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La tassa su telefonini, sim e memorie usb esterne

18 Ottobre 2019 | Autore:
La tassa su telefonini, sim e memorie usb esterne

Come funziona l’equo compenso alla Siae: il meccanismo di rimborso è tanto complicato da renderlo impossibile. Colpite chiavette, hard disk e i sistemi di archiviazione dati.

Che cosa ci può essere di peggio di una tassa richiesta alla luce del sole, come l’Imu, il bollo auto o il canone Rai? Di peggio, ci può essere una tassa nascosta, fatta pagare in modo subdolo, imboscata a regola d’arte tra le pieghe delle normative. Una tassa che tutti (tranne chi la incassa, ovviamente) dichiarano ingiusta, ma che nessuno elimina, pur avendone il potere. Una tassa che ti rode l’anima quando scopri che l’hai pagata senza saperlo, il che è peggio di doverlo fare consapevolmente. Signore e signori, vi presentiamo la tassa su telefonini, sim e memorie usb esterne. Quella che tutti hanno pagato, perché tutti hanno un cellulare ed hanno acquistato almeno una volta nella vita una chiavetta. Quella che la maggior parte dei consumatori ha versato senza saperlo. Ma, udite udite, strano ma vero: su questa tassa, lo Stato non c’entra. Non direttamente, perché qualche responsabilità – come vedremo – ce l’ha. Il beneficiario di questa tassa è nientepopodimeno che la Siae.

Ti starai chiedendo che ci azzecca la Società degli autori e degli editori con una chiavetta usb o con una sim. Ci azzecca, sì. Perché una ventina di anni fa, quando in Italia era esploso il fenomeno della musica su Internet e della condivisione dei files su Napster e su Filezilla, cioè sulle piattaforme di file sharing, la Siae trovò il modo di sfruttare l’affare.

Tassa sui dispositivi alla Siae: in che cosa consiste?

Far pagare i diritti d’autore su ogni singolo brano scaricato era un’impresa da cinesi (e forse nemmeno loro avrebbero trovato il sistema per farlo). Quindi, la Siae ebbe un’idea geniale: facciamoci pagare per l’acquisto del contenitore, anziché per quello del contenuto. E così, la Società degli autori inventò la tassa su telefonini, sim e memorie usb esterne. In pratica, l’imposta veniva pagata dal produttore e dall’importatore dei dispositivi in grado di riprodurre o di archiviare musica (iPod, telefonini, hard disk esterni, lettori mp3, ecc). Perché proprio da loro? Perché – pensò la Siae – grazie alla possibilità di scaricare e di archiviare musica da Internet, sulla quale noi rischiamo di non ricavare un euro, voi ci state guadagnando alla grande grazie all’aumento delle vendite dei dispositivi. Pertanto, vogliamo una fetta della torta.

Va da sé che la tassa che pagano produttori ed importatori pesa sul distributore e sul venditore finale che, inevitabilmente, finisce per essere caricata su chi acquista l’apparecchio, cioè sul consumatore. Significa che ogni volta che compri una sim, un telefonino, una chiavetta usb o un qualsiasi altro dispositivo in grado di riprodurre o di ascoltare la musica, stai pagando una tassa alla Siae. Più è alta la memoria dell’apparecchio, più è alta la tassa. Il che vuol dire che oggi si paga molto di più rispetto a 20 anni fa, quando si acquistava dei dispositivi che oggi ci sembrano degni dei Flintstones.

Tassa sui dispositivi alla Siae: che cosa dice la legge europea?

Appunto, che cosa dice la legge di fronte a questa singolare tassa su telefonini, sim e memorie usb esterne? Questo contributo alla Siae è stato visto e discusso dalla Corte di giustizia europea. Si parte da un presupposto: la Società degli autori fa pagare questo compenso per copia privata di un file musicale scaricato dalla rete. Ma, come la stessa Corte Ue ha stabilito, la tassa non va pagata se un dispositivo viene acquistato per uso professionale, cioè da un’impresa, da un libero professionista, da un artigiano o dalla Pubblica Amministrazione (immaginate che business per la Siae, con tutti i telefonini e le sim aziendali che girano negli uffici pubblici d’Italia). Quindi, se compri un cellulare per uso privato, la tassa la paghi, ma se lo compri per lavoro non devi versarla. Questo è il concetto.

