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Mantenimento figli e lavoro in nero

22 Ottobre 2019
Mantenimento figli e lavoro in nero

Il padre deve versare l’assegno per i figli non autosufficienti se risulta disoccupato ma lavora in nero.

Conta di più la forma o la sostanza, la carta o la realtà? Non sono in pochi a farsi questa domanda quando, all’indomani della separazione, c’è da ricostruire i redditi degli ex coniugi per definire l’ammontare dell’assegno di mantenimento alla moglie e/o ai figli. In quel momento ci si scontra spesso con dichiarazioni dei redditi che non rappresentano l’effettivo tenore di vita, falsate dall’evasione fiscale. Succede, in particolare, nel caso di lavoro in nero. Quando il marito o la moglie ha un reddito non dichiarato e questo non risulta dai documenti presentati al giudice, l’importo degli alimenti rischia di essere falsato. Come risolvere questo problema? Che succede se, ad esempio, il marito risulta ufficialmente disoccupato e, proprio per questo, non vuol garantire ai figli le spese necessarie alla loro istruzione, alla crescita e alle cure mediche? 

Una recente ordinanza della Cassazione [1] si occupa dei rapporti che ci sono tra mantenimento figli e lavoro in nero. Non è la prima volta che la giurisprudenza affronta questo tema e non c’è di che meravigliarsi visto che si tratta di una piaga assai diffusa nel nostro Paese. Ecco perché i giudici, consapevoli dell’inattendibilità di molte dichiarazioni dei redditi, hanno ritenuto valida la ricostruzione dei redditi di un contribuente anche solo sulla base del tenore di vita da questi di fatto goduto, delle spese sostenute ogni mese: dall’intestazione di mutui ai canoni di affitto, dall’accensione di finanziamenti all’assicurazione auto, dalle cene ai viaggi, per finire a tutte le uscite periodiche della famiglia che denotano capacità economica. 

Naturalmente, l’esistenza di un lavoro in nero va accertata sia in capo al marito che alla moglie. Nel primo caso, essa determinerà un aumento dell’assegno di mantenimento, nel secondo invece una diminuzione. Ma procediamo con ordine.

Padre lavora in nero: deve mantenere i figli?

Il padre deve versare l’assegno per i figli maggiorenni non autosufficienti se risulta disoccupato ma lavora in nero. La precarietà del rapporto di lavoro, derivante proprio dall’assenza di un contratto, non è d’ostacolo all’imposizione di un pagamento mensile per la contribuzione alle spese ordinarie e straordinarie dei figli. Non conta quindi il fatto che si tratta di un’occupazione tutt’altro che stabile. È anche vero che la legge tutela i dipendenti non denunciati all’ufficio del lavoro al pari di chiunque altro che, pertanto, in caso di licenziamento, potranno fare ricorso al giudice e ottenere la stabilizzazione del rapporto. Proprio questa tutela fa sì che non si possa parlare di una situazione di debolezza per chi è “a nero”. 

La prova del lavoro in nero può essere data con qualsiasi mezzo, anche con dichiarazioni testimoniali. Il giudice definisce così l’ammontare dell’assegno di mantenimento sulla base di tali elementi.

Mantenimento figli sulla base dell’effettivo tenore di vita

Ma non solo. La giurisprudenza riconosce la possibilità di ricostruire l’effettivo tenore di vita sulla base delle spese sostenute dalla famiglia. 

Nell’accertamento delle capacità delle parti, il giudice non è vincolato alle risultanze dei modelli fiscali, che sono semplici dichiarazioni unilaterali di parte. Egli può disattendere le dichiarazioni dei redditi dell’obbligato, fondando il suo convincimento su altre risultanze probatorie.

Il giudice ha un ampio potere istruttorio che gli consente di ancorare le sue determinazioni alla verifica delle condizioni patrimoniali delle parti e delle esigenze di vita dei figli, prescindendo dalla prova addotta dalla parte istante.

Secondo la Cassazione, se il coniuge obbligato al mantenimento omette di dichiarare tutti o parte dei propri redditi al fisco (e di ciò vi è prova in giudizio) le dichiarazioni dei redditi prodotte nella causa di separazione non saranno considerate pertanto, l’assegno di mantenimento sarà quindi calcolato tenendo conto anche dei redditi non dichiarati.

In pratica, il coniuge beneficiario dell’assegno di mantenimento, se è a conoscenza che l’ex svolge una seconda attività i cui redditi non risultano nella dichiarazione annuale, può ottenere, con la sentenza di separazione, un assegno di mantenimento che tenga conto di questa ulteriore ricchezza occulta.

Egli deve dimostrare l’esistenza di un’altra attività svolta dal coniuge. Lo può fare anche attraverso investigatori privati, testimoni o documenti di spesa.

Tanto per fare un esempio, se una persona disoccupata paga una bolletta del telefono, della luce e del riscaldamento, l’affitto, l’assicurazione auto e il bollo, magari sul profilo Facebook ha le foto di qualche viaggio, dovrà certamente giustificare la disponibilità di tali risorse economiche. 

La polizia tributaria e accertamento del reddito in nero

Se il giudice ritiene comunque insufficiente la documentazione fornita dalle parti, potrà richiedere l’intervento della polizia tributaria ai fini dell’esatta quantificazione dell’assegno di mantenimento sia in favore dell’ex coniuge che della prole.

In particolare, il Tribunale, su richiesta di una delle due parti, in caso di contestazione della somma richiesta a titolo di contributo al mantenimento può disporre la produzione o esibizione da parte di entrambi di tutta la documentazione ritenuta necessaria per ricostruire i redditi effettivi delle parti. Se poi l’ordine del tribunale non viene eseguito, il giudice potrà rivolgere lo stesso direttamente agli istituti di credito per verificare le entrate e le uscite nei vari conti correnti.

Nel caso in cui poi non vengano risolti i contrasti, il giudice potrà infine richiedere l’intervento della polizia tributaria oppure disporre una consulenza tecnica d’ufficio. Sarà cosi possibile cercare informazioni anche presso terze persone e ricercare tutte le fonti di reddito, compresi i beni mobili e immobili nonché ogni altra entrata, come polizze vita, pensioni, investimenti, ecc.

Il giudice può disporre d’ufficio i mezzi istruttori e gli accertamenti necessari quando sospetta che uno o entrambi i genitori abbiano occultato parzialmente o del tutto il patrimonio personale mediante intestazioni fittizie o di favore, per sottrarre beni in grado di rivelarne la capacità economica e rilevanti per determinare l’assegno di mantenimento in favore dei figli.

Il giudice può disporre indagini anche nei procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati; l’esercizio di tale potere è rimesso alla sua discrezionalità.


note

[1] Cass. ord. n. 26857/19 del 21.10.2019.


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