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Fattura al di sotto dei minimi tariffari: rischi fiscali

18 Ottobre 2019
Fattura al di sotto dei minimi tariffari: rischi fiscali

Il professionista può fatturare a un valore più basso rispetto alle tariffe di riferimento.

Un cliente, con il quale hai ormai rapporti da più anni, ti deve pagare una fattura. Per venirgli incontro, considerate le prestazioni che sino ad oggi gli hai reso, hai deciso di richiedere un compenso simbolico, ben al di sotto delle tariffe medie previste dalla tua categoria professionale. Ti poni, però, un problema di carattere fiscale: qualora l’Agenzia delle Entrate dovesse passare al setaccio la fattura, potrebbe ritenere che vi sia una “simulazione” e che la stessa nasconda, invece, il tentativo di occultare un maggior guadagno? Non vorresti trovarti a dover sostenere un contenzioso con l’ufficio delle imposte solo per far piacere a un amico. E, in questo momento, non ti puoi di certo permettere un accertamento sulla dichiarazione dei redditi. Quali sono insomma i rischi fiscali per una fattura al di sotto dei minimi tariffari?

La questione, piuttosto frequente posto il momento di crisi delle professioni, è stata di recente decisa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Pescara [1] con riferimento al caso di un commercialista. Il principio, però, può ben essere utilizzato per qualsiasi altro tipo di attività.

La sentenza merita alcuni chiarimenti. Difatti, è noto che, a seguito del decreto Bersani, sono state cancellate le tariffe obbligatorie per i professionisti, avvocati in prima linea. Tuttavia, su un piano diverso si pongono spesso le contestazioni dell’Agenzia delle Entrate. E non capita di rado che, a fronte dei pareri forniti dalla giurisprudenza, l’amministrazione finanziaria segua proprie linee interne. Vediamo dunque cosa si rischia ad emettere una fattura al di sotto dei minimi tariffari.

La fatturazione delle prestazioni professionali al di sotto delle tariffe fissate da eventuali associazioni professionali (si pensi a quelle dell’Anc, l’Associazione nazionale commercialisti) o da decreti ministeriali (si pensi al DM 2014 per gli avvocati) non consente al fisco di pretendere maggiori imposte. In assenza di ulteriori prove a danno del contribuente (ad esempio, un versamento in banca non giustificato), non è possibile, dalla semplice “sottofatturazione” presumere che, tra le parti, vi sia stato un intento elusivo.

Del resto – sottolinea la Commissione Tributaria – le tariffe professionali non sono più obbligatorie: esse costituiscono un semplice suggerimento che non assume alcun valore vincolante per il professionista e tantomeno per il fisco. Infatti, possono essere ben derogate da un diverso patto tra le parti.

Del resto, è ormai pacifico che il contratto che lega il cliente e il professionista può derogare ai compensi professionali, senza che ciò determini necessariamente l’occultamento dei corrispettivi. Dunque, la fattura al di sotto dei minimi tariffari, anche se emessa in assenza di un preventivo scritto o di un contratto firmato tra il professionista e il cliente, non può giustificare un atto impositivo.

Con queste condivisibili motivazioni, i giudici della Commissione Tributaria Provinciale di Pescara hanno accolto il ricorso presentato da un professionista contro un avviso di accertamento emesso dalla direzione provinciale delle Entrate. Per quanto scontate possano essere le conclusioni della Ctp, ciò che lascia ancora una volta basiti è l’atteggiamento dell’Agenzia delle Entrate, indifferente a tali elementari regole del diritto.

Come giustamente scrive Il Sole 24 Ore, «la sentenza è sicuramente un input tale da far riflettere sui possibili controlli fiscali qualora i compensi siano al di sotto degli standard anche se, ai fini Isa, il compenso medio dell’attività, se minore del corrispondente valore della soglia inferiore provinciale di riferimento, determina un’anomalia».

Nel caso di specie, l’Agenzia aveva contestato a un contribuente l’incongruenza dei compensi rispetto a quelli che avrebbero dovuto dichiarare se le prestazioni effettuate fossero state valorizzate con le tariffe minime stabilite dall’associazione di categoria. In pratica, secondo l’ufficio, vi era uno scostamento tra le prestazioni effettuate e quelle fatturate per tali servizi.

La sentenza in commento, invece, ristabilisce la corretta interpretazione delle norme: così com’è perfettamente lecito erogare una prestazione professionale a titolo gratuito, senza quindi alcun compenso (la donazione è di certo un atto lecito anche nell’esercizio dell’attività lavorativa e può consistere non solo in un “dare”, ma anche in un “fare” o meglio nella remissione di un debito), allo stesso modo, è legittima una fatturazione al di sotto della media di riferimento della categoria professionale. Eventuali tariffe non possono giustificare un accertamento fiscale. 

La congruità dei compensi dichiarati rispetto a quelli accertati si deve fondare su elementi presuntivi di gravità, precisione e concordanza, cioè, su elementi con un certo grado di attendibilità.

note

[1] Ctp Pescara sent. n. 504/2019 del 10.09.2019.


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