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Se la moglie si licenzia va mantenuta?

20 Ottobre 2019
Se la moglie si licenzia va mantenuta?

Dimissioni volontarie e assegno di divorzio: se il coniuge rinuncia al lavoro per tornare a vivere dal padre e dalla madre cosa può pretendere?

Da quando vi siete separati, stai versando alla tua ex moglie un assegno di mantenimento di poche centinaia di euro. Lei ha infatti un lavoro che l’ha resa sino ad oggi autonoma, sicché il tuo contributo è servito ad integrare le spese per l’affitto. Ora però che state per affrontare il divorzio si stanno profilando una serie di problemi. Lei vorrebbe chiederti di più. Ha infatti intenzione di tornare a vivere dai genitori che stanno in un’altra città in modo da non dover più pagare i canoni di locazione che – a suo dire – assorbono gran parte dello stipendio. Perciò ha anche deciso di dimettersi dal lavoro. Può farlo? La rinuncia al proprio posto è, a tuo avviso, una scelta volontaria che non può influire sull’assegno divorzile.

Così ti rivolgi al tuo avvocato e gli chiedi: se l’ex moglie si licenzia va mantenuta? Se decide di abbandonare il lavoro per andare a vivere dai suoi genitori ha diritto all’assegno di divorzio? 

Il professionista al quale ti sei rivolto conoscerà certo la giurisprudenza che si è formata, su tale materia, in tutti questi anni e, in particolare, l’ordinanza della Cassazione dello scorso 18 ottobre [1]. Ti risponderà pertanto pressappoco così.

Quando spetta l’assegno di divorzio

La Cassazione ha cambiato, negli ultimi tre anni, il proprio orientamento in materia di assegno di divorzio. Questo contributo va erogato solo all’ex coniuge meritevole. Per “meritevole” si intendono una serie di situazioni che possiamo così sintetizzare (ci riferiremo alla moglie solo perché, statisticamente, è colei che più spesso accampa tale diritto):

  • moglie anziana o con più di 50 anni che non ha mai lavorato ed è tagliata ormai fuori dal mercato del lavoro;
  • moglie con problemi di salute o di disabilità che, a causa delle proprie condizioni fisiche, non può lavorare e rendersi autonoma;
  • moglie disoccupata non per propria colpa in quanto vive in un luogo ove c’è una forte crisi occupazionale e che, comunque, ha dato prova di aver fatto di tutto per cercare un posto (iscrizione nelle liste di collocamento, partecipazione a concorsi pubblici, invio di curriculum e di richieste di assunzioni, ecc.);
  • moglie che si è dedicata alla casa e ai figli, con il consenso dell’ex marito, perciò rinunciando alla carriera e contribuendo indirettamente all’arricchimento della famiglia e del coniuge.

Quando non spetta l’assegno di divorzio 

Al contrario, l’assegno di divorzio non spetta in situazioni come le seguenti:

  • matrimonio lampo che non ha creato alcuna aspettativa in merito a un regime economico più elevato;
  • moglie giovane e ancora capace di lavorare;
  • moglie con una occupazione che le consente di rendersi autonoma economicamente;
  • moglie che non ha mai voluto lavorare per propria scelta;
  • moglie disoccupata, ma  con una formazione scolastica e post scolastica, ancora in età per cercare lavoro.

Leggi Assegno di mantenimento alla moglie lavoratrice.

Se la moglie si dimette va mantenuta?

Da quanto sinora detto puoi già intuire qual è la soluzione al problema che ti sei posto. Se l’ex moglie si dimette dal lavoro senza valide ragioni non può poi chiedere l’aumento dell’assegno di mantenimento. La Cassazione lo ha già detto altre volte e, di recente, ha ripetuto il medesimo concetto [2].

Le dimissioni provengono da una scelta consapevole e volontaria del dipendente: una scelta che si “paga” perché dimostra da un lato che il soggetto ha la capacità di lavorare e, dall’altro, che non vuole più lavorare. Il che fa venir meno quella “meritevolezza” – di cui parlavamo prima – che è condizione per chiedere l’assegno di divorzio.

Quando la disoccupazione avviene per scelta – ribadisce oggi la Cassazione – va revocato l’assegno divorzile riconosciuto originariamente alla moglie. Né conta il fatto che la decisione sia determinata dalla necessità di tornare a vivere dai propri genitori per risparmiare sulle spese dell’affitto che, altrimenti, non si potrebbero sostenere. 

Questa decisione, cioè spostarsi di centinaia di chilometri e rinunciare a un posto di lavoro, è considerata decisiva per chi ha ancora la piena capacità lavorativa; essa cioè è causa volontaria dello «stato di bisogno», che quindi non può essere elemento sufficiente per riconoscerle il diritto a percepire l’assegno divorzile dall’ex marito.

Sarebbe molto più sensato, ammoniscono i giudici, «continuare a svolgere la propria attività e cercare eventualmente un impiego più redditizio o più consono alle proprie esigenze personali».


note

[1] Cass. ord. n. 26594/19 del 18.10.2019.