Il problema è che la Siae non prevede esenzioni, cioè fa di ogni erba un fascio. Ma per non scontentare la Corte europea, ha ideato un sistema geniale (sul quale meriterebbe di prendere i diritti d’autore). Il sistema è questo: facciamo che in partenza pagano tutti la tassa. Poi, l’utente finale che non doveva versarla può chiedere il rimborso. Ok, cosa bisogna fare? Ed ecco che entra in scena il meccanismo perverso della Siae.

In pratica, bisogna compilare nell’arco di pochi giorni moduli su moduli. Ammesso che il consumatore fosse in grado di trovarli nel sito della Società degli autori. Un’enorme perdita di tempo per compilare l’indicibile, per inserire un mucchio di dati. Il tutto per recuperare i soldi per un caffè e per un cornetto, nel caso l’utente abbia comprato un cellulare. Se, invece, chiede il rimborso per la chiavetta usb, forse spende più di corrente per cercare i moduli che non quello che riesce a recuperare.

Il consumatore, quindi, lascia perdere. La Siae, invece, no. E ci mancherebbe: quel «lasciar perdere» di chi rinuncia per la disperazione a chiedere indietro la tassa frutta alla Società degli autori decine di milioni di euro che non avrebbe dovuto incassare ma che finiscono e restano nel suo bilancio.

Tassa sui dispositivi alla Siae: che cosa dice la legge italiana?

C’è, però, chi non molla. Come quel nutrito gruppo di importatori e produttori di apparecchi elettronici e di associazioni di consumatori che hanno avviato un’azione legale in Italia per chiedere dei chiarimenti sulla tassa su telefonini, sim e memorie usb esterne a beneficio della Siae. Che è successo?

È successo che il Consiglio di Stato ha chiesto alla Corte di giustizia europea se nel nostro Paese la normativa in materia era o meno legittima. Hai già intuito la risposta? Bravo: la Corte Ue ha detto che la normativa in Italia non è legittima e che va cambiata [1]. In particolare, dicono i magistrati di Lussemburgo, non va bene che un produttore o un importatore non abbia la possibilità di chiedere in anticipo l’esenzione dal pagamento della tassa. E che, se proprio si vuole mettere in funzione un meccanismo per chiedere il rimborso, quel sistema dovrebbe essere molto più snello e meno farraginoso, perché quello attuale suona proprio a presa in giro. Il Consiglio di Stato ne ha preso atto e l’ha messo per iscritto su una sentenza [2].

Ma ecco che arrivano i nostri. Uno può pensare che dopo la sentenza del Consiglio di Stato con le richieste della Corte europea, il problema sia risolto. Certo, lo può pensare se dimentica in che Paese viviamo. Perché due anni dopo la sentenza (siamo, ormai, a metà del 2019) prende la situazione in mano il ministero per i Beni e le Attività Culturali. Il quale pubblica un decreto con cui dispone che la tassa alla Siae va normalmente pagata e che è possibile chiedere il rimborso. Cioè, non è cambiato nulla rispetto a prima. Tanto sono rimaste uguali le cose, che il sistema per chiedere la restituzione dei soldi versati è complicato e farraginoso come quello precedente, alla faccia di quel che ha detto la Corte di Giustizia Europea (il cui peso decisionale, a questo punto, è stato messo in discussione dal ministero stesso). L’unica novità di quel decreto è che produttori ed importatori non devono pagare la tassa solo per dispositivi non adatti a copiare o a immagazzinare dei brani musicali.

