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Come tutelarsi in caso di separazione

22 Ottobre 2019
Come tutelarsi in caso di separazione

Separazione e divorzio: come evitare che la casa vada all’ex e come impedire la divisione del conto corrente. Cosa succede all’assegno di mantenimento.

L’avvocato non interviene solo quando il matrimonio naufraga. Molti promessi sposi, prima di salire sull’altare, si rivolgono segretamente allo studio legale di fiducia per sapere come tutelarsi in caso di separazione. È una domanda tipica che viene fatta per prudenza e per conoscere, in anticipo, i propri diritti e doveri. «Si vis pacem, para bellum», dicevano i latini: se vuoi la pace, preparati alla guerra. «Patti chiari, amicizia lunga» potremmo dire. Ma proprio perché i “patti” sono vietati in materia matrimoniale, ecco che tutto è incerto e sfumato: dipende dalle situazioni concrete e dalle condizioni di reddito del marito e della moglie. 

Al centro delle preoccupazioni c’è spesso la casa derivante da una donazione dei genitori o da un acquisto fatto prima del matrimonio. C’è poi l’intestazione del mutuo, la ripartizione delle spese per il ménage domestico, la contitolarità del conto corrente familiare, la divisione dei soldi provenienti dalle buste di nozze, la residenza in una seconda casa per pagare meno tasse.

Insomma, non vorremmo portare sfortuna proprio a te che, tra qualche giorno, ti sposerai e già ti chiedi «come tutelarsi in caso di separazione», ma di certo un rapido sguardo a questo articolo non ti costerà molto. Magari, ti servirà a chiarirti un po’ di idee che, al momento, potrebbero essere confuse e condizionate dai consueti luoghi comuni. Ma procediamo con ordine.

È vero che, in caso di separazione, l’uomo deve sempre mantenere la donna?

Iniziamo da una domanda comune: a chi spetta mantenere l’ex coniuge? A quello che ha il reddito più alto, sempre a condizione che l’altro non abbia di che mantenersi in modo dignitoso e non sia stato dichiarato colpevole per la separazione. La colpa (il cosiddetto “addebito”) scatta a carico di chi tradisce, va via di casa per sempre, non si preoccupa del coniuge e non lo assiste, lo mortifica, ne viola la privacy o lo picchia.

Quindi, se credi che la donna abbia sempre diritto a un assegno di mantenimento, ti sbagli. Non ne ha diritto se è giovane e può ancora lavorare, o se ha già un lavoro che le offre un reddito stabile e sufficiente per essere autonoma, a prescindere dalle condizioni economiche del marito (che potrebbe anche essere molto più ricco di lei). Non ne ha diritto se ha causato la crisi del matrimonio con il proprio comportamento colpevole. Non ne ha diritto se, qualora disoccupata, non dimostri di aver fatto di tutto per cercare un’occupazione, a meno che l’età avanzata o l’essersi dedicata da sempre alla cura della casa e dei figli l’abbiano definitivamente tagliata fuori dal mondo del lavoro. Leggi Cosa spetta alla moglie in caso di divorzio?.

Tali regole valgono dopo il divorzio. Con la separazione, invece, c’è un regime transitorio che mira a riconoscere all’ex coniuge col reddito più basso lo stesso tenore di vita di cui godeva durante il matrimonio.

Conviene la comunione o la separazione dei beni?

La comunione è il regime che scatta in automatico, al momento delle nozze, se marito e moglie non optano per la separazione. 

Con la separazione vale la regola “ciò che compro con i miei soldi resta mio; ciò che compri coi tuoi soldi resta tuo”. Quindi, anche la casa è di chi l’ha pagata. 

Con la comunione, invece, tutti i beni acquistati dopo il matrimonio – salvo derivino da donazioni, eredità o risarcimenti – sono in comune e appartengono al 50% a ciascun coniuge. Così, chi è già titolare di un appartamento per averlo acquistato prima delle nozze, o chi lo riceve in eredità o in regalo dai genitori dopo il matrimonio, ne resta proprietario esclusivo anche in caso di scelta della comunione dei beni.

