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Si può avere residenza in Italia e domicilio all’estero?

22 Ottobre 2019 | Autore: Davide Luciani
Si può avere residenza in Italia e domicilio all’estero?

Residenza fiscale in Italia e domicilio all’estero: cosa dice la legge in merito alla fiscalità e alle agevolazioni che si possono ottenere in questi casi. 

Hai deciso di stabilirti all’estero. Ti sei stufato dell’Italia. Troppe tasse, pochissimo lavoro e zero sussidi a chi vuole darsi da fare. La tua decisione, ormai, è presa ed è irrevocabile. Hai iniziato, quindi, ad informarti sugli aspetti burocratici della tua idea. Prima di immergerti in questa avventura, vuoi essere certo di non lasciare alcun tipo di pendenza dietro di te. C’è una domanda in particolare che ti frulla nella testa: si può avere residenza in Italia e domicilio all’estero? Dalla risposta a questo quesito dipendono molte delle tue scelte future. Devi essere certo di non commettere errori.

Prima di affrontare la questione, è bene fare chiarezza tra residenza e domicilio. Con il primo termine si intende il luogo dove una persona ha la sua dimora abituale. Il secondo, invece, si riferisce alla sede dove un individuo ha stabilito i suoi interessi e affari. Ciò significa che mentre la residenza è legata alla dimensione personale e affettiva dell’individuo, il domicilio rappresenta l’aspetto economico della vita del soggetto.

A livello fiscale [1], invece, il discorso cambia. Per poter essere considerati residenti all’estero, è necessario non essere stati iscritti all’anagrafe italiana per più di 183 giorni (184 in caso di anno bisestile) o non aver avuto domicilio o dimora abituale per più di metà anno sul territorio italiano. Inoltre, lo Stato non considera residenti esteri chi è andato in uno Paese con un regime fiscale agevolato, anche se si è cancellato dall’anagrafe nazionale. Le condizioni sopra menzionate sono l’una alternativa all’altra. Ciò significa che basta che se ne avveri una per rientrare nella categoria degli italiani all’estero.

Ora che abbiamo fatto questa distinzione, vediamo di entrare nella vicenda in maniera più approfondita.

Cosa succede se si mantiene la residenza in Italia

Una delle domanda che ci si deve porre in materia di Fisco quando si decide di trasferirsi all’estero è: cosa succede se mantengo la residenza in Italia? La tassazione di un individuo fiscalmente residente nel nostro Paese, anche se lavora o vive fuori dai confini nazionali, è diversa da un non residente. Nel primo caso, sarà soggetto alla cosiddetta «worldwilde taxation». Si tratta di un principio fiscale cardine utilizzato in molti Paesi. Esso prevede che il residente di uno Stato debba pagare lì tutti i redditi dell’anno solare di riferimento, ovunque egli li abbia prodotti.

Facciamo un esempio.

Mario lavora come manager a Londra, ma ha la residenza fiscale in Italia. Tutto ciò che guadagna sarà sottoposto al regime di tassazione italiano e non a quello inglese. Se, invece, Mario fosse residente in Inghilterra, in Italia pagherebbe solo le tasse per i guadagni che ha prodotto nel Belpaese.

Come puoi vedere, dunque, fiscalmente cambia parecchio. Chi abbandona l’Italia per pagare meno tasse, ma non trasferisce la residenza, rischia un salasso non da poco. E’ anche possibile che, a seconda del tipo di reddito percepito e della normativa fiscale applicata nello Stato di percepimento del reddito, questi proventi debbano essere dichiarati anche lì. Saremmo, quindi, di fronte ad una doppia tassazione. Per evitare questa situazione, è possibile applicare un credito di imposta per redditi esteri.

Cos’è il credito di imposte per redditi esteri

Il credito di imposta per redditi esteri [2] è una convenzione che si applica a tutti i soggetti che potrebbero subire la doppia tassazione. Esso è calcolato in base alle imposte estere dovute. Può essere pari, al massimo, alle tasse italiane che si devono pagare su quel reddito. Per poterne fruire, però, è necessario rispettare alcune condizioni. La prima è che i redditi esteri siano quelli individuati nelle Convenzioni contro le doppie imposizioni siglate dall’Italia. In secondo luogo, gli introiti esteri devono concorrere alla formazione del reddito imponibile nel nostro Paese.