Diritto di replica della Siae

Pubblichiamo per diritto di replica una nota che abbiamo ricevuto dall’ufficio stampa della Siae:

Nell’articolo di Carlos Arija Garcia “La tassa su telefonini, sim e memorie usb esterne”, pubblicato oggi sul vostro sito, si parla di copia privata definendola, appunto una “tassa”.

È una definizione sbagliata e inaccettabile in quanto la copia privata è un compenso che si applica su supporti vergini, apparecchi di registrazione e memorie in cambio della possibilità di effettuare copie di opere originali protette dal diritto d’autore. Si può definire un indennizzo che va a ristorare gli aventi diritto del pregiudizio subito per le libere riproduzioni private di fonogrammi e videogrammi.

L’istituto della copia privata è stato introdotto in Italia dalla Legge del 5 febbraio 1992 n. 93 “Norme a favore delle imprese fonografiche e compensi per le riproduzioni private senza scopi di lucro”, successivamente modificata dal D. Lgs del 9 aprile 2003 n. 68 “Attuazione della Direttiva 2001/29/CE sull’armonizzazione di taluni aspetti del Diritto di autore …”. Pertanto, contrariamente a quanto si afferma nell’articolo, l’istituto della copia privata è precedente a Napster (che risale agli anni 2000).

Dalla lettura del testo originario della L. n. 93/92 si evince che il compenso non era riferito alla possibilità di “scaricare file”. Il compenso è stato introdotto dalla Legge, e non dalla SIAE, per supporti e apparecchi idonei a consentire la realizzazione di copie di un’opera originale audio/video.

Non è corretto scrivere che il beneficiario del compenso è la SIAE. L’art. 71-octies della Legge 633/41 stabilisce che il compenso venga corrisposto dagli obbligati al pagamento alla SIAE la quale provvede a ripartirlo agli aventi diritto. La SIAE quindi riceve dallo Stato il compito operativo di riscuotere e distribuire il compenso prevista dalla legge, La legge individua come beneficiari del compenso gli autori, i produttori e gli artisti.

Per quanto riguarda i meccanismi di esenzione, questi erano già previsti in virtù di quanto disposto dall’art. 4 del D.M. 30.12.2009 (poi annullato dal Consiglio di Stato), attraverso la sottoscrizione di Protocolli di esenzione con produttori e importatori in grado di dimostrare che il compenso non fosse dovuto. Inoltre, a differenza di quanto riportato nell’articolo, il sistema di rimborso, prima dell’introduzione del D.M. 18.6.2019, era regolato da un Accordo (risalente all’anno 2003) sottoscritto con la maggioranza delle associazioni di categoria rappresentative di produttori e importatori in Italia. Tale sistema consentiva di chiedere il rimborso non solo all’acquirente finale, ma anche al fornitore dell’acquirente finale.

Attualmente il decreto ministeriale 18.6.2019 prevede e regola il sistema delle esenzioni, oltre che di rimborso. Il meccanismo per richiedere il rimborso è molto semplice: entro una tempistica molto ampia (vedi art. 4-bis, comma 2, come introdotto dal D.M. 18.6.2019) si compila e si invia un solo modulo, facilmente reperibile sul sito SIAE (nonché, attualmente, anche sul sito del MiBACT), ove è richiesto di indicare i dati del richiedente e l’ammontare del compenso chiesto a rimborso.

Va sottolineato infine che il Consiglio di Stato ha confermato l’impianto normativo dell’istituto della copia privata in Italia, annullando solo l’art. 4 del decreto ministeriale relativo alle esenzioni. All’art. 4, comma 1 e 2 (nel testo modificato dal D.M. 18.6.2019) sono indicati tutti i casi di esenzione, ulteriori alla fattispecie riferita alla inibizione tecnica.

Vi chiediamo pertanto di chiarire tutto ciò anche ai vostri lettori”.


note

[1] Corte giustizia Ue sent. n. C-110/15 del 22.09.2015.

[2] Cons. Stato sent. n. 4938.

Autore immagine: Canva.com


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