La proprietà esclusiva della casa – sia in caso di separazione dei beni che di comunione – non toglie però che, se la coppia si separa e ci sono figli ancora non autosufficienti, il giudice potrebbe assegnare l’immobile al genitore con cui i bambini vanno a vivere (di ciò ci occuperemo a breve).

La separazione rende, inoltre, sicuramente più semplice la circolazione del patrimonio e dei beni (soprattutto immobili) che ne fanno parte. Ad esempio, il marito potrebbe decidere di intestare una casa alla moglie disoccupata per tutelarla dal rischio di pignoramenti o aggressioni del fisco.

Statisticamente, sempre più coppie scelgono il regime della separazione dei beni. Tale scelta appare quella preferita soprattutto nei casi in cui uno dei coniugi abbia una propria attività che possa comportare una responsabilità patrimoniale (es. attività di impresa o libera professione) o quando vi siano condizioni economiche di alto livello. In questo modo, se uno dei due coniugi dovesse fallire o subire un pignoramento, le conseguenze non si riverserebbero sull’altro. Diversamente, invece, l’esproprio si spinge alla metà di tutti i beni cointestati.

La separazione dei beni non pregiudica, in ogni caso, gli obblighi di solidarietà ed assistenza fra i coniugi e per la famiglia e, quindi, può essere scelta senza particolari preoccupazioni in proposito.

In ogni caso, la coppia può sempre modificare, in un momento successivo alle nozze, il regime patrimoniale prescelto.

Nella convenzione matrimoniale, i coniugi possono anche costituire un fondo patrimoniale con cui vincolano alcuni beni nell’interesse della famiglia.

Sicuramente, il regime più sicuro in caso di separazione o divorzio è quello della separazione dei beni: in questo modo, nessuno né il marito, né la moglie dovrà rinunciare a quanto acquistato con il frutto dei propri risparmi e sacrifici. In più, la divisione sarà molto più semplice e immediata. 

Se uno dei due coniugi ha contribuito economicamente alla ristrutturazione straordinaria potrà chiedere un minimo contributo, che però gli è negato per l’ordinaria manutenzione, rientrando questa nei normali doveri coniugali di assistenza.

Se mio padre mi presta la casa, ci sono rischi?

Il prestito della casa da parte dei genitori di uno degli sposi configura un comodato. Se la casa coniugale è dei suoceri, in caso di separazione, il giudice la può assegnare al genitore con cui vanno a vivere i figli. Per evitare questa ipotesi, è necessario mettere per iscritto il contratto di comodato e assegnargli una durata massima, al cui compimento il contratto scade e l’immobile ritorna al proprietario.

I soldi del mio stipendio devono andare in un conto corrente comune? 

Le coppie non hanno l’obbligo di avere un conto corrente in comune. Ma, in caso di comunione dei beni, si applica una regola particolare: i soldi restano di proprietà del titolare del conto finché la coppia è unita, ma in caso di separazione, i risparmi residui vanno divisi, anche se sono il frutto dello stipendio di uno dei due. Il che porta a una ineluttabile conclusione: sempre meglio spendere tutto prima di separarsi.

Anche gli acquisti, è vero, vanno divisi, ma in tale divisione non rientrano, ad esempio, i beni di uso personale (orologi, borse, gioielli, ecc.), i vestiti, gli strumenti di lavoro (computer, ecc.). 

Rischio di perdere la casa?

In caso di separazione, la casa viene assegnata dal giudice a uno dei due coniugi solo se la coppia ha avuto figli e questi non sono ancora autonomi dal punto di vista economico. In tale ipotesi, l’appartamento – anche di proprietà di uno dei due genitori e ancora con il mutuo in corso – viene assegnato al genitore con cui i bambini vanno a vivere stabilmente. 

Nel momento in cui i figli diventano autonomi o vanno a vivere da soli, la casa torna al legittimo proprietario. Quest’ultimo può rivendicare la restituzione della stessa anche se dovesse scoprire che il coniuge assegnatario è andato a vivere altrove (ad esempio a casa dei propri genitori).

