Aids: causa deficit cognitivi?

18 Ottobre 2019
Aids: causa deficit cognitivi?

Nuovi studi sul legame tra l’Hiv e deficit delle funzioni motorie, mnemoniche ed esecutive.

Hiv, oggi l’incognita è nel sistema nervoso. Nel 25% dei casi, il virus provoca disturbi di tipo cognitivo. Quest’infezione cronica di alcune cellule del sistema nervoso centrale richiede diverse e nuove strategie di controllo, hanno sottolineato gli esperti riuniti a Roma per l’ottava edizione di NeuroHiv, International Meeting on Hiv Infection of the Central Nervous System. L’evento, organizzato dall’ospedale San Raffaele di Milano e dall’Istituto Spallanzani di Roma, conta sulla presenza di importanti ricercatori di base e clinici italiani e internazionali.

Il virus Hiv, per sua natura, può rifugiarsi nel sistema nervoso centrale. Qui si genera una zona di ‘sequestramento’ dove il virus potrebbe continuare a lavorare indisturbato, provocando disturbi di tipo cognitivo, di lieve o moderata entità. Per lo più si tratta di problemi relativi all’attenzione e alla memoria, alle funzioni esecutive e a quelle dei movimenti più fini.

“Secondo recenti studi – spiega Andrea Antinori, infettivologo, direttore Malattie infettive dell’Irccs Inmi Lazzaro Spallanzani di Roma – una persona con Hiv su quattro mostra deficit di tipo cognitivo; anche se di questo 25% in due casi su tre il disturbo è asintomatico, riscontrabile quindi solo con specifici test. Questi deficit delle funzioni motorie, mnemoniche ed esecutive, comunque, nella maggior parte dei casi non condizionano molto la quotidianità. Solo il 2-3% dei pazienti con Hiv e con un difetto cognitivo sviluppa patologie più gravi, le cosiddette demenze, che corrispondono allo stadio più avanzato della malattia”.

“Combattere questo virus, che si nasconde nel cervello, è la nuova grande sfida per le cosiddette strategie di ‘cura funzionale’ – prosegue Antinori – che puntano ad arrivare al controllo della replicazione virale anche in assenza di terapia“. Nel corso degli ultimi vent’anni, “si è creato un network internazionale, con esponenti europei e americani, che si muove in maniera coordinata: questo meeting, giunto alla sua ottava edizione, rinsalda di fatto queste collaborazioni internazionali su questa specifica ricerca sull’Hiv e le sue complicanze”, evidenzia Antinori.

“Diverse le novità sul fronte clinico che emergono da questo simposio – spiega Paola Cinque, specialista in Malattie infettive all’ospedale San Raffaele di Milano – innanzitutto è emerso che i problemi neurologici gravi nelle persone trattate non si vedono quasi più, e si riscontrano solo in persone sieropositive non in terapia. Invece c’è il grosso problema dei disordini cognitivi, che potrebbero però anche essere dovuti ad altri problemi neurologici e all’età“.

Secondo l’esperta, “il legame tra virus e problemi cognitivi è da stabilire con certezza, ma in una prospettiva più generale è fondamentale tenere presente che la persistenza del virus nel sistema nervoso rappresenta un potenziale ostacolo verso l’ambizioso obiettivo di eradicazione dell’infezione. Questo aspetto va quindi considerato nel disegno e nella conduzione degli studi sui nuovi approcci terapeutici che si prefiggono di eliminare il virus dall’organismo o di tenerlo sotto controllo al di là delle terapie tradizionali”.


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