[2] Cass. sent. n. 11504/18 del 7.02.2018.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 7 giugno – 18 ottobre 2019, n. 26594

Presidente Genovese – Relatore Bisogni

Rilevato che

1. Nel giudizio per la dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio il tribunale di Verbania ha affidato al sig. Se. Mu. i due figli e imposto un contributo di 200 Euro mensili alla De Vi. per il mantenimento dei figli, mentre ha posto a carico del sig. Mu. un assegno divorzile mensile di pari importo.

2. La Corte di appello di Torino ha accolto l’appello del sig. Mu. e ha revocato l’assegno divorzile mentre ha respinto l’appello incidentale della sig.ra De Vi. inteso a ottenere un aumento dell’assegno divorzile da 200 a 350 Euro mensili e l’affidamento condiviso dei figli, dichiarando di essere disposta ad accogliere presso la propria residenza i figli An. e Lu. che all’epoca della decisione avevano (omissis) e (omissis) anni. Ha rilevato la Corte di appello che il sig. Mu., maresciallo dei CC, percepisce uno stipendio netto annuo di 37.000 Euro mentre la De Vi. percepiva dalla sua attività di commessa in un supermercato circa 10.000 Euro annui sino a quando ha deciso di trasferirsi da Verbania in Calabria, presso i suoi genitori, dove è rimasta priva di occupazione lavorativa. La Corte di appello ha quindi riscontrato un atteggiamento dismissivo nei confronti dei figli da parte della De Vi. che non li ha visti dal 2014 e non ha mai contribuito al loro mantenimento. Ha rilevato inoltre che la stessa è ancora in giovane età e ha dimostrato di avere piena capacità lavorativa e ha ritenuto che pertanto uno stato di bisogno che giustifichi il contributo al mantenimento da parte dell’ex coniuge non sussista perché, semmai esistente, esso è stato causato da una precisa volontà della sig.ra De Vi. che ben avrebbe potuto continuare a svolgere la sua attività lavorativa ed eventualmente cercarne nel frattempo una più redditizia o consona alle sue esigenze personali.

3. Ricorre per cassazione la sig.ra Fi. De Vi. che denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 5 c. 6 L. div. e degli artt. 115 e 116 c.p.c. per erronea valutazione dei presupposti per la revoca dell’assegno divorzile.

4. Propone controricorso il sig. Se. Mu..

Ritenuto che

5. Il ricorso è infondato. Sebbene la Corte di Appello faccia riferimento alla sentenza n. 11504 del 2017 di questa Corte, che ha ribadito la funzione esclusivamente assistenziale dell’assegno di divorzio e la sua giustificazione al fine di garantire esclusivamente l’autosufficienza economica al coniuge che non è in grado di procurarsela con la propria capacità lavorativa e/o patrimoniale, deve ritenersi che anche alla luce della giurisprudenza successiva delle Sezioni Unite del 2018 (Cass. civ. S.U. n. 18287 dell’11 luglio 2018) la decisione appare fondata perché le S.U. hanno ribadito anche esse che il riconoscimento dell’assegno di divorzio, in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale, ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi dell’art. 5, comma 6, della L. n. 898 del 1970, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante, e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive. Inoltre secondo la pronuncia delle SS.UU. la funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi, anch’essa assegnata dal legislatore all’assegno divorzile, non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi e in particolare al riconoscimento delle aspettative professionali sacrificate per dedicarsi alla cura della famiglia.

6. Nella specie la Corte di appello ha rilevato che l’impossibilità, semmai esistente, di procurarsi i mezzi adeguati di cui all’art. 5 citato non dipende da incapacità lavorativa o da fattori esterni alla volontà del coniuge richiedente l’assegno ma dalla libera scelta della sig.ra De Vi. che ha deciso di abbandonare l’occupazione lavorativa che le assicurava un reddito fisso. Né la Corte di appello ha potuto riscontrare, in base alle deduzioni difensive e probatorie della odierna ricorrente, un particolare contributo alla formazione del patrimonio familiare e alla cura della famiglia ovvero un sacrificio delle sue aspettative lavorative in funzione delle esigenze familiari. Di qui la decisione di revocare l’assegno divorzile che deve ritenersi conforme all’art. 5 della legge n. 898/1970 come interpretato dalla recente giurisprudenza delle Sezioni Unite.

7. Il ricorso per cassazione va pertanto respinto con compensazione delle spese del giudizio di cassazione in considerazione dei recenti mutamenti della giurisprudenza in materia di assegno divorzile. Al rigetto del ricorso consegue l’attestazione dell’applicabilità dell’art. 13 del D.P.R. n. 115/2002 come specificato in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta ricorso. Compensa le spese del giudizio di cassazione. Dispone che in caso di pubblicazione della presente sentenza siano omesse le generalità e le indicazioni identificative delle parti.

Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. n.115/2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dell’art. 13 comma 1 bis del D.P.R. n. 115/2002.

 


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