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Licenziamento: cos’è l’aliunde perceptum

7 Novembre 2019 | Autore:
Licenziamento: cos’è l’aliunde perceptum

Il dipendente lasciato a casa che fa causa e trova un altro lavoro ha diritto al risarcimento? Chi deve provarlo? La differenza con l’aliunde percipiendum.

Se hai, purtroppo, vissuto una volta nella tua vita una causa di licenziamento, nel sentir parlare gli avvocati o nel leggere la sentenza del tribunale del lavoro avrai trovato dei termini che spesso si definiscono «in legalese». Paroloni, nella maggior parte dei casi in latino, poco comprensibili ai profani in materia. Una di queste espressioni è il cosiddetto aliunde perceptum: che cos’è? A chi non ha dimestichezza con la legge, queste due parole potrebbero suggerire il nome di un coro di musica sacra: «Signore e signori, ecco a voi gli aliunde perceptum» (applausi in sala e via con i brani di Palestrina). Oppure quello scientifico di una specie animale, il rarissimo aliunde perceptum che abita i fondali marini. Niente di tutto ciò, ovviamente.

Stiamo parlando di una causa di lavoro in cui azienda e dipendente si battono per dimostrare che un licenziamento è o non è legittimo. E, mentre il giudice valuta il caso e prende una decisione, passa del tempo in cui il lavoratore può avere esercitato un’attività in attesa di avere diritto ad un risarcimento. Quell’attività ha prodotto un reddito, cioè ha fatto guadagnare dei soldi. Ed ecco dove si trova il nostro aliunde perceptum: nel denaro che il dipendente ha guadagnato durante una causa di lavoro. Denaro che l’azienda chiederà sicuramente di detrarre dall’eventuale risarcimento deciso dal giudice.

C’è, però, un aspetto da chiarire: chi ha l’onore della prova? Chi deve dimostrare al giudice che il dipendente licenziato ha trovato un lavoro e guadagnato dei soldi durante la causa? E con quali mezzi? Su questo aspetto si è espressa di recente la Cassazione.

Vediamo, dunque, in una causa di licenziamento, che cos’è l’aliunde perceptum e chi lo deve dimostrare in tribunale.

Aliunde perceptum: che cos’è?

Parliamo, dunque, di diritto del lavoro. L’espressione «aliunde perceptum» significa «altrove (o da un’altra persona) percepito». In pratica, quando un lavoratore ritiene di essere stato licenziato ingiustamente fa causa all’azienda e chiede un risarcimento del danno. Nel frattempo, però, può aver trovato un’attività che gli ha procurato un guadagno economico prima ancora che il giudice abbia deciso l’eventuale risarcimento al termine della causa.

Se tale risarcimento viene determinato dal tribunale, l’ex datore di lavoro chiederà che dalla somma che deve corrispondere al dipendente (anche nel caso in cui il giudice abbia stabilito che il lavoratore ha diritto al reintegro in azienda) venga detratto l’aliunde perceptum, cioè quello che il dipendente ha, appunto, percepito altrove.

Aliunde perceptum: chi deve dimostrarlo?

Un lavoratore può nascondere durante una causa l’aliunde perceptum, cioè di avere lavorato dopo il licenziamento? Di certo, non può mentire ad un giudice se questi glielo chiede: rischierebbe di essere perseguito per falsa testimonianza. Quello che non è tenuto a fare è dirlo senza che nessuno glielo chieda. L’onere della prova, infatti, è a carico del datore di lavoro.

Deve essere l’azienda, infatti, a dimostrare che il dipendente licenziato ha trovato un’altra attività dopo essere stato costretto a lasciare quella precedente. Lo ha stabilito la Cassazione in più occasioni, l’ultima delle quali in tempo molto recenti [1].

La Suprema Corte era stata chiamata a pronunciarsi sul caso di un liquidatore di sinistri in forza a Catanzaro, licenziato perché – secondo la società per cui operava – avrebbe avuto una condotta gravemente colposa nell’espletamento della sua attività. Il Corte d’Appello, esaminato il caso, aveva annullato il licenziamento e condannato l’azienda al reintegro del lavoratore nel precedente posto e al versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali dal giorno del licenziamento a quello della reintegrazione, oltre agli interessi maturati. In precedenza, il tribunale di Cosenza aveva determinato il pagamento al dipendente licenziato di 20 mensilità, otto delle quali, per decisione della Corte d’Appello, sono state restituite alla società. Infine, i giudici avevano stabilito la nullità della richiesta di detrarre dal risarcimento l’aliunde perceptum, in quanto l’azienda non era stata in grado di fornire delle indicazioni probatorie puntuali e precise, ma solo delle richieste generiche. Circostanza confermata in Cassazione.

Aliunde perceptum: come si dimostra?

È l’azienda, dunque, a dover dimostrare la sussistenza dell’aliunde perceptum quando vuole detrarre dal risarcimento dovuto al lavoratore licenziato la somma che questi ha percepito altrove dopo aver lasciato il suo posto. Ma come fa a provarlo?

La normativa consente al datore di lavoro di rivolgersi ad un’agenzia di investigazione privata e di chiedere ad un detective di svolgere delle indagini nei confronti dell’ex dipendente che abbia fatto una richiesta di risarcimento per licenziamento illegittimo. L’investigatore, in questi casi, può procurare delle prove di reddito o dei documenti ufficiali in grado di dimostrare che il dipendente ha una posizione lavorativa ottenuta dopo l’interruzione forzata del rapporto precedente. Sono ammessi appostamenti o pedinamenti per tenere sotto controllo l’attività giornaliera dell’ex dipendente e, eventualmente, acquisire delle prove anche documentali da portare davanti ad un giudice.

Aliunde perceptum e aliunde percipiendum: quale differenza?

Nella giungla linguistica del «latino legalese» c’è un termine molto simile all’aliunde perceptum, ma che ha un significato diverso, anzi si può dire opposto. Si tratta dell’aliunde percipiendum, vale a dire della circostanza che si verifica quando un lavoratore licenziato ingiustamente non si sia attivato in modo concreto e sufficiente per trovare una nuova occupazione. E anche questo può essere un problema in caso di richiesta di risarcimento. Il Codice civile, infatti, stabilisce che tale risarcimento «non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza» [2].

In altre parole, il giudice può ridurre l’entità del risarcimento o, addirittura, non riconoscerlo nel caso in cui un dipendente lasciato a casa dall’azienda (anche in modo illegittimo) non si attivi per trovare un altro lavoro ed evitare, in questo modo, di subire un danno economico maggiore.

Pure in questo caso spetta all’azienda dimostrarlo, se vuole corrispondere meno soldi (o non corrisponderli per niente) al lavoratore. Il che, però, è più difficile rispetto all’aliunde perceptum. Il risultato di un’investigazione privata può essere relativo, a meno che il detective non riesca a dimostrare che dal giorno dopo il licenziamento il dipendente passava le giornate a giocare a golf o a prendere il sole in piscina anziché a cercare un lavoro.

note

[1] Cass. sent. n. 25355/2019 del 09.10.2019.

[2] Art. 1227 cod. civ.


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