Come detto, ciò vale sia per la casa di proprietà esclusiva di uno dei due coniugi (ossia nel caso di coppia in separazione dei beni o, se in comunione, per la casa ottenuta in prestito, in donazione o in eredità dai familiari), sia per la casa in comproprietà. In questo secondo caso, tuttavia, l’immobile andrà successivamente diviso o venduto.

Se hai deciso di sposarti con il regime di comunione dei beni e, tuttavia, vuoi che la casa resti tua, puoi acquistarla un giorno prima delle nozze; in tal caso, sarà di tua esclusiva proprietà. Resta salva la possibilità per i coniugi, in caso di acquisto di un immobile, di dichiarare dinanzi al notaio che lo stesso sia escluso dalla comunione. 

I beni ricevuti da un coniuge durante il matrimonio per successione o donazione, non ricadono nella comunione, salvo che nell’atto di donazione o nel testamento, non sia specificatamente indicato come beneficiario della comunione. 

Un caso particolare e ricorrente è quello del genitore che paga il prezzo di un immobile intestato al figlio. In tale ipotesi, il denaro erogato dal genitore costituisce il mezzo per acquistare l’immobile che è oggetto di una donazione indiretta dal genitore al figlio. Pertanto, anche se l’acquisto dell’immobile avviene durante il matrimonio, non rientra nella comunione in quanto si considera acquistato per effetto di donazione.

Di chi sono l’arredo di casa e gli altri oggetti?

Il coniuge che acquista durante il matrimonio un bene mobile, affinché questo non ricada in comunione legale, deve dichiarare di averlo acquistato con il ricavato della vendita di un bene personale. Ovviamente, per poterlo provare è consigliabile che egli adotti la forma scritta, pur non essendo richiesta per legge alcuna particolare forma.

In merito al contenuto, il coniuge deve espressamente indicare l’origine personale dei beni mentre non si ritiene necessario che indichi esattamente quali beni personali ha venduto, ma potrebbe essere preferibile, anche in questo caso, per poterne dare prova in caso di necessità.

In mancanza di dichiarazione, il bene si presume in comunione, ma il coniuge può provare di aver effettuato l’acquisto con denaro personale; in questo caso, il bene rimane personale. La dichiarazione si ritiene necessaria solo se possono sorgere dubbi circa la natura personale del bene impiegato per l’acquisto; nel caso non vi siano dubbi in proposito, la dichiarazione è superflua.

I beni acquistati da uno dei coniugi durante il matrimonio ad uso strettamente personale non entrano in comunione; si tratta, ad esempio, del vestiario e degli accessori, come anche dei beni utilizzati per interessi, hobby e svaghi personali.

Al fine di valutare se un bene è personale o se, invece, cade in comunione bisogna aver riguardo solo alla finalità del suo acquisto e non al suo valore.

Non cadono in comunione i beni acquistati da uno dei coniugi durante il matrimonio per lo svolgimento della propria attività professionale, da intendersi sia in senso stretto (quale quella del medico, dell’avvocato, dell’ingegnere ecc.) sia come attività di lavoro subordinato, tranne che si tratti dei beni destinati alla conduzione di un’azienda facente parte della comunione.

In particolare, tra i beni che servono all’esercizio della professione vi rientrano:

  • i beni strumentali all’attività;
  • i beni non strettamente necessari ma acquistati comunque per un fine professionale;
  • i beni immobili e quelli mobili registrati: in questo caso l’esclusione per finalità professionale deve risultare dall’atto d’acquisto al quale deve partecipare anche l’altro coniuge.

Ciò che rileva è il rapporto strumentale tra l’acquisto del bene e la sua destinazione all’attività lavorativa del coniuge.

Di chi è l’azienda?

L’azienda che un coniuge ha costituito prima del matrimonio rimane, generalmente, suo bene personale e, quindi, non ricade in comunione. Se, però, è gestita da entrambi i coniugi, gli utili e gli incrementi dell’azienda vanno in comunione, mentre gli altri beni rimangono personali del coniuge.

L’azienda costituita durante il matrimonio, ricade in comunione; ma se gestita da un singolo coniuge, i proventi restano suoi e si dividono solo in caso di separazione. Se è gestita da entrambi, i proventi si dividono. 



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