Una cosa importante che devi sapere per poter usufruire di tale convenzione è che le tasse, per poter concorrere alla formazione del suddetto credito, devono essere definitive. Non sono considerate tali quelle che possono essere corrisposte in acconto o modalità provvisoria e quelle che prevedono la possibilità di rimborso totale o parziale.

Quale documentazione bisogna portare per usufruire del credito d’imposta? Anzitutto, serve il prospetto con la relativa indicazione delle entrate prodotte, delle tasse estere definitive e del credito d’imposta spettante. Dovrai poi consegnare una copia della dichiarazione dei redditi presentata nello Stato estero e la ricevuta di versamento delle contribuzioni versate. Il consiglio che posso darti, in questo caso, è di affidarti ad un buon commercialista, perché il calcolo del credito «in soldoni» è particolarmente complicato.

Cosa comporta la doppia residenza a livello fiscale

Può verificarsi il caso in cui il contribuente con domicilio in Italia si trovi all’estero per motivi di lavoro per oltre 183 giorni l’anno. In questo caso, il lavoratore potrebbe maturare anche i requisiti per essere considerato fiscalmente residente nello Stato estero ove soggiorna. Questa ipotesi prende il nome di «doppia residenza». Cosa succede in questo caso a livello fiscale? Al regime di tassazione di quale Paese sarà sottoposto? Per evitare la doppia tassazione, gli Stati hanno sottoscritto una «Convenzione contro la doppia imposizione-Modello OCSE». Questo accordo ha stabilito tre criteri specifici per determinare la residenza fiscale di una persona.

Il primo è quello dell’abitazione. Viene, dunque, considerata residenza fiscale quella dove il contribuente ha un’abitazione permanente. Se la possiede in entrambi gli Stati, è giudicata residenza quella dove ha relazioni personali ed economiche strette.

Il secondo è quello relativo al soggiorno. Come sai, il permesso di soggiorno è un documento rilasciato dalle prefetture che consente a un cittadino straniero di dimorare in uno Stato per motivi di studio o lavoro. Nei Paesi UE, però, per via della Convenzione di Schengen non esiste obbligo di munirsi di questo documento se si rimane all’estero per un tempo massimo di tre mesi. Devi, però, segnalare la tua presenza al Comune o al commissariato della città dove ti sei trasferito. Se, invece, rimani più del periodo sopra menzionato potrebbe venirti richiesta l’iscrizione come residente. Se non hai un soggiorno fisso, dunque, sarai considerato contribuente del Paese in cui hai la nazionalità.

Infine, se i primi due criteri non sono applicabili, vi sarà un accordo tra gli Stati. Ora che abbiamo chiarito questo aspetto, vediamo di affrontarne un altro: come si fa a cancellare la propria residenza dall’Italia?

Come cambiare residenza

Come può un cittadino italiano cambiare la propria residenza una volta trasferitosi all’estero? La prima cosa che devi fare è cancellare il tuo nome dall’Anagrafe della Popolazione Residente e iscriverti contestualmente all’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero (AIRE). Tale iscrizione non ti serve solo a fini fiscali, ma ti concede anche dei diritti civili, come, ad esempio, quello di voto. Inoltre, ti permetterà di usufruire di una serie di servizi forniti dalle rappresentanze consolari all’estero.

Come avviene la suddetta iscrizione? Va effettuata una dichiarazione all’Ufficio Consolare competente per territorio una volta trascorsi novanta giorni dal trasferimento della residenza. Tale richiesta può anche essere fatta online. Per poter effettuare l’iscrizione, dovrai fornire alcuni documenti che attestino l’effettivo cambio di residenza. Oltre alla tua carta d’identità, dovrai produrre alcuni documenti che certifichino la tua nuova situazione. Alcuni esempi potrebbero essere il certificato di residenza rilasciato dall’autorità estera, le bollette di utenze residenziali o la copia del contratto di lavoro.

