258; Cass. 24/02/2004, n. 3642).

4. Nel caso in esame, la Corte d’appello si è conformata alla richiamata giurisprudenza di legittimità.

4.1. Sulla premessa corretta che il bonifico bancario della somma di lire 100 milioni effettuato da Le. a favore della Perrino srl non dimostrava di per sé l’esistenza di un contratto di mutuo, la Corte d’appello ha poi ritenuto che a tal fine non fosse rilevante la deposizione del teste Gi. An. -il quale si era limitato a riferire di avere appreso da «altre persone» l’esistenza di un accordo per la restituzione della somma -, né fosse sufficiente, in assenza di altri elementi indiziari, la mancata comparizione del legale rappresentante della Perrino srl a rendere l’interrogatorio formale.

4.2. L’apprezzamento del materiale istruttorio risulta anch’esso condotto alla stregua dei principi ripetutamente affermati da questa Corte regolatrice. La testimonianza de relato ex parte actoris può assurgere a valido elemento di prova quando sia suffragata da ulteriori risultanze probatorie, che concorrano a confermarne la credibilità (ex plurimis, Cass. 31/07/2013, n. 18352; Cass. 11/02/1987, n. 1492), e l’art. 232 cod. proc. civ. non ricollega, automaticamente, alla mancata risposta all’interrogatorio formale l’effetto della confessione, ma riconosce al giudice la facoltà di ritenere come ammessi i fatti dedotti con il mezzo istruttorio, purché concorrano altri elementi di prova (ex plurimis, Cass. 06/08/2014, n. 17719).

5. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente alle spese del presente giudizio, liquidate in dispositivo. Sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali e accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. n. 115 del 2002, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma I-bis dello stesso art. 13.


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