Ricordati che, se vuoi effettuare l’iscrizione online, dovrai comunque stampare il modello una volta compilato ed apporre la tua firma. Fatto ciò, dovrai scansionarlo e caricarlo sul portale insieme al resto della documentazione richiesta. Il materiale verrà inviato direttamente all’Ufficio Consolare. La buona notizia è che questo tipo di operazione è assolutamente gratuita.

Conviene avere residenza italiana e domicilio estero?

Veniamo ora alla materia che ti interessa maggiormente. E’ possibile avere il domicilio all’estero e la residenza in Italia? La risposta è sì. Solitamente, il domicilio fiscale corrisponde alla residenza civile. Quindi, la cosa è assolutamente fattibile. La domanda che ti devi porre, però, è un’altra: conviene avere domicilio e residenza separati? Qui dobbiamo rispondere negativamente. Infatti, saresti costretto a presentare la dichiarazione dei redditi in Italia, nonostante il tuo stipendio abbia già subìto la tassazione dello Stato estero dove lavori. In tal caso, però, per la convenzione stipulata tra i due Paesi potrà detrarre nella dichiarazione dei redditi italiana le imposte pagate fuori dai confini nazionali.

Facciamo un esempio per spiegare meglio la situazione.

Mario, manager in Inghilterra, decide di lasciare la residenza in Italia e, dunque, di pagare le tasse nel nostro Paese presentando la dichiarazione dei redditi. In questo caso, entrano in vigore la Convenzione contro le doppie imposizioni stipulata tra Italia e Regno Unito e l’art.165 del TUIR. Poniamo che il suo reddito annuo, sia di 100.000 euro. Ora, l’aliquota di tassazione in Inghilterra è pari al 40%. Quindi in questo caso dovrà versare 40.000 euro. Quanto dovrà versare in Italia? Ricordo che da noi, l’aliquota per i redditi oltre 75.000 euro è del 43%. Quindi, Mario dovrà pagare 3.000 euro da noi. Ovvero 43.000 meno i 40.000 già versati al Fisco inglese. Di conseguenza, pagherà 3.000 euro in più di tasse rispetto a quelle che gli sarebbero spettate se avesse trasferito la residenza.

Cos’è la retribuzione convenzionale

Per i lavoratori dipendenti italiani all’estero, esiste anche la possibilità di tassare il reddito più favorevole previsto dalle retribuzioni convenzionali, anziché quello effettivamente percepito [3]. E’ necessario, però, avere determinati requisiti. Nello specifico, il lavoratore deve essere residente in Italia, ma svolgere l’attività in un Paese straniero in via esclusiva per un periodo superiore ai 183 giorni anche non consecutivi. Inoltre, il lavoro svolto deve rientrare in uno dei settori di attività individuati nel decreto ministeriale sulle retribuzioni convenzionali.

Ora, hai un quadro più chiaro sul concetto di residenza fiscale e domicilio. Questo ti permetterà di agire nel migliore dei modi nel caso in cui prendessi in considerazione l’idea di andare via dall’Italia. Mi raccomando, però: prima di partire, fai il punto della situazione. In questo modo, saprai esattamente come agire in futuro e non ti farai cogliere impreparato da eventuali problematiche.



Di Davide Luciani

note

[1] Art. 2 com. 2 DPR 917/86.

[2] Art 156 com. 1 DPR 917/86.

[3] Art. 51 com. 8 bis DPR 917/86.


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2 Commenti

  1. AUTORE: Luciani Davide
    OGGETTO: si può’ avere residenza in IT e domicilio all’estero?

    Buongiorno
    quanto alla retribuzione convenzionale temo che non valga solo per i residenti italiani che lavorano all’estero per aziende estere ma anche per i cittadini italiani residenti all’estero che hanno mantenuto il centro di interesse in IT (es residente estero con famiglia in IT)

  2. Buongiorno Davide,
    Grazie per il tuo articolo! illuminante, chiaro e preciso complementi

    Posso chiedere como potrei contattare te per una consulenza; ho cliccati link vari pero non sono sicura ,
    mi trovo in una delle situazioni descritte e vorrei una consulenza più personalizzata di essere possibile,
    Si per favore mi fornisce una email o telefono
    Un saluto, e grazie molte